di Alfredo Todisco
[dal “Corriere della Sera”, mercoledì 18 febbraio 1970]
Alla notizia dell’attentato a Robert Kennedy, Martin Lu ther King esclamò: «E’ quello che succederà anche a me. Que sto paese è ammalato ». Quat tro mesi dopo, l’apostolo nero della non violenza veniva assas sinato a Memphis, all’età di soli trentaquattro anni. Martin Lu ther King aveva il presenti mento della sua eliminazione fisica. Dal momento in cui emerse sulla scena americana come il leader più prestigioso del movimento negro per i di ritti civili (nell’ottobre del 1964 gli venne conferito il premio Nobel per la pace) egli fu sem pre consapevole del pericolo mortale che proprio la sua cam pagna di rivendicazione pacifi ca, e all’insegna della non-violenza, avrebbe rappresentato per lui.
Questo un piccolo frammen to delle cose che Coretta Scott King ha raccontato nel suo li bro « La mia vita con Martin Luther King » uscito negli Stati Uniti nello scorso autunno (ven dute finora 80.000 copie) e ora pubblicato in italiano da Mon dadori. Per l’occasione è arri vata a Milano. L’ho incontrata volentieri ad una colazione di lavoro: perché credo che questa donna investita dalla tragedia di Memphis (e che si unisce alle molte vedove dell’assassinio politico che si contano in Ame rica) rappresenti qualcosa di molto importante nell’esagitato mondo contemporaneo.
Coretta King, quarantatré anni, di aspetto ancora fioren te, è un personaggio di prima fila nella crociata contro l’o scuro mostro che il 4 aprile 1968 stroncò la vita dei marito: il pastore battista che nel guidare la lotta di milioni di confra telli per l’integrazione razziale predicava con Gandhi la non violenza e con Cristo l’amore per il prossimo esteso anche ai nemici, anche ai persecutori. Chi si rende conto che non solo gli Stati Uniti, ma il mondo intero è malato di violenza, di intolleranza, di aggressività, di fanatismo â— il male dei mali, quello da cui derivano tutti gli altri â— capisce anche che chiunque porti sulle strade il messaggio della comprensione, della fratellanza, della non vio lenza è degno della massima considerazione.
Certo, la fede nella non vio lenza è una fede difficile da portare. Come Cristo, come Gandhi, i due grandi ispira tori della « filosofia » di Mar tin Luther King, anche il pa store negro è stato soppresso violentemente, dalla mano del l’odio. Predicando l’affratella mento fra gli uomini, ha rac colto il delitto di Caino.
Durante la colazione in un albergo del centro, qualcuno degli interlocutori ha voluto saggiare la « fede difficile » che Coretta King ha ereditato dal marito e alla quale, ora, ha dedicato la sua intera vita. Con una certa brutalità le ha chiesto: quali sono i suoi sen timenti per James Earl Ray? Cioè per l’uomo che con un colpo di pistola le ha tolto il marito e il padre dei suoi quat tro figli.
La signora King ha risposto con molta calma e con tono assolutamente privo di ranco re. E’ una vedova, Coretta King, che pur mostrando un atteggiamento improntato a dignitosa compostezza, non si abbandona al lugubre e al ma linconico. Non indossava un abito di lutto; tutt’altro. Il suo era un abito a strisce di colori vivacissimi su fondo bianco, in contrasto con l’ebano dei ca pelli e degli occhi dallo sguar do penetrante. A tratti, una lieve allegrezza si impadroni va della sua conversazione. Quello che questa donna an cora giovane professa per suo marito, non è un culto sepol crale per un morto illustre: ma è un culto per un uomo ancora vivente nel suo spirito. Mi ha detto: « Dopo l’assassi nio, non ho mai pensato che la morte di Martin fosse la fi ne di tutto. Ho piuttosto pen sato che fosse un principio ».
Alla domanda su Ray, Coretta King ha risposto con vo ce serena (una voce insieme risonante e smorzata, in cui si rivela quella di una cantante di professione â— ora Coretta King si esibisce in recitals in cui, su motivi spirituali negri, racconta la storia del marito). Ha detto: « Io e la mia fami glia non crediamo nella pena di morte. La nostra attenzio ne non converge tanto verso l’uomo che ha ucciso Martin; ma piuttosto mira a promuo vere un cambiamento profon do nella società, tale che uo mini come lui non abbiano più ad affiorare ».
La fede nella non violenza, l’abbiamo detto, è una fede dif ficile. Muovendo dalla nozione biblica che « chi di spada fe risce, di spada perisce » crede che rinunciando di rispondere alla violenza con la violenza, e facendo in modo di rispon dere allo schiaffo porgendo l’al tra guancia, si ottenga il fine di spezzare la spirale della guerra reciproca. Però la sorte di Martin Luther King (come quella di Gandhi) ci ammoni sce che per spada perisce an che chi tende verso il prossi mo una mano amichevole.
Alludendo al fatto che oggi, nel mondo dei negri america ni, sembra guadagnare terre no una disposizione alla riven dicazione violenta (vedi le « pantere nere ») qualcuno ha chiesto a Coretta King se la strategia non violenta è, se condo lei, sempre quella più giusta.
Ha risposto affermativamen te. L’uso della violenza scate na la controviolenza, ha detto. Inoltre i negri d’America sono una minoranza, il 12 per cen to della popolazione. Non han no armi. Una lotta di tipo in surrezionale potrebbe scatena re una controsferzata molto dannosa per tutto il movimen to negro.
Un po’ alla volta, il fuoco di fila delle domande ha preso diverse direzioni. Un interlocu tore ha chiesto se con la pre sente amministrazione ameri cana la lotta per la parità ci vile e per la desegregazione razziale incontra una resisten za più forte che in passato. Con molta disinvoltura, Coret ta King ha criticato Nixon per il « clima conservatore » che egli, con l’aiuto dei mass-me dia, cerca di instaurare nel paese; e se l’è presa con il vi ce-presidente Agnew il quale « non perde occasione per fare dichiarazioni violente contro tutto ciò che è progressivo ».
Fra le pagine del suo libro di memorie, si legge fra l’al tro. « Mio marito aveva sem pre detto che era pronto a da re la vita per una causa in cui credeva. Sapeva che donar si completamente costituisce una forza redentrice, in quan to serve di ispirazione agli al tri. Questo significava che egli sarebbe risorto in tutti coloro che avrebbero dedicato la pro pria esistenza a una grande causa. Martin si sentiva misti camente partecipe della passio ne di Cristo ».