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Ritorno alla Realtà

28 Aprile 2013

di Massimo Franco
(dal “Corriere della Sera”, 28 aprile 2013)

L’immagine che immortala la nascita del governo di Enrico Letta non è quella solitaria del presidente del Consiglio mentre annuncia i suoi ministri. È l’altra di pochi attimi dopo, nella quale il premier stringe la mano con entrambe le sue a Giorgio Napolitano, apparso a sorpresa quasi per offrirgli un supplemento di legittimazione. Il capo dello Stato ha definito Letta «l’artefice » di una coalizione così inedita da cancellare vent’anni di Seconda Repubblica di «nemici ». E ha chiesto di non cercare strani aggettivi per un governo semplicemente «politico », benché manchino tutti i protagonisti del passato.

È vero, è politico, con Angelino Alfano vicepremier. Ma lo sfondo evoca qualcosa di più. Segna il primo esplicito tentativo di pacificazione dell’Italia dopo la parentesi dell’esecutivo dei tecnici di Mario Monti, alla guida di una maggioranza definita allora «anomala ». Adesso, quella maggioranza assume contorni «normali » che fanno storcere il naso a sacche di un elettorato trasversale di destra e di sinistra. Ma proprio per questo suggerisce una svolta. È la conferma che non si poteva tornare indietro; e la conseguenza obbligata di elezioni senza vincitori né vinti, almeno dal punto di vista dei numeri: gli unici che contino in democrazia, mentre si gonfia un’onda populista minacciosa.
L’equilibrio fra presenza maschile e femminile è evidente e positivo. Accanto però a esigenze altrettanto vistose di compromesso che lasciano trasparire qualche incognita sulla tenuta parlamentare. Esagerare il ricambio generazionale sarebbe riduttivo: declasserebbe un accorto bilanciamento di esperienze e sminuirebbe la scelta di rassicurare la comunità internazionale sul piano politico e finanziario. Emma Bonino alla Farnesina riflette un identikit atlantista sovrastato dalle sue storiche battaglie radicali, ma granitico. E Fabrizio Saccomanni all’Economia ribadisce il ruolo di garanzia di Bankitalia agli occhi della Bce, e non solo.

Si può anche dire che ha vinto ai punti Silvio Berlusconi; e che il Pd appare sottorappresentato nei ministeri. Ma gridarlo significherebbe sbilanciare strumentalmente l’equilibrio raggiunto. Quanto sta accadendo grazie alla determinazione di Napolitano, alla tenacia del premier e al senso di responsabilità, o magari solo alla rassegnazione dei partiti, è un ritorno della politica alla realtà: tutti hanno rinunciato a qualcosa. E dal modo in cui Letta e gli alleati riusciranno a governare e a durare, si capirà se segna anche il ritorno della politica in quanto tale. C’è poco tempo per dimostrarlo. E l’attesa dell’opinione pubblica è enorme e, a questo punto, giustamente impaziente.


Un medico per l’Italia malata
di Eugenio Scalfari
(da “la Repubblica”, 28 aprile 2013)

L GOVERNO Letta è nato ieri pomeriggio. Presterà giuramento questa mattina e si presenterà al Parlamento domani. Nelle circostanze date è un buon governo. Enrico Letta aveva promesso competenza, freschezza, nomi non divisivi. Il risultato corrisponde pienamente all’impegno preso, con un’aggiunta in più: una presenza femminile quale prima d’ora non si era mai verificata. Emma Bonino agli Esteri è tra le altre una sorpresa molto positiva; sono positive anche quelle della Cancellieri alla Giustizia e di Saccomanni all’Economia.

L’intervento di Napolitano nella sala stampa del Quirinale dopo la lettura della lista e le parole di ulteriore chiarimento da lui pronunciate confermano la solidità del risultato. Persino il Movimento 5 Stelle dovrebbe prendere atto che un passo avanti verso un cambiamento sostanziale è stato compiuto. Ma ora facciamo un passo indietro per capire meglio qual è la prospettiva che ci si presenta e le cause che l’hanno determinata.

* * *

“L’Italia l’è malada”, così cantavano i contadini delle Leghe del Popolo nella Bassa Padana e nelle Romagne, aggiungendo “e il dottor l’è Prampolin”: Camillo Prampolini, che fu uno dei fondatori del partito socialista nel 1892. Questo stesso titolo lo usai alcuni anni fa sul nostro giornale commentando un altro periodo di crisi tra i tanti che si sono succeduti nella nostra storia.

Questa volta però la crisi è ancora più grave perché non è soltanto il nostro paese ad esser malato, è malata l’Europa, è malato il Giappone, sono malati gli Stati Uniti d’America, è malata l’Africa e il Vicino Oriente. Insomma è malato il mondo. È un dettaglio? Non direi. Ma spesso ce lo dimentichiamo ed è un errore perché ci toglie la prospettiva, ci fa scambiare gli effetti per cause e prescrive le terapie che sono soltanto “placebo” e non medicine efficaci.

La malattia cominciò nel 2008 con la crisi del mercato immobiliare americano che culminò col fallimento della Lehman Brothers. Poi, nei mesi e negli anni successivi, si allargò all’Europa, coinvolse in varia misura il resto del mondo e infine diventò, in Europa, recessione e crisi sociale. Durerà fino all’anno prossimo e questo è lo stato dei fatti.

La politica ha ceduto al passo all’economia e deve riprendere la sua supremazia e puntare sull’espansione? Lo sostengono in molti e Krugman lo teorizza, ma gli sfugge un elemento fondamentale: nel mondo globale la ricchezza tende a ridistribuirsi tra i paesi che emergono dalla povertà e gli altri che riposano passivamente su un’antica opulenza.

Questo movimento ha una forza e una ineluttabilità che non possono essere arginate; possono essere tutt’al più contenute entro limiti sopportabili attraverso un confronto tra le potenze continentali.

Se ci fosse uno Stato europeo, esso sarebbe in grado di sostenere quel confronto, ma fino a quando non ci sarà i governi nazionali resteranno irrilevanti. Che l’errore lo faccia Grillo invocando la palingenesi è comprensibile, ma che lo facciano anche intelletti consapevoli è assai meno scusabile.

Probabilmente la causa dell’errore sta nel fatto che l’analisi della situazione e la terapia capace di guarirne la malattia sono soverchiate dagli interessi, dalle ambizioni, dalle vanità delle lobbies e degli individui. L’egoismo di gruppo ha la meglio, l’emotività imbriglia la ragione, la vista corta di chi vuole tutto e subito impedisce la costruzione di un futuro migliore. La palingenesi non è la costruzione del futuro, ma un’utopia che porta con sé la sconfitta.

* * *

Il governo si chiama istituzionale perché è stato formato seguendo rigorosamente la procedura indicata dalla Costituzione e lo spirito che ispira il nostro ordinamento democratico. Lo stesso avvenne con il governo Monti nel novembre 2011, in comune i due governi hanno la situazione di emergenza. Quella di due anni fa era un’emergenza della finanza pubblica che rischiava di precipitare in un fallimento del debito sovrano e dello Stato; quella di oggi è un’emergenza economica e sociale che rischia di determinare una decomposizione della società.

Le emergenze limitano la libertà di scelta e impongono soluzioni di necessità. In questi casi il rigoroso rispetto della meccanica istituzionale diventa la sola via praticabile e il primo che ha dovuto cedere a questa scelta obbligata è stato Giorgio Napolitano. Aveva deciso e più volte ripetuto di non voler essere riconfermato al Quirinale e ne aveva spiegato pubblicamente e privatamente le motivazioni. L’emergenza nel suo caso non è stata soltanto la crisi sociale ma la crisi politica che non ha reso possibile la nomina del suo successore. Perciò, suo malgrado, Napolitano ha dovuto restare al Quirinale.

Suo malgrado, ma per fortuna del paese. Napolitano conosce benissimo i limiti e i doveri che la Costituzione gli prescrive; proprio per questo, nell’ambito di quel quadro, può agire con la massima energia. Se le forze politiche non reggeranno ad una “mescolanza” che contiene – non c’è dubbio – anche elementi repulsivi, se ne assumeranno l’intera responsabilità.

Ci sono molti precedenti in proposito e lo stesso Napolitano ne ha richiamato uno: l’incontro politico tra Moro e Berlinguer a metà degli anni Settanta. La mescolanza ci fu, o meglio mosse i suoi primi passi per iniziativa di quei due interlocutori; ma è stata facile l’obiezione di alcuni critici che hanno ricordato non soltanto la diversità delle situazioni storiche ma anche la diversa qualità degli interlocutori. È vero, ma ci sono altri esempi, forse più probanti.

Nel 1944, quando la guerra era ancora in corso e le armate contrapposte si fronteggiavano sulla cosiddetta “linea gotica” a ridosso del Po, Palmiro Togliatti riuscì ad arrivare da Mosca a Napoli. Il Pci era stato ricostituito nel Sud dai dirigenti clandestini finalmente alla luce del sole; a Napoli il segretario locale del partito era Cacciapuoti, comunista a 24 carati. Sbarcato a Napoli, Togliatti arrivò inaspettato a casa di Cacciapuoti.

Commozione, abbracci, convocazione immediata di tutti i dirigenti del partito, cena improvvisata, entusiasmo. Dopo cena si fece silenzio. Togliatti disse che voleva per l’indomani l’assemblea di tutti gli iscritti, dove avrebbe annunciato le decisioni da mettere in atto. “Ci puoi anticipare quali sono le decisioni?” disse Cacciapuoti e Togliatti rispose “riconosceremo il governo Badoglio e l’appoggeremo”. Lo sbalordimento fu generale, ma Togliatti spiegò che non c’era altra via almeno fino a quando l’armata americana non fosse entrata a Roma. Pochi giorni dopo incontrò Benedetto Croce che era arrivato da tempo alle medesime conclusioni e faceva parte del governo Badoglio.

C’è ancora un altro esempio che riguarda Berlinguer. Quando il Pci dall’astensione passò al vero e proprio ingresso nella maggioranza, il presidente del Consiglio designato da Moro era Andreotti, sicché il passaggio dalla “non sfiducia” al voto in favore del governo ebbe Andreotti come interlocutore. Moro fu rapito lo stesso giorno del voto che però era stato deciso già prima da Berlinguer.

Badoglio nel ’44, Andreotti nel ’78, il Pci di Togliatti e poi quello di Berlinguer. Napolitano era a Napoli nel ’44 e a Roma nel ’78. Adesso ha responsabilità assai maggiori di quelle che allora ebbero i due leader comunisti. Lui è il primo ex comunista andato al Quirinale 58 anni dopo la firma della Costituzione. Ma un presidente al di sopra delle parti come lui, salvo Ciampi, non è mai esistito. Garantisce tutti, ma garantisce soprattutto il paese e per questa ragione nell’interesse del paese agisce con tutta l’energia necessaria.
Ora vedremo il governo Letta al lavoro. Se i fatti corrisponderanno alle parole molte sofferenze saranno lenite e molte speranze riaccese.


Una generazione di politici è uscita di scena
di Mario Calabresi
(da “La Stampa”, 28 aprile 2013)

Ecco la prima chiara conseguenza del durissimo discorso di Giorgio Napolitano dopo la rielezione: una generazione è uscita di scena.
Molti di quelli che applaudivano le bordate del Presidente, oggi non lo farebbero più. Ora che il conto è stato presentato proprio a loro che occupavano ruoli di primo piano nei due maggiori partiti e nei precedenti governi politici. Un conto salato, figlio della necessità di un gesto di discontinuità che ha eliminato i responsabili delle mancate riforme.

Non poteva essere altrimenti. Letta non poteva permettersi di avere a bordo i big del passato e nemmeno i falchi dei due schieramenti sia perché la richiesta di cambiamento sarebbe parsa carta straccia, sia perché gli elettori dei due maggiori schieramenti, già a disagio (per usare un eufemismo) per le larghe intese, non lo avrebbero accettato.

Così un governo di facce più giovani e meno caratterizzate, anche se con due pesi massimi come Bonino e Saccomanni, può trasformare la sua debolezza in una forza. Se la debolezza sono i volti fino a oggi di secondo piano, la forza è che non scatenano crociate e saranno giudicati per quello che faranno e non per il passato. Il Paese ha atteso troppo, ora non si perda più tempo e si parli di futuro.


I ministri del governo Letta: ecco chi sono i loro “padri politici”
di Sebastiano Solano
(da “Libero”, 28 aprile 2013)

I 21 ministri del nascente governo Letta non sono stati scelti a caso. O meglio, non solo in base alle loro competenze. Criterio fondamentale nella composizione delle liste è stata anche, ovviamente, l’appartenenza partitica, ma soprattutto la corrente di riferimento all’interno di ciascun partito. Ma c’è di più: oltre ai partiti, un ruolo cruciale l’ha svolto Giorgio Napolitano, che ha avallato la presenza nell’esecutivo di diverse personalità. Un sorta di manuale Cencelli, insomma, raffinato e chirurgico. Ma andiamo nel dettaglio

Gli azzurri –  Il Pdl ha portato a casa cinque importanti caselle ministeriali: Angelino Alfano, che sarà anche il vice di Letta, presiederà il Viminale, il ciellino Maurizio Lupi sarà a capo della Difesa, mentre Beatrice Lorenzin sarà il prossimo ministro della Salute. Nunzia De Girolamo sarà invece a capo del ministero delle politiche agricole. Niente da fare per gli altri big del Pdl, su cui è calato il veto del Pd. Il ‘saggio’ Gaetano Quagliariello si occuperà invece del delicatissimo tema delle riforme costituzionale, il vero banco di prova del governo delle larghe intese. Ma sulla nomina di Quagliariello è pesata molto anche la manina di Napolitano, che non più tardi di 15 giorni fa lo nominò nella commissione dei saggi.

I rossi  Molto più complessa la situazione nel Pd. Diviso in mille fazioni in guerra tra di loro, tanto che un giorno si e l’altro pure viene paventata una possibile scissione, Enrico Letta ha dovuto operare una difficilissima opera di mediazione tra le diverse anime. Così, ha piazzato Maria Chiara Carrozza, sua fedelissima, all’Istruzione, oltre ad aver voluto espressamente Cecile Kyenge, incoraggiato dalla mossa della Lega che si è messa all’opposizione. Lo sconfitto Pierluigi Bersani è stato invece accontentato con il ministero dello Sport affidato a Josefa Idem, eletto nel listino bloccato del segretario dimissionario, e con il Sindaco di Padova Flavio Zanonato. A rappresentare i ‘giovani turchi’ nel governo ci sarà invece Andrea Orlando, mentre a rappresentare l’area Dem  (Franceschini e Veltroni), comunque molto vicina a Letta, è lo stesso Franceschini. Graziano Del Rio sarà poi il presidio di Matteo Renzi nel governo, mentre Massimo D’Alema viene tenuto buono con la nomina di Massimo Bray alla Cultura.

Il centrino – Sui nomi c’è stato un vero e proprio regolamento di conti all’interno di Scelta civica. Enzo Moavero è un fedelissimo di Mario Monti, mentre Mario Mauro è stato voluto direttamente dal capo dello Stato, così come Anna Maria Cancellieri. Casiniani, montezemoliani e l’area che fa riferimento al fondatore della Comunità di Sant’Egidio sono invece rimasti a bocca asciutta. Una vendetta del Professore, che non ha gradito alcune uscite dei suoi parlamentari in seguito alla debacle elettorale e, soprattutto, una staffilata a Casini, che in un’intervista aveva giudicato un errore imperdonabile quello di essersi alleato con Monti. I rapporti tra la montezemoliana Italia Futura e Monti sono invece incrinati da un bel po’: questo è solo un altro round di una guerra di logoramento che va avanti da prima delle elezioni.

Il partito di Napolitano – Il vero vincitore di questa intricata partita è però Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica ha piazzato i suoi uomini in diversi ministeri chiave. Abbiamo già accennato a Mauro e Quagliariello, già incaricati dallo stesso Napolitano nel ruolo di saggi. A loro si aggiungono Fabrizio Saccomanni  e Anna Maria Cancellieri, espressamente voluti dal capo dello Stato in due ministeri che si annunciano incandescenti, ossia, rispettivamente, quello dell’Economia e quello della Giustizia. Ma non basta. Diretta emanazione di Re Giorgio è anche il mago dei numeri Enrico Giovannini, presidente Istat, che si occuperà delle politiche sociali.

Doppio colpo Cl – Dall’anomalo governo di larghe intese, dove l’attenzione per la rappresentanza di tutti i centri di potere è stata quasi maniacale, il grande sconfitto è il Vaticano. Merito del cambio della guardia sul soglio di Pietro? Può darsi. Quel che è certo è che molti, moltissimi cattolici erano tra i papabili ma alla fine sono stati scartati. Non ce l’ha fatta, come detto, Andrea Riccardi, non è stato nemmeno preso in considerazione il potentissimo capo delle Acli Andrea Olivero ed è rimasto fuori dai giochi anche l’Udc di Casini, se si esclude la nomia di D’Alia. A fare l’en plein è stata invece Comunione e Liberazione che ha messo a segno un doppio colpo: Maurizio Lupi e Mario Mauro.


Governo Letta, un cambio di stagione
di Viman Cusenza
(da “Il Messaggero”, 28 aprile 2013)

Non c’è commento migliore al governo appena nato della foto che qui a fianco ritrae Giorgio Napolitano mentre stringe le mani di Enrico Letta. Ed è difficile capire dove cominci la stretta del primo e finisca la presa del secondo, come padre e figlio sinergicamente s’affidano l’un l’altro prima delle navigazioni impegnative della vita. È lo scatto di un passaggio del testimone generazionale, dove entrambi sanno che stavolta non si può fallire. Perché questo eventuale naufragio sarebbe esiziale proprio per il sistema democratico stesso, almeno quello che abbiamo conosciuto dal 1946 ad oggi: fondato sui partiti e basato su istituzioni parlamentari che dovrebbero esprimere gli animal spirits del Paese.

Il richiamo al Dopoguerra non è casuale: bisogna risalire proprio a quell’anno per vedere affiancati in uno stesso governo esponenti dei primi due partiti (allora la Dc e il Pci). Una parentesi che, nonostante la tentazione consociativa che ha minato le basi della nostra Repubblica nelle stagioni più buie, è stata salutare per il Paese. Ci ha consegnato la Costituzione, una certa idea (rinnovata) di Patria, rinsaldato lo spirito di appartenenza dopo le devastanti divisioni del fascismo prima e della guerra poi. Il nuovo governo Letta, a prescindere dal peso specifico dei suoi componenti, è chiamato ad un’impresa simile (al netto del conflitto mondiale): una piccola-grande rifondazione del concetto di buon governo perché almeno generazionalmente sono venuti meno i muri e gli steccati che hanno avvelenato gli ultimi decenni, con la violenza e l’odio politico e la loro interminabile scia di sangue.

Chi è stato giovane negli anni Ottanta, come Enrico Letta e molti componenti del nascituro governo, si è scontrato costantemente e amaramente con generazioni che della differenza di casacca hanno fatto la loro bandiera. Quante volte si usciva scornati dalle fumisterie ideologiche di certi consessi (di destra o sinistra che fossero) in cui sconsolatamente si certificava l’impossibilità di confrontarsi e dunque collaborare sui fondamentali. Una chimera per anni e anni. Adesso sembra arrivata l’occasione per mandare una stagione in soffitta, archiviando un ventennio che, nato dalle ceneri del vecchio pentapartito e all’insegna dell’euforia referendaria, doveva riavvicinare i cittadini alla politica. Sappiamo com’è andata, come sono stati spesi i soldi dei partiti, come si siano trascinati assetti istituzionali giurassici, come le nuove forze politiche abbiano perfettamente emulato le vecchie.

Di questa voglia di cambiare pagina si intravede qualche segnale: sono spariti dall’organigramma molti leader protagonisti della stagione predetta e di gran parte degli ex ministri dei governi Prodi e Berlusconi. Non basta a garantire il risultato ma almeno è una premessa indispensabile. L’unica che possa bilanciare un profilo medio dei nuovi ministri che, a parte l’arruolamento di un paio di figure di grande esperienza e dal curriculum forte, altrimenti non giustificherebbe entusiasmi a scatola chiusa.

Alcuni segnali sono però contradditori e segnalano la fragilità del quadro politico: il Pd ha scelto una presenza numericamente ampia ma – a parte il neo premier – non legata a dicasteri di peso rilevante. Una timidezza che tradisce i profondi tormenti che il partito attraversa in questa fase. Il Pdl con la sua dose massiccia di ministri di peso invece testimonia l’ansia di un abbraccio muscolare al nuovo governo, spia della voglia di Berlusconi di condizionarlo per la consapevolezza di poterlo far cadere al momento opportuno. I montiani di Scelta civica fanno il pieno di caselle, anche al di là della loro consistenza numerica, tradendo così l’esperienza manovriera accumulata in pochissimo tempo dal loro fondatore.

Speriamo che il mix funzioni. In fin dei conti, i compiti che questo governo si è dato sembrano, ridotti all’osso, tre: le riforme costituzionali, la ripartenza del Paese all’insegna della crescita e del relativo allentamento della religione tedesca del rigore a tutti i costi, il recupero delle diseguaglianze anche tra Nord e Sud del Paese, come si intuisce dalla composizione geografica di alcuni ministeri. Il tutto nella consapevolezza che sugli spalti c’è Grillo pronto a impallinare ad ogni passo falso Letta e i suoi quarantenni gridando all’inciucio e alla pastetta. Il che, preso nelle giuste dosi, può essere anche l’antidoto salutare per evitare di cadere in trappola alla prima curva.


Governo Dc, fine dei comunisti
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 28 aprile 2013)

E adesso ci si chiede: chi ha vinto? Vediamo. Il Pd ha perso un segretario (Bersani), due padri nobili (Prodi e Marini), un grande vecchio (Rodotà), un alleato (Vendola), la benevola copertura del presidente Napolitano, cinque punti di consenso elettorale, faccia e credibilità, dovendo alla fine governare con Berlusconi nonostante solenni giuramenti (vero Bersani, Gotor, Franceschini, Finocchiaro e compagnia cantante?). Ha perso la casta dei professionisti del moralismo: pagliacci alla Dario Fo, salottieri alla Barbara Spinelli, manettari alla Travaglio, inutili alla Flores D’Arcais, tromboni che non ne azzeccano mai una alla Lucia Annunziata. Perde Grillo, che avendo sprecato un paio di jolly come un dilettante ha ridotto il suo Movimento a un ininfluente fatto di costume.

E, detto che Mario Monti aveva già irrimediabilmente perso nell’urna, ci chiediamo: il Pdl? Torna al governo, riconquista autorevolezza e assoluta centralità politica, guadagna cinque punti nei sondaggi, zittisce tutti i sopracitati signori, ma per fare davvero bingo gli manca un tassello fondamentale per noi tutti: portare a casa il programma economico promesso in campagna elettorale (Imu, Iva, sgravi eccetera) pur senza controllare direttamente i ministeri di riferimento. Ce la farà? Lo sapremo lunedì, quando Letta esporrà il suo programma alle Camere per la fiducia, ma qualche indizio mi fa ben sperare e se così non fosse si vanificherebbe in un colpo solo tutto il buon lavoro fatto negli ultimi mesi.

Dicono che il Pd si sia consegnato al Pdl per non sfasciarsi del tutto e che Berlusconi, saggiamente, non abbia voluto stravincere. Il Cavaliere ha tenuto in panchina i cosiddetti falchi, ma questo non vuol dire che abbiano vinto le colombe. Un conto è la tattica, altro è la strategia, che a mio parere non cambia: tornare maggioranza, e quindi alle elezioni, nel più breve tempo possibile. Il risultato è il varo del governo Letta, un governo democristiano (democristiani nascono sia lui sia Alfano, Lupi, Mauro e chissà che in prospettiva non voglia dire qualche cosa di più) che lascia a casa in entrambi gli schieramenti le personalità ingombranti e i protagonisti delle ultime dure battaglie politiche e mediatiche. Napolitano, padre padrone del gioco, conoscendo i suoi polli (o vecchie volpi, scegliete voi) ha voluto evitare che finisse in zizzania già poche ore dopo l’insediamento.

E resta comunque il fatto storico che destra e sinistra governano insieme. Non accadeva dai tempi della Costituente del 1946. Era per sostenere il governo De Gasperi mentre deputati e senatori stavano scrivendo la Costituzione. Potrebbe essere utile riprovare lo stesso schema, portando l’Italia in una Repubblica presidenziale non occulta, come ora, ma palese. Non mi faccio illusioni.

Sono certo che la vendetta di Bersani e della componente comunista del Pd (esclusa da tutto per la prima volta) non si farà attendere a lungo. E sarà dura e cattiva, come nel loro stile. Non è il caso di abbassare la guardia su più fronti: anche la faccia da bravo ragazzo del Dc Letta non mi incanta. Ricordiamoci che fino a pochi giorni fa anche lui era in prima linea a urlare: mai con Berlusconi. Alfano vigili.


Letto 2456 volte.


1 commento

  1. Commento by Pet — 17 Ottobre 2013 @ 23:17

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