di Mario Tobino
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 18 marzo 1970]
Non di continuo si può stare nell’albergo del padrone. Le giornate sono lunghe; tri ste ogni ora constatare la di pendenza.
Sia il capo di Verona, Bar tolomeo, Alboino o il Gran Cane, il padrone è sempre il padrone, più o meno gene roso.
Le notti ancora più lunghe dei giorni, per un grande poeta.
Al castello ci sono conviti, conversazioni spesso accalora te; arriva un forestiero con le novità. C’è l’annuncio del nuovo libro, dalla Provenza; da quanto si aspettava! Scher zi con le castellane, belle don ne che ardono, segregate; an simano di confidarsi con il poeta.
Un castello, a Corte, tra i grandi, i privilegiati; lontana la plebe.
Ma le radici di un poeta sono nel popolo; è di lì, dalla infinita varietà di sofferenze e gioie, dalla libera fantasia, che trae il nutrimento per i suoi pensieri, per la sua creazione.
Per Dante la linfa è Firen ze, tutto quello che è succes so, gli amici e i nemici.
La vera gioia, la fiamma, il sorriso che si strappa dalle labbra è per Dante incontra re uno del suo paese, che sa tutto, sia pure dell’opposta fa zione, ma che tutto sa, cono sce ogni viso, ogni strada, i muri sudati, dove si svolse quella vicenda, dove si riuni rono i congiurati, la facciata di quella chiesa, il Palazzo, dove ogni storia ebbe nido.
Che è di fronte a questo Bartolomeo? Alboino? Il Gran Cane? Che cosa il benessere? I muri che proteggono dall’inverno, dai raggi estivi, da ogni penuria?
Diversivi, ai quali costrin ge l’infamia del proprio tem po, la propria sventura.
*
Dopo che le elementari ne cessità di un esiliato sono sta te soddisfatte, dopo che ha pagato l’ospitalità con la sua grazia, dopo che di lena ri prese il lavoro, riaccese i di versi filoni incominciati: i Canti della Commedia, le Can zoni morali, il Convivio, il De Monarchia, il De Vulgari eloquentia, che cosa attende un poeta, cosa gli aleggia in torno alla testa?
Eternamente la solitudine. Ma qui a Verona ora non c’è l’antidoto della politica, l’azio ne, amore e odio, amici e ne mici, non alle viste l’ombra del provocatore Corso Donati, non il pullulare delle famiglie fiorentine raccolte a tenere caldo il reciproco rancore, non la ridda, la mischia, non i primi sentori delle grandi lot te sociali, precursore Giano della Bella.
A Verona bella vita, adatta anche per il lavoro, ma non per il nutrimento poetico. Co me possibile accendere i sen timenti quando esiste un uni co applauso per un unico ca sato?
Non si può; non è possibile. A lungo non può stare un poeta sotto l’ombra dello stes so palazzo, anche se il signo re di continuo lo sorprende in generosità, indovina prima che lui lo esprima quale è il suo bisogno.
Dante a Verona è stato no bilmente accolto, siano rese grazie alla Casa che nello stemma ha l’uccello con le ali stese.
Ma il fuoco del secolo è là, Firenze, i Bianchi e i Neri, Guelfi e Ghibellini, Giotto e Cimabue, il nuovo stile della sincerità. Tutto il resto è fuo co fatuo, compreso l’impera tore tedesco sempre ad an nunciarsi e mai a essere vero.
Come può Dante, lì a Ve rona, appagare la sua voglia? E allora, che direzione pren dere? Da chi andare?
Un tenero amico vive a Bo logna; come lui poeta, soffe rente d’amore per una Selvag gia. E’ simile a lui anche per l’esilio, per l’esser lontano, e per di più sono uniti dallo stesso sogno politico, quello dell’imperatore, che scenda in Italia e spenga ogni rabbia, tronchi le guerriglie, faccia degli statarelli una sola patria, sia l’unica e massima fonte di giustizia e di pace.
L’amico è Cino da Pistoia, notabile di questa città. E’ sta to scacciato dalle sue mura non dai Neri come Dante, dall’opposto colore, da quelli dello stesso partito del poeta fiorentino, dai Bianchi, che in questo caso pistoiese si sono mostrati feroci quanto e più dei Neri.
Cino si è rifugiato a Bo logna perché è notaro, stu dioso di legge, e questa città è centro di ogni novità cultu rale, faro di intelligenze, il famoso Accursio impera al l’università.
Cino è in discrete condizio ni economiche e scrive a Dan te, insiste che venga, l’aspet ta, sarà suo ospite. A Bolo gna potrà lavorare quanto e meglio che a Verona.
Dante riverisce il suo si gnore, chiede congedo, parte per l’Emilia.
*
Bologna d’inverno è nel do minio del gelo. Livide le sue strade, il rosso delle case una disperata maschera, sangue raggrumato.
A Bologna â— legge che do mina tutto il mondo, alla quale tutti si piegano â— un uomo è stimato, riverito per il censo, le vesti, la pomposità, l’albagia, la sua reale importanza politica.
Poco tempo prima, proprio lì a Bologna, arrivavano le canzoni di Dante ed erano lette, cantate, il suo nome era celebrato, le donne sus surravano i suoi versi d’amo re, sognavano di conoscerlo; quando capitò nella città ci furono battimani.
Oggi ha le vesti consunte, la giallina pelle della miseria, spiritata nel volto la bellezza e per di più gli gravita intorno il sospetto che anche per frode sia in esilio. Nessuno gli sor ride, nessuno lo accoglie. Il suo orgoglio riceve i colpi più dolorosi.
Tanto più gradita la festo sa accoglienza dell’amico, la continua cordialità e confiden za. E spesso si trovano a pas sare le ore in un particolare studio, che lì, in esilio â— privi di ogni attività politica – non soffre di alcuna di strazione.
Infatti nelle ore dì veglia, di intima comunione, Dante e Cino, rievocano le persone che conobbero, amici e ne mici, di Pistoia e Firenze. Dan te ha conosciuto e avuto da fare con pistoiesi, Cino ben sa dei celebri personaggi fio rentini.
Basta un accostamento, uno sfiorare di immagini, perché un altro nome tra loro si im metta. Come adesso è tutto chiaro! E i nemici â— per l’esi lio l’odio è divenuto terso – si distinguono perfetti, in trasparenza, tanto meglio de gli amici per i quali permane la bambagia della tenerezza.
A volte di per sé, senza al cuno stimolo, si presenta da vanti a loro Guido Cavalcanti e i due amici rimangono a guardarlo in silenzio. Per lui nasce il proposito, la voglia di fermarlo nelle carte, cantarlo, non esaurirlo in una conver sazione, con parole che fug gono. Far sì invece che quelli che verranno sappiano la sua gentilezza, lo sdegno aristocra tico, l’ardire contro i prepo tenti, e come così spesso era avvolto dalla mestizia, smar rito nella solitudine, dedito tutto alla poesia.
Cavalcanti di per sé spa risce, e:
« Ricordi Baschiera della Tosa? ».
« Il figlio di Bindo? ».
Si snocciolano i suoi pec cati, i casi che li dimostrarono, le qualità; il parente Rosso che l’ha defraudato, ha car pito ciò che gli spettava; la sua figura fisica, quella sua strana forza che poi in sostan za si riduceva a poco, diven tava addirittura negativa per l’irriflessione, per un cieco im pulso, quasi da sospettare che dentro di lui covasse una tor bida paura.
Ritorna di Baschiera il gra ve episodio di Lastra.
« Si poteva quella volta â— mormora Dante â— vincere fi nalmente, rientrare a Firenze, rivedere il volto dei Neri, im piccarli all’angolo delle loro case. E invece per il bambi nesco orgasmo del Baschiera, la smania di essere il solo vin citore, entrare in città prima degli altri, lui il bravo â— e poi alla prima fossa naufra gare â— ci portò tutti alla ro vina, alla più stupida delle sconfitte ».
In queste ore di veglia ap pare bella la storia, ciò che è stato, splendida visione nel silenzio notturno dell’abitazio ne bolognese, mentre fuori l’inverno penetra nei muri.
« E Pazzino dei Pazzi? Chissà come inghiotte saliva e superbia mentre passa la porta del Palazzo! ».
« Per denaro dette al nemico la fortezza ».
« So che ha avuto altri fi gli ».
« Ancora? Ormai sarà a dieci ».
« Il delitto si aggira per Fi renze. Pazzino è affamato di ricchezze, ha troppa libidine di spadroneggiare in mezzo alle riverenze. Finirà ammaz zato ».
*
Intanto, mentre pullulano i nomi, mentre folti sono i com menti e si controlla il peso della bilancia, Dante rivede Firenze, la tale strada, un an golo, quel muro di cinta, San to Spirito all’ora del tramon to, il San Giovanni che tra sforma la geometria in pura bellezza.
Crudele nostalgia, città ine guagliabile, sola nel mondo, padrona del suo cuore.
Cino ascolta il suo grande amico. Sa quale ingiustizia contro di lui si commette per ché è testimone come nasce la sua poesia.
Dante si mette a narrare un episodio fiorentino, antico o recente, e lo descrive nei fitti particolari, nel perché di ogni piega, perfino sembra che lui conosca il colore degli occhi dei personaggi, e poi, tutta questa selva di notizie, si tra muta, si condensa in pochi versi, in endecasillabi che vo lano, nei quali tutto in po che parole è detto, ogni per ché si indovina, parlanti i fat ti e le persone, e si assiste al miracolo della nuova lingua, del volgare, che per mezzo di Dante tutto può esprimere e cantare.