di Cesare Garboli
[da “La fiera letteraria”, numero 51, giovedì, 21 dicembre 1967]
GIOVANNI ARPINO
La babbuina e altre storie
Mondadori, pagine 270, lire 2200.
Tanto per usare una parola orribile, quella che Giovanni Arpino ci mette sotto gli occhi con La babbuino e al tre storie potrebbe definirsi una « gal leria » di personaggi e situazioni del medio ceto italiano, una mostra di quegli anni in cui ci si guardava in faccia intontiti dal miracolo, sorpresi dall’inattesa violenza della droga. Al lineate in fuga sulle pareti del corri doio, si susseguono ventuno composi zioni, ciascuna con la data in calce, tra gli estremi del ’58 e del ’67. Uno spaccato della piccola borghesia del Nord â— coppie a spasso domenicale sulla macchina nuova, piccoli ingegne ri « allegri », impiegati di banca in gi ta collettivamente organizzata, ragio nieri, medici, geometri â— nel punto in cui la sbornia del benessere non era ancora smaltita, la festa non ac cennava a finire, ma tra i bicchieri ro vesciati, il fumo, le pietanze abban donate sul tavolo si poteva già pre vedere la sporcizia e lo squallore del risveglio, il futuro disgusto mattutino, le stanze in disordine tutte da rifare.
C’è un’aria così viziata, in questi racconti di Arpino, un tale ristagno di odori, un tale risentimento, stordimen to, una tale accidia incarognita che non si può fare a meno di connettere al cattivo alito della Storia un’ispira zione che insegue, o esprime, il volta stomaco come sottile e nascosta arma di provocazione. Questi racconti sono stati scritti con la bocca amara, ma sottintendono anche una delusione, una confusione psicologica. E qualche puntata tra i contadini del Meridione, dove sotto poveri tetti e tra foglie di tabacco scoppiano tragedie e si con sumano omicidi d’onore, come nel rac conto dal titolo La moglie infedele, o nei quartieri alti, dove dame si ag girano in ville assediate dal mistero, accennando passi di danza in giardino e lasciandosi baciare nella penombra dei sottoscala, come nel racconto La stanza buia, non fa che mettere in maggiore e più netto risalto la fonda- mentale monocromia della tematica piccolo-borghese. Si sottrae alla strut tura dell’insieme, invece, con forte contrasto, la quarta sezione del libro, che riunisce tre racconti, uno dei qua li di gusto cecoviano, gli altri due di ispirazione fantascientifica (favole con una coda morale), e tutti insie me inaspettatamente ambientati tra la Russia e i cieli.
C’è da pensare che Arpino abbia messo insieme la raccolta senza darle troppo credito, forse senza neppure ac corgersi del suo intrinseco aspetto so ciologico. Del resto questo scrittore, si sa, cammina liberamente per sen tieri «naturali », crede ancora nelle « storie », presuppone â— voglio di re â— che un racconto si organizzi so prattutto intorno a un’invenzione ori ginaria, a una trovata da sviluppare. Spesso le storie di Arpino, artistica mente pompate, assomigliano a bar zellette crudeli, appunto a quel tipo di « storie » che in casa di amici, o in salotto, servono da eccitanti per mandare avanti una serata. Invenzio ni beffarde, al limite del credibile, che risvegliano la verità col disgusto, attraverso procedimenti deformanti in chiave generalmente grottesca.
Scrittore innamorato della storia
Arpino è scrittore capace di ghigna re senza che mai si riesca a coglierlo in quella smorfia, il naturalismo gli ha insegnato l’obiettività, la faccia impassibile quando è sul punto di col pire. E come tutti gli scrittori inna morati della « storia » che racconta no, ambienta personaggi e situazioni d’istinto, lascia che il tema cresca su se stesso, lavorandolo meccanicamen te, con pazienza artigiana, aggiustando a poco a poco le luci, ritocco su ritoc co, come farebbe un pittore vecchia maniera, allontanandosi e ritraendosi dalla tela, ogni pennellata un effetto. I suoi quadri sono tutti concreti, tutti compiuti: salva la quota di astrazione che compete a una vocazione spesso pretestuosa, la mano di Arpino è rea listica, addirittura amante della sen sibilizzazione animalesca del reale, con stilemi del tipo: « semafori-palpe bre », « Torino aperta come un venta glio », « tram-insetti brillanti ». A que sta disposizione ad animare le cose, a conferire loro vitalità e movimento con una scrittura colorita e gestuale, Arpino si è mantenuto sempre fedele, fin dai suoi inizi. E’ in questa dire zione che si va definendo una sua « maniera ».
E tuttavia c’è qualcosa di equivoco nella vitalità, nella spavalderia arrem bante del linguaggio di Arpino. Scatti e accensioni della fantasia, la sua estroversione di narratore teso e ner voso, combatte, si direbbe, contro una depressione originaria, contro un’in vincibile fiacchezza e mollezza di fon do. Quanta più energia Arpino river sa nelle sue pagine, tanto meno rie sce a convincerci della sua natura ir rompente, impulsiva e felice. Mentre il suo approccio con la realtà è essen zialmente visivo, alle sue capacità di sguardo sembra poi negata proprio la freschezza e la forza del vedere e del lo scoprire. Mi ha sorpreso un leit motiv, un tic, in questa raccolta di storie: la frequenza e la qualità del le lunghe, carezzanti occhiate che i diversi personaggi, quale che sia la lo ro condizione, la loro età, il loro sesso, lasciano cadere su ciò che ca sualmente s’imbatte nella loro vista, sui mobili di una stanza, sui paesag gi in fuga nel riquadro di un finestri no, su una massaia in faccende, sulle chiome dei noccioli, su file di fagioli verdi…
Questo sguardo è sempre lo stesso, queste creature hanno l’aria, quello che vedono, di averlo già visto cen to volte. E’ uno sguardo stracco, di esclusi. E’ lo sguardo di Arpino, ogni volta che lo scrittore, diviso tra impe ti di rabbia e impulsi di oscena pietà, decide di abbandonarsi al piacere di sentirsi deluso. Ma è uno sguardo che lo scrittore, il quale guarda con occhi rientrati, non rivolge alle cose, bensì a se stesso. Non era forse la dissolvenza di un mistero, la storia di una delusione, La suora giovane?
Al meglio negli irritati autoritratti
Insomma Arpino è scrittore intro verso, che deve avere pronunciato una volta per tutte, nei confronti della vi ta, un « no » remoto, antico, primige nio, e mentre ci ripete le infinite mo dulazioni della sua negazione e della sua solitudine, nello stesso tempo si ostina a farci credere che egli si muo ve con disinvoltura tra capricci e sorprese del reale. In altri termini, si direbbe che egli ha scambiato la qua lità del suo talento con una virtù di versa, che non gli appartiene, con il dono, la grazia, la felicità naturale del narrare. Mentre è scrittore diverso, continuamente impicciato con un « io » arrabbiato, « infelice » e intorcinato. Così, almeno in queste composizioni, riesce ,al meglio quando impresta la propria voce a un alter-ego, scriven do in prima persona e disegnando in direttamente irritati autoritratti: un personaggio còlto in posa, ai margini, a una curva o a un traguardo della vita, che poi è sempre lo stesso, cioè quarant’anni, la perdita dell’adole scenza, la giovinezza degli altri sen tita come un insulto, come un’ingiu stizia villana e umiliante. « Quarant’anni possono anche essere niente, una briciola che ti sparisce tra le di ta ». Come se, per avidità di vita una volta mangiato voracemente, Arpino non sappia più distinguere tra ritor no di voglie e disgusto, tra nausea e ingordigia. « Essere giovani, e non ti manca niente, anche se non sai… ». Tutto sommato, questo mi sembra il motivo più autentico del libro, del re sto suonato a chiare note: « Sono in felice, incerto, dolorosamente sorpre so dalla maturità, vinto e sconcerta to dalla perdita dell’adolescenza ».
A parte il suono di queste fungibili voci « reali », che tutte insieme fanno quella di Arpino, per il resto dispiace che lo scrittore si misuri con perso naggi e storie di repertorio. Sarà che il raccontare artigiano dà oggi un’im pressione di convenzionalità, di truc co a portata di mano, ma questi rac conti, da qualche parte, tanti e tanti anni fa, li abbiamo tutti già letti. An che quando la finestra del narratore si apre sull’impossibile, e nascono quelle che il risvolto editoriale, con puntuale rilievo tecnico, chiama « sto rie stregate » (un gatto che riesce con sforzo disperato e mostruoso a mia golare le sillabe del nome della pa drona; la piccola moglie babbuina che scoppia di gelosia perché il ma rito, allo zoo, osserva ammirato una gigante femmina di gorilla, « lucida nel pelo nero, dall’occhio violento di catrame »; il nano che vede andarsene in cocci la propria esistenza per il fatto di crescere e diventare normale) si ha l’impressione che a motivare le scelte surreali e subumane di Arpi no, nell’ordine del grottesco, sia so prattutto la consapevolezza della pro fonda, diversa « irrealtà » del suo re pertorio narrativo.
Non sto mica chiedendomi, o forse sì, se sia ancora possibile far « pen sare » dei personaggi, spiarne gli sta ti d’animo, i riflessi, le variazioni di umore. Ma come si fa a non chieder si se queste storie, la villa con la sua dama misteriosa, la povera vecchia col cane-marito, il bancario con la sua avventura di treno: la vita è que sta? No, non lo è, la vita è tutta di versa dal « realismo psicologico » di queste storie. Forse Arpino dovrebbe avere il coraggio di rifiutarsi, qual che volta, al proprio talento, di ri bellarsi alla cucina casalinga. E’ vec chia storia, ma per essere scrittori bi sogna dimenticare di esserlo. E’ co sì, parrà strano, ma è così. Il mestie re, quanto c’è di più nobile nell’uomo, non si sa come, è sempre quello che ci danna e che ci corrompe.