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LETTERATURA: I MAESTRI: Arpino. Il dolore della maturità

28 Aprile 2013

di Cesare Garboli
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 51, gioved√¨, 21 dicembre 1967]

GIOVANNI ARPINO
La babbuina e altre storie
Mondadori, pagine 270, lire 2200.

Tanto per usare una parola orribile, quella che Giovanni Arpino ci mette sotto gli occhi con La babbuino e al ¬≠tre storie potrebbe definirsi una ¬ę gal ¬≠leria ¬Ľ di personaggi e situazioni del medio ceto italiano, una mostra di quegli anni in cui ci si guardava in faccia intontiti dal miracolo, sorpresi dall’inattesa violenza della droga. Al ¬≠lineate in fuga sulle pareti del corri ¬≠doio, si susseguono ventuno composi ¬≠zioni, ciascuna con la data in calce, tra gli estremi del ’58 e del ’67. Uno spaccato della piccola borghesia del Nord √Ę‚ÄĒ coppie a spasso domenicale sulla macchina nuova, piccoli ingegne ¬≠ri ¬ę allegri ¬Ľ, impiegati di banca in gi ¬≠ta collettivamente organizzata, ragio ¬≠nieri, medici, geometri √Ę‚ÄĒ nel punto in cui la sbornia del benessere non era ancora smaltita, la festa non ac ¬≠cennava a finire, ma tra i bicchieri ro ¬≠vesciati, il fumo, le pietanze abban ¬≠donate sul tavolo si poteva gi√† pre ¬≠vedere la sporcizia e lo squallore del risveglio, il futuro disgusto mattutino, le stanze in disordine tutte da rifare.

C’√® un’aria cos√¨ viziata, in questi racconti di Arpino, un tale ristagno di odori, un tale risentimento, stordimen ¬≠to, una tale accidia incarognita che non si pu√≤ fare a meno di connettere al cattivo alito della Storia un’ispira ¬≠zione che insegue, o esprime, il volta ¬≠stomaco come sottile e nascosta arma di provocazione. Questi racconti sono stati scritti con la bocca amara, ma sottintendono anche una delusione, una confusione psicologica. E qualche puntata tra i contadini del Meridione, dove sotto poveri tetti e tra foglie di tabacco scoppiano tragedie e si con ¬≠sumano omicidi d’onore, come nel rac ¬≠conto dal titolo La moglie infedele, o nei quartieri alti, dove dame si ag ¬≠girano in ville assediate dal mistero, accennando passi di danza in giardino e lasciandosi baciare nella penombra dei sottoscala, come nel racconto La stanza buia, non fa che mettere in maggiore e pi√Ļ netto risalto la fonda- mentale monocromia della tematica piccolo-borghese. Si sottrae alla strut ¬≠tura dell’insieme, invece, con forte contrasto, la quarta sezione del libro, che riunisce tre racconti, uno dei qua ¬≠li di gusto cecoviano, gli altri due di ispirazione fantascientifica (favole con una coda morale), e tutti insie ¬≠me inaspettatamente ambientati tra la Russia e i cieli.

C’√® da pensare che Arpino abbia messo insieme la raccolta senza darle troppo credito, forse senza neppure ac ¬≠corgersi del suo intrinseco aspetto so ¬≠ciologico. Del resto questo scrittore, si sa, cammina liberamente per sen ¬≠tieri ¬ęnaturali ¬Ľ, crede ancora nelle ¬ę storie ¬Ľ, presuppone √Ę‚ÄĒ voglio di ¬≠re √Ę‚ÄĒ che un racconto si organizzi so ¬≠prattutto intorno a un’invenzione ori ¬≠ginaria, a una trovata da sviluppare. Spesso le storie di Arpino, artistica ¬≠mente pompate, assomigliano a bar ¬≠zellette crudeli, appunto a quel tipo di ¬ę storie ¬Ľ che in casa di amici, o in salotto, servono da eccitanti per mandare avanti una serata. Invenzio ¬≠ni beffarde, al limite del credibile, che risvegliano la verit√† col disgusto, attraverso procedimenti deformanti in chiave generalmente grottesca.

 

Scrittore innamorato della storia

 

Arpino √® scrittore capace di ghigna ¬≠re senza che mai si riesca a coglierlo in quella smorfia, il naturalismo gli ha insegnato l’obiettivit√†, la faccia impassibile quando √® sul punto di col ¬≠pire. E come tutti gli scrittori inna ¬≠morati della ¬ę storia ¬Ľ che racconta ¬≠no, ambienta personaggi e situazioni d’istinto, lascia che il tema cresca su se stesso, lavorandolo meccanicamen ¬≠te, con pazienza artigiana, aggiustando a poco a poco le luci, ritocco su ritoc ¬≠co, come farebbe un pittore vecchia maniera, allontanandosi e ritraendosi dalla tela, ogni pennellata un effetto. I suoi quadri sono tutti concreti, tutti compiuti: salva la quota di astrazione che compete a una vocazione spesso pretestuosa, la mano di Arpino √® rea ¬≠listica, addirittura amante della sen ¬≠sibilizzazione animalesca del reale, con stilemi del tipo: ¬ę semafori-palpe ¬≠bre ¬Ľ, ¬ę Torino aperta come un venta ¬≠glio ¬Ľ, ¬ę tram-insetti brillanti ¬Ľ. A que ¬≠sta disposizione ad animare le cose, a conferire loro vitalit√† e movimento con una scrittura colorita e gestuale, Arpino si √® mantenuto sempre fedele, fin dai suoi inizi. E’ in questa dire ¬≠zione che si va definendo una sua ¬ę maniera ¬Ľ.

E tuttavia c’√® qualcosa di equivoco nella vitalit√†, nella spavalderia arrem ¬≠bante del linguaggio di Arpino. Scatti e accensioni della fantasia, la sua estroversione di narratore teso e ner ¬≠voso, combatte, si direbbe, contro una depressione originaria, contro un’in ¬≠vincibile fiacchezza e mollezza di fon ¬≠do. Quanta pi√Ļ energia Arpino river ¬≠sa nelle sue pagine, tanto meno rie ¬≠sce a convincerci della sua natura ir ¬≠rompente, impulsiva e felice. Mentre il suo approccio con la realt√† √® essen ¬≠zialmente visivo, alle sue capacit√† di sguardo sembra poi negata proprio la freschezza e la forza del vedere e del ¬≠lo scoprire. Mi ha sorpreso un leit ¬≠motiv, un tic, in questa raccolta di storie: la frequenza e la qualit√† del ¬≠le lunghe, carezzanti occhiate che i diversi personaggi, quale che sia la lo ¬≠ro condizione, la loro et√†, il loro sesso, lasciano cadere su ci√≤ che ca ¬≠sualmente s’imbatte nella loro vista, sui mobili di una stanza, sui paesag ¬≠gi in fuga nel riquadro di un finestri ¬≠no, su una massaia in faccende, sulle chiome dei noccioli, su file di fagioli verdi…

Questo sguardo √® sempre lo stesso, queste creature hanno l’aria, quello che vedono, di averlo gi√† visto cen ¬≠to volte. E’ uno sguardo stracco, di esclusi. E’ lo sguardo di Arpino, ogni volta che lo scrittore, diviso tra impe ¬≠ti di rabbia e impulsi di oscena piet√†, decide di abbandonarsi al piacere di sentirsi deluso. Ma √® uno sguardo che lo scrittore, il quale guarda con occhi rientrati, non rivolge alle cose, bens√¨ a se stesso. Non era forse la dissolvenza di un mistero, la storia di una delusione, La suora giovane?

 

Al meglio negli irritati autoritratti

 

Insomma Arpino √® scrittore intro ¬≠verso, che deve avere pronunciato una volta per tutte, nei confronti della vi ¬≠ta, un ¬ę no ¬Ľ remoto, antico, primige ¬≠nio, e mentre ci ripete le infinite mo ¬≠dulazioni della sua negazione e della sua solitudine, nello stesso tempo si ostina a farci credere che egli si muo ¬≠ve con disinvoltura tra capricci e sorprese del reale. In altri termini, si direbbe che egli ha scambiato la qua ¬≠lit√† del suo talento con una virt√Ļ di ¬≠versa, che non gli appartiene, con il dono, la grazia, la felicit√† naturale del narrare. Mentre √® scrittore diverso, continuamente impicciato con un ¬ę io ¬Ľ arrabbiato, ¬ę infelice ¬Ľ e intorcinato. Cos√¨, almeno in queste composizioni, riesce ,al meglio quando impresta la propria voce a un alter-ego, scriven ¬≠do in prima persona e disegnando in ¬≠direttamente irritati autoritratti: un personaggio c√≤lto in posa, ai margini, a una curva o a un traguardo della vita, che poi √® sempre lo stesso, cio√® quarant’anni, la perdita dell’adole ¬≠scenza, la giovinezza degli altri sen ¬≠tita come un insulto, come un’ingiu ¬≠stizia villana e umiliante. ¬ę Quarant’anni possono anche essere niente, una briciola che ti sparisce tra le di ¬≠ta ¬Ľ. Come se, per avidit√† di vita una volta mangiato voracemente, Arpino non sappia pi√Ļ distinguere tra ritor ¬≠no di voglie e disgusto, tra nausea e ingordigia. ¬ę Essere giovani, e non ti manca niente, anche se non sai… ¬Ľ. Tutto sommato, questo mi sembra il motivo pi√Ļ autentico del libro, del re ¬≠sto suonato a chiare note: ¬ę Sono in ¬≠felice, incerto, dolorosamente sorpre ¬≠so dalla maturit√†, vinto e sconcerta ¬≠to dalla perdita dell’adolescenza ¬Ľ.

A parte il suono di queste fungibili voci ¬ę reali ¬Ľ, che tutte insieme fanno quella di Arpino, per il resto dispiace che lo scrittore si misuri con perso ¬≠naggi e storie di repertorio. Sar√† che il raccontare artigiano d√† oggi un’im ¬≠pressione di convenzionalit√†, di truc ¬≠co a portata di mano, ma questi rac ¬≠conti, da qualche parte, tanti e tanti anni fa, li abbiamo tutti gi√† letti. An ¬≠che quando la finestra del narratore si apre sull’impossibile, e nascono quelle che il risvolto editoriale, con puntuale rilievo tecnico, chiama ¬ę sto ¬≠rie stregate ¬Ľ (un gatto che riesce con sforzo disperato e mostruoso a mia ¬≠golare le sillabe del nome della pa ¬≠drona; la piccola moglie babbuina che scoppia di gelosia perch√© il ma ¬≠rito, allo zoo, osserva ammirato una gigante femmina di gorilla, ¬ę lucida nel pelo nero, dall’occhio violento di catrame ¬Ľ; il nano che vede andarsene in cocci la propria esistenza per il fatto di crescere e diventare normale) si ha l’impressione che a motivare le scelte surreali e subumane di Arpi ¬≠no, nell’ordine del grottesco, sia so ¬≠prattutto la consapevolezza della pro ¬≠fonda, diversa ¬ę irrealt√† ¬Ľ del suo re ¬≠pertorio narrativo.

Non sto mica chiedendomi, o forse s√¨, se sia ancora possibile far ¬ę pen ¬≠sare ¬Ľ dei personaggi, spiarne gli sta ¬≠ti d’animo, i riflessi, le variazioni di umore. Ma come si fa a non chieder ¬≠si se queste storie, la villa con la sua dama misteriosa, la povera vecchia col cane-marito, il bancario con la sua avventura di treno: la vita √® que ¬≠sta? No, non lo √®, la vita √® tutta di ¬≠versa dal ¬ę realismo psicologico ¬Ľ di queste storie. Forse Arpino dovrebbe avere il coraggio di rifiutarsi, qual ¬≠che volta, al proprio talento, di ri ¬≠bellarsi alla cucina casalinga. E’ vec ¬≠chia storia, ma per essere scrittori bi ¬≠sogna dimenticare di esserlo. E’ co ¬≠s√¨, parr√† strano, ma √® cos√¨. Il mestie ¬≠re, quanto c’√® di pi√Ļ nobile nell’uomo, non si sa come, √® sempre quello che ci danna e che ci corrompe.

 


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Bart