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LETTERATURA: I MAESTRI: Con Cino a Bologna

29 Novembre 2012

di Mario Tobino
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 18 marzo 1970]

Non di continuo si pu√≤ stare nell’albergo del padrone. Le giornate sono lunghe; tri ¬≠ste ogni ora constatare la di ¬≠pendenza.
Sia il capo di Verona, Bar ¬≠tolomeo, Alboino o il Gran Cane, il padrone √® sempre il padrone, pi√Ļ o meno gene ¬≠roso.

Le notti ancora pi√Ļ lunghe dei giorni, per un grande poeta.

Al castello ci sono conviti, conversazioni spesso accalora ¬≠te; arriva un forestiero con le novit√†. C’√® l’annuncio del nuovo libro, dalla Provenza; da quanto si aspettava! Scher ¬≠zi con le castellane, belle don ¬≠ne che ardono, segregate; an ¬≠simano di confidarsi con il poeta.

Un castello, a Corte, tra i grandi, i privilegiati; lontana la plebe.

Ma le radici di un poeta sono nel popolo; è di lì, dalla infinita varietà di sofferenze e gioie, dalla libera fantasia, che trae il nutrimento per i suoi pensieri, per la sua creazione.

Per Dante la linfa è Firen ­ze, tutto quello che è succes ­so, gli amici e i nemici.

La vera gioia, la fiamma, il sorriso che si strappa dalle labbra √® per Dante incontra ¬≠re uno del suo paese, che sa tutto, sia pure dell’opposta fa ¬≠zione, ma che tutto sa, cono ¬≠sce ogni viso, ogni strada, i muri sudati, dove si svolse quella vicenda, dove si riuni ¬≠rono i congiurati, la facciata di quella chiesa, il Palazzo, dove ogni storia ebbe nido.

Che √® di fronte a questo Bartolomeo? Alboino? Il Gran Cane? Che cosa il benessere? I muri che proteggono dall’inverno, dai raggi estivi, da ogni penuria?

Diversivi, ai quali costrin ¬≠ge l’infamia del proprio tem ¬≠po, la propria sventura.

*

Dopo che le elementari ne ¬≠cessit√† di un esiliato sono sta ¬≠te soddisfatte, dopo che ha pagato l’ospitalit√† con la sua grazia, dopo che di lena ri ¬≠prese il lavoro, riaccese i di ¬≠versi filoni incominciati: i Canti della Commedia, le Can ¬≠zoni morali, il Convivio, il De Monarchia, il De Vulgari eloquentia, che cosa attende un poeta, cosa gli aleggia in ¬≠torno alla testa?

Eternamente la solitudine. Ma qui a Verona ora non c’√® l’antidoto della politica, l’azio ¬≠ne, amore e odio, amici e ne ¬≠mici, non alle viste l’ombra del provocatore Corso Donati, non il pullulare delle famiglie fiorentine raccolte a tenere caldo il reciproco rancore, non la ridda, la mischia, non i primi sentori delle grandi lot ¬≠te sociali, precursore Giano della Bella.

A Verona bella vita, adatta anche per il lavoro, ma non per il nutrimento poetico. Co ­me possibile accendere i sen ­timenti quando esiste un uni ­co applauso per un unico ca ­sato?

Non si pu√≤; non √® possibile. A lungo non pu√≤ stare un poeta sotto l’ombra dello stes ¬≠so palazzo, anche se il signo ¬≠re di continuo lo sorprende in generosit√†, indovina prima che lui lo esprima quale √® il suo bisogno.

Dante a Verona √® stato no ¬≠bilmente accolto, siano rese grazie alla Casa che nello stemma ha l’uccello con le ali stese.

Ma il fuoco del secolo √® l√†, Firenze, i Bianchi e i Neri, Guelfi e Ghibellini, Giotto e Cimabue, il nuovo stile della sincerit√†. Tutto il resto √® fuo ¬≠co fatuo, compreso l’impera ¬≠tore tedesco sempre ad an ¬≠nunciarsi e mai a essere vero.

Come può Dante, lì a Ve ­rona, appagare la sua voglia? E allora, che direzione pren ­dere? Da chi andare?

Un tenero amico vive a Bo ¬≠logna; come lui poeta, soffe ¬≠rente d’amore per una Selvag ¬≠gia. E’ simile a lui anche per l’esilio, per l’esser lontano, e per di pi√Ļ sono uniti dallo stesso sogno politico, quello dell’imperatore, che scenda in Italia e spenga ogni rabbia, tronchi le guerriglie, faccia degli statarelli una sola patria, sia l’unica e massima fonte di giustizia e di pace.

L’amico √® Cino da Pistoia, notabile di questa citt√†. E’ sta ¬≠to scacciato dalle sue mura non dai Neri come Dante, dall’opposto colore, da quelli dello stesso partito del poeta fiorentino, dai Bianchi, che in questo caso pistoiese si sono mostrati feroci quanto e pi√Ļ dei Neri.

Cino si √® rifugiato a Bo ¬≠logna perch√© √® notaro, stu ¬≠dioso di legge, e questa citt√† √® centro di ogni novit√† cultu ¬≠rale, faro di intelligenze, il famoso Accursio impera al ¬≠l’universit√†.

Cino √® in discrete condizio ¬≠ni economiche e scrive a Dan ¬≠te, insiste che venga, l’aspet ¬≠ta, sar√† suo ospite. A Bolo ¬≠gna potr√† lavorare quanto e meglio che a Verona.

Dante riverisce il suo si ¬≠gnore, chiede congedo, parte per l’Emilia.

*

Bologna d’inverno √® nel do ¬≠minio del gelo. Livide le sue strade, il rosso delle case una disperata maschera, sangue raggrumato.

A Bologna √Ę‚ÄĒ legge che do ¬≠mina tutto il mondo, alla quale tutti si piegano √Ę‚ÄĒ un uomo √® stimato, riverito per il censo, le vesti, la pomposit√†, l’albagia, la sua reale importanza politica.

Poco tempo prima, proprio l√¨ a Bologna, arrivavano le canzoni di Dante ed erano lette, cantate, il suo nome era celebrato, le donne sus ¬≠surravano i suoi versi d’amo ¬≠re, sognavano di conoscerlo; quando capit√≤ nella citt√† ci furono battimani.

Oggi ha le vesti consunte, la giallina pelle della miseria, spiritata nel volto la bellezza e per di pi√Ļ gli gravita intorno il sospetto che anche per frode sia in esilio. Nessuno gli sor ¬≠ride, nessuno lo accoglie. Il suo orgoglio riceve i colpi pi√Ļ dolorosi.

Tanto pi√Ļ gradita la festo ¬≠sa accoglienza dell’amico, la continua cordialit√† e confiden ¬≠za. E spesso si trovano a pas ¬≠sare le ore in un particolare studio, che l√¨, in esilio √Ę‚ÄĒ privi di ogni attivit√† politica – non soffre di alcuna di ¬≠strazione.

Infatti nelle ore dì veglia, di intima comunione, Dante e Cino, rievocano le persone che conobbero, amici e ne ­mici, di Pistoia e Firenze. Dan ­te ha conosciuto e avuto da fare con pistoiesi, Cino ben sa dei celebri personaggi fio ­rentini.

Basta un accostamento, uno sfiorare di immagini, perch√© un altro nome tra loro si im ¬≠metta. Come adesso √® tutto chiaro! E i nemici √Ę‚ÄĒ per l’esi ¬≠lio l’odio √® divenuto terso – si distinguono perfetti, in trasparenza, tanto meglio de ¬≠gli amici per i quali permane la bambagia della tenerezza.

A volte di per s√©, senza al ¬≠cuno stimolo, si presenta da ¬≠vanti a loro Guido Cavalcanti e i due amici rimangono a guardarlo in silenzio. Per lui nasce il proposito, la voglia di fermarlo nelle carte, cantarlo, non esaurirlo in una conver ¬≠sazione, con parole che fug ¬≠gono. Far s√¨ invece che quelli che verranno sappiano la sua gentilezza, lo sdegno aristocra ¬≠tico, l’ardire contro i prepo ¬≠tenti, e come cos√¨ spesso era avvolto dalla mestizia, smar ¬≠rito nella solitudine, dedito tutto alla poesia.

Cavalcanti di per sé spa ­risce, e:

¬ę Ricordi Baschiera della Tosa? ¬Ľ.

¬ę Il figlio di Bindo? ¬Ľ.

Si snocciolano i suoi pec ¬≠cati, i casi che li dimostrarono, le qualit√†; il parente Rosso che l’ha defraudato, ha car ¬≠pito ci√≤ che gli spettava; la sua figura fisica, quella sua strana forza che poi in sostan ¬≠za si riduceva a poco, diven ¬≠tava addirittura negativa per l’irriflessione, per un cieco im ¬≠pulso, quasi da sospettare che dentro di lui covasse una tor ¬≠bida paura.

Ritorna di Baschiera il gra ­ve episodio di Lastra.

¬ę Si poteva quella volta √Ę‚ÄĒ mormora Dante √Ę‚ÄĒ vincere fi ¬≠nalmente, rientrare a Firenze, rivedere il volto dei Neri, im ¬≠piccarli all’angolo delle loro case. E invece per il bambi ¬≠nesco orgasmo del Baschiera, la smania di essere il solo vin ¬≠citore, entrare in citt√† prima degli altri, lui il bravo √Ę‚ÄĒ e poi alla prima fossa naufra ¬≠gare √Ę‚ÄĒ ci port√≤ tutti alla ro ¬≠vina, alla pi√Ļ stupida delle sconfitte ¬Ľ.

In queste ore di veglia ap ¬≠pare bella la storia, ci√≤ che √® stato, splendida visione nel silenzio notturno dell’abitazio ¬≠ne bolognese, mentre fuori l’inverno penetra nei muri.

¬ę E Pazzino dei Pazzi? Chiss√† come inghiotte saliva e superbia mentre passa la porta del Palazzo! ¬Ľ.

¬ę Per denaro dette al nemico la fortezza ¬Ľ.

¬ę So che ha avuto altri fi ¬≠gli ¬Ľ.

¬ę Ancora? Ormai sar√† a dieci ¬Ľ.

¬ę Il delitto si aggira per Fi ¬≠renze. Pazzino √® affamato di ricchezze, ha troppa libidine di spadroneggiare in mezzo alle riverenze. Finir√† ammaz ¬≠zato ¬Ľ.

*

Intanto, mentre pullulano i nomi, mentre folti sono i com ¬≠menti e si controlla il peso della bilancia, Dante rivede Firenze, la tale strada, un an ¬≠golo, quel muro di cinta, San ¬≠to Spirito all’ora del tramon ¬≠to, il San Giovanni che tra ¬≠sforma la geometria in pura bellezza.

Crudele nostalgia, città ine ­guagliabile, sola nel mondo, padrona del suo cuore.

Cino ascolta il suo grande amico. Sa quale ingiustizia contro di lui si commette per ­ché è testimone come nasce la sua poesia.

Dante si mette a narrare un episodio fiorentino, antico o recente, e lo descrive nei fitti particolari, nel perché di ogni piega, perfino sembra che lui conosca il colore degli occhi dei personaggi, e poi, tutta questa selva di notizie, si tra ­muta, si condensa in pochi versi, in endecasillabi che vo ­lano, nei quali tutto in po ­che parole è detto, ogni per ­ché si indovina, parlanti i fat ­ti e le persone, e si assiste al miracolo della nuova lingua, del volgare, che per mezzo di Dante tutto può esprimere e cantare.


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Bart