di Francesco Improta
(dal “Corriere Nazionale“)
La scena conclusiva di Nostalghia di Andrej Tarkovskij, ricordata all’ini zio con dovizia di particolari e alcuni versi di La terra desolata di Thomas Stearns Eliot offrono anche al lettore più distratto la chiave di compren sione dell’ultimo romanzo di Angelika Overath, Pesci d’aeroporto. La storia, ambientata in un aeroporto, luogo simbolo della nostra precarietà e solitudine esistenziale, ruota intorno a tre personaggi e si svolge nel breve giro di poche ore. Elis, la protagonista femminile, fotografa freelance è in piena crisi professionale: l’equipaggiamento che si porta dietro – macchine fotografiche, obiettivi, filtri e rollini – comincia a pesarle, le fotografie scattate le appaiono confuse, prive di significato e comunque non le comu nicano più vere emozioni. Lei che era capace di indossare la luce e non solo per esigenze di lavoro, ora brancola nel buio. La sua stessa vita sen timentale risulta fallimentare; Elis, infatti, non è riuscita a riscattare né a compensare il senso di perdita conseguente alla fine della sua storia con un pilota eppure dei sentimenti provati rimane solo una labile traccia, un’om bra forse perché più che di progetti la sua vita è fatta solo di traiettorie. Ed è questo probabilmente che la rende consapevole del vuoto della sua vita. Non diversamente dall’anonimo signore, un affermato biochimico, che nell’area riservata ai fumatori, cerca di affogare nell’alcool e nel fumo, ripreso dopo un lungo periodo di astinenza, il fallimento del suo matri monio trentennale, convinto com’è, o come vuol credere, che non siano il fumo e l’alcool a danneggiare la salute bensì la vita stessa. Fedele in maniera maniacale alla religione del lavoro, officiata con convinzione e assiduità, aveva ritenuto che il matrimonio non fosse un progetto a cui dedicare le proprie energie psico-fisiche, ma una semplice cornice per il suo successo professionale e per la sua affermazione sociale ed aveva finito col trascurare la moglie che non a caso lo aveva abbandonato. Ora, in quell’aria, pesante e densa di fumo, spera di sentirsi avvolto nell’ab braccio scuro di uno spazio chiuso e protettivo. Il terzo personaggio, pro babilmente il più importante perché sarà lui alla fine ad operare il “miracolo”, è Tobias, l’uomo che si prende cura con dedizione e premura paterna dei pesci che nuotano nell’acquario, intorno al quale si svolge la vita frenetica dell’aeroporto. Tobias che da anni svolge questo lavoro con professionalità ed amore è ormai entrato in simbiosi con questo mondo acquatico e guarda le cose e le persone attraverso i vetri dell’acquario. La sua è una forma di difesa dalla vita, un modo per non lasciarsi coinvolgere, per rimanere alla finestra, in uno spazio chiuso e rassicurante. Tutto in torno la vita scorre: una madre che vuole essere fotografata con il figlio da un padre recalcitrante ed annoiato: due vecchi sgualciti di sesso indefinito, persone che si sfiorano senza parlare, rumori metallici, voci amplificate dagli altoparlanti, musiche che passano sulla testa di un’umanità tanto in daffarata quanto distratta e indifferente, carte, giornali, bottigliette abban donate. Un mare di persone e di oggetti inutili che Tobias vede filtrati attraverso i vetri, eppure in questo mare di solitudine, di abbandono e di indifferenza sembra che in seguito all’incontro tra Elis e Tobias si possa accendere una fiammella o quanto meno un barlume di speranza, che qual cosa sia pure faticosamente possa nascere: un tenero amore, una nuova vi sione del mondo e delle cose o altro ancora? Ai lettori il piacere della sco perta. Non ci sono spiegazioni, né snodi narrativi, solo il rincorrersi di sen sazioni, memorie, lunghe e lente riflessioni che contribuiscono a creare un’atmosfera che finisce col pesare come una cappa sul terminal aero portuale di una non meglio identificata città. La Overath si rivela ancora una volta abile tessitrice di storie in cui situazioni contingenti e individuali rispecchiano condizioni esistenziali universali.
Fredda, lucida e tagliente, come la lama di un bisturi, la scrittura che si av vale di termini tecnici e scientifici e di citazioni letterarie e cinematogra fiche senza alterare il registro linguistico che rimane piano, scorrevole e godibile.