di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, martedì 30 giugno 1970]
La casa editrice Adelphi si distingue in pubblicazioni di genere scelto in occasioni op portune. Tale il « tutto Niet zsche » in traduzione italiana da testo filologicamente re staurato criticamente dai due studiosi Giorgio Colli e Maz zino Montinari.
L’impresa, laboriosa, deli cata e difficile, non è più lon tana da compiersi, ma col re cente tomo III del volume VI ha raggiunta la compiutezza per quanto nell’opera di Niet zsche concerne la dottrina del superamento e della « trasva lutazione di tutti i valori », « di là dal bene e dal male », nel mito di « Zarathustra » e nella mistica del superuomo e del superumano. E qui egli protesterebbe che non è un mito né una mistica: ma al lora è sogno e fantasticheria.
Questo terzo tomo compren de l’ultimo Nietzsche, «ultimo » in ogni senso e significato, di quel fervido e frenetico anno 1888, in cui il dramma intel lettuale dello scrittore, grande, come tale, e sempre geniale, si chiuse, anzi precipitò nella catastrofe fisiologica della paz zia, ai tre di gennaio dell’89.
E’ in questo libro, il critico ed autocritico del « Caso Wag ner » e di « Nietzsche contra Wagner »; è il Nietzsche pole mico ed ultrapolemico imper versante nella filosofia « a martellate » del « Crepuscolo degli idoli » e di « Anticri sto »; è, così, nel « Crepusco lo » come in ogni pagina, il passionato eversore d’ogni, sia tradizionale e sia attuale, fede e convinzione; il Nietzsche in fine di « Ecce homo », auto biografico di suo genere.
Che questo dionisiaco, anzi questo Nietzsche-Dioniso, pre senti sintomi patologici d’esal tazione e megalomania e schi zofrenia, è un fatto, ma da sommettere a giudizio critico e storico: letterario poi, in quanto anche e precisamente l’esaltazione « dionisiaca » del Nietzsche « ultimo », artistica e filosofica che sia, poetica ed umana, è logica, inevitabile, necessaria, eroica a suo modo e in ogni modo tragica: e let terariamente feconda e ge niale.
A questa conclusione criti ca riesce di valido aiuto la filologia dei restauratori del testo originale genuino, che nelle opere suelencate, scabro se e scandalose anche e spe cialmente per nietzsciani di prima osservanza come il « di scepolo » Gast e la sorella Eli sabetta, subì manipolazioni e « castrazioni », è il termine usato dal Gast, alle quali prov vidamente rimediano in buo na parte i due curatori odier ni, con risultati che stanno in contrando, grato a sapersi, ap prezzamento e successo inter nazionale.
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Fatto sta che questo Niet zsche dell’88 poté assai a pro porre un dilemma: pazzo di genio o genio impazzito? A risolvere il quesito, a uscir dai corni del dilemma, porge va lido soccorso storico proprio la filologia con le sue indagini e scoperte, con le sue ragioni e giustificazioni, che vengono spontaneamente a dimostrare la connessione, lo sviluppo, la unità logica e fantastica, let teraria ed umana, del poeta di una « sensibilità filosofica », il termine è suo, del teste e con fessore, in tutti i possibili toni dello spirito, di una spirituale passione estrema, irremissibile, disperata, frenetica, e in ciò eroica, come ho detto, e tra gica, non che, « di là dal be ne e dal male », di là dal reale e dal fantastico.
La pretesa, per altro, di fi losofare « a martellate » e, vien fatto d’aggiungere, di cri ticare a unghiate, per esem pio nel capitolo del « Crepu scolo », « Scorribande di un inattuale », potrebbe intanto far torto al raro, straordinario artista della critica, poeta del l’estetica, intenditore, amatore, intimo, delle arti e degli ar tisti, specialmente poeti e mu sici. E fu intenditore forse uni co in tal grado e con tanta fi nezza di sentimento e d’espres sione, nel dire quel che nel l’arte e nella fruizione del l’opera d’arte c’è di inappa gabile felicità, di felicità no stalgica, di beatitudine rag giunta e perduta, d’insufficien te e d’irrinunciabile a un tempo.
In particolare, si rischierebbe di far torto al Nietzsche che definendo Wagner come genio espressivo di luci ed ombre e mezzeluci e penombre e sbalzi e sfumature dell’irraggiungibi le, dell’eterno fuggitivo poeti co, viene a dar definizione ed espressione di se stesso come esperto e saggiatore, mirabil mente intelligente e sensitivo, delle opere e del fatto esteti co, come teste e confessore d’una vita e vocazione spiri tuali intense fino a frangere. Sicché, la catastrofe finale vie ne a rivelare e a sancire la fa tale ed umana irrimediabilità di tal vita e di ciò che la resse e governò, che la sofferse, cioè la coscienza di sé ch’egli chia ma amor del fato. Resta a dire che le traduzioni, accuratissime, sommettono alle esi genze della rigorosa, scrupo losa fedeltà, non pure le ambizioni ma anche le tentazioni letterarie di un originale di scrittura, come tale, non che splendida e felice, concettosa e epigrammatica, curiosa e aggressiva, brillante.
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Mi vien di riandare al prime letture, e poi alle discussioni su Nietzsche con un amico che non poté, e neanche forse volle, svolgere intiero il vigore e l’acume di un ingegno critico acuto e rigoroso: Vincenzo Cardarelli. Che noi avessimo profondo rispetto per Nietzsche, risultava anche e sopra tutto dalla durezza degli esami e saggi a cui sottoponevamo il suo estetismo, « zarathustriano » fosse o « dionisiaco » o anticristiano o sovrumano, saggiandolo secondo l’austera moralità estetica dell’Action di Blondel, secondo il severo concetto filosofico dell’Estetica di Croce ed anche con l’aspra e acre polemica di quel disperato Weininger, che dalla metafisica e dall’etica di Kant deriva un’irata ed irosa condanna appunto dell’estetismo zarathustriano e dionisiaco e delle sue esibizioni ed evoluzioni. Rispettavamo, appunto studiandolo e saggiandolo, Nietzsche: che risolvessimo il problema non saprei affermarlo, e neanche che lo ponessimo in giusti termini. Direi che quanto più lo approfondivamo, tanto più riusciva insoluto, problematico. E non è che questo sia accaduto a noi soli, né che per noi soli il Caso Nietzsche fosse e restasse caso e quesito sospeso, fecondo di suggestioni più che di certezze.
Per tanto e perciò è con senso di gratitudine intellettuale che riconosco all’edizione critica e al suo apparato dimostrativo, esemplificativo, giustificativo, un valido concorso, direi pure decisivo, a porre il problema nei termini risolutivi. Nel riconoscere, filologicamente e criticamente dimostrato, come Nietzsche « divenne se stesso », si riconosce storicamente ed esteticamente evidente, ciò ch’egli è. E se ancora sia da chiamarsi « caso », è caso tragico, errore, anche nell’errore, eroico, quanto tremendamente, disperatamente logico e coerente fino alla follia, forse nella follia anche.
Sarebbe da dirlo un « caso » ascetico e religioso; ma lui protesterebbe fin dalla tomba!
E come canta alle « zampillanti fontane » notturne Zathustra? « Ah, foss’io notte! Ma questa è la solitudine mia: ch’io sia recinto di luce ».
Luce desertica, letale, solitudine di deserto al sole, del deserto che a sé fa Zarathustra e che si faranno l’Anticristo e Dioniso, il Nietzsche ultimo, l’Inattuale in toto, passato e presente e futuro. Che se da tale un deserto della storia e del mondo, cosmico ed umano, egli creda o pretenda di ricavare e ricevere e sperare ancor sensi affini e argomenti in favore della sua profetante e predicatoria polemica e dottrina, non sono, per proseguir la metafora, realtà di oasi, ma illusioni di fata morgana.
Ma anche questo e proprio questo significa ch’egli non è un « caso » ma « un destino »: se non quale s’immaginò d’essere, quale fu in quel che sofferse e sostenne, in errore e in verità, conferendo un significato trascendente al titolo di un libro fra i più incantevoli suoi: « «umano, troppo umano ».