Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Il socio occulto del Cav? Viene strapagato in Rai

6 Settembre 2013

di Eleonora Mori
(da “Libero”, 6 settembre 2013)

L’uomo chiave nel processo che potrebbe comportare la capitolazione di Silvio Berlusconi e la sua cancellazione dalla scena politica italiana, è Frank Agrama. Il produttore e distributore esclusivo di film targati Paramount, la più importante casa cinematografica statunitense. Frank Agrama è stato considerato dai giudici che hanno condannato il Cavaliere a 4 anni di reclusione e a 5 di interdizione dai pubblici uffici, il suo «socio occulto ». Ovvero «l’intermediario fittizio » che a Mediaset avrebbe venduto a prezzi gonfiati i diritti dei film acquistati a minor prezzo da Paramount, con lo scopo di creare fondi illeciti e spartirsi il bottino con Berlusconi. Una tesi costata la condanna a tre anni (cancellati per effetto dell’indulto) all’83enne Frank Agrama. E soprattutto un teorema che non viene supportato dalla prova (del tutto inesistente) della retrocessione del denaro da parte dell’americano al Cavaliere. Ma questa non è l’unica e clamorosa lacuna contenuta nel verdetto tombale pronunciato dai giudici di Cassazione lo scorso primo agosto. C’è molto altro in questa sentenza costellata di buchi, se non voragini.

Ci sono dichiarazioni di Frank Agrama stesso, acquisite nei tre gradi di giudizio, ma fino a questo momento mai divulgate. Dichiarazioni che dimostrano come l’americano fosse un distributore effettivo (e tutt’altro che fittizio) non soltanto per Mediaset e per le società facenti capo a Berlusconi, ma anche per le televisioni di tutto il mondo e soprattutto per la Rai. Proprio così: la televisione pubblica, che regolarmente comprava i diritti da Agrama. Basta passare in esame in contratti firmati dall’americano e dalla tv pubblica di casa nostra per scoprire che i profitti più elevati, il produttore Frank, li ricavava proprio dalle negoziazioni portate a termine con la Rai.

È il 2 novembre del 2000 quando i legali del leader del Pdl, Niccolò Ghedini e Piero Longo insieme con Roberto Pisano, avvocato di Agrama, raccolgono le dichiarazioni dell’imprenditore di Los Angeles, nell’ambito del sacrosanto diritto a svolgere indagini difensive. «All’inizio degli anni Ottanta (1985, ndr) », spiega Frank Agrama, «avevo co-prodotto con il Sud Africa una serie televisiva che si chiamava “Shaka Zulu”; dieci episodi della durata di un’ora ciascuno, completamente girati in Africa. Fu una serie di grandissimo successo ed elevatissimo profitto. Vendetti a più di 200 emittenti televisive in tutto il mondo. E in cima alla lista di queste televisioni, c’era la Rai. Che acquistò per un milione di dollari ». A firmare il contratto da un milione di dollari con la società di Agrama (Harmony Gold) per dieci episodi di “Shaka Zulu”, più altri sei di “A woman of substance” per un periodo di esclusiva per l’Italia che va dall’86 al ’91, sono i vertici della Rai, Sergio Zavoli e Biagio Agnes.

«Negli anni di Shaka Zulu », aggiunge ancora Agrama, ho mantenuto fruttuose relazioni d’affari con la Rai alla quale ho venduto moltissimi titoli di spettacoli televisivi tra cui Remington Steele, Matlock, Il Virginiano, XF la Serie, Silk stalkings, Woman o substance, Ragged Ann & Andy, che era un’avventura musicale. Grazie al grande successo di Shaka Zulu, anche in Italia, il mio ufficio cominciò ad allargarsi e assunsi cento persone ».

Del resto i profitti che Agrama riusciva a ricavare vendendo i diritti dei prodotti Paramount alla Rai andavano dal 130 al 150 per cento. Un profitto decisamente superiore rispetto a quello ricavato vendendo i film a Mediaset; che secondo i calcoli del consulente del pubblico ministero non superano mai il 45 massimo 50 per cento. Ergo, se Agrama era davvero il socio occulto del leader del Pdl con il quale si sarebbe spartito il bottino derivante dalla vendita dei film a prezzi gonfiati, cosa doveva essere considerato rispetto alla Rai?

Un esempio clamoroso viene dalla serie Matlock. Come si legge nel contratto siglato nel ’95 fra Agrama e la tv si Stato, 38 episodi da 50 minuti ciascuno, vengono venduti per 4 anni al prezzo di 1 milione e 421 mila dollari. Agrama li aveva acquistati da Paramount per 600 mila dollari, con una esclusiva di sei anni. Il profitto è stato del 134 per cento. Circa il triplo di quello che Agrama guadagnava vendendo i diritti a Mediaset. E al «socio » Berlusconi.


Decadenza Silvio Berlusconi, Giorgio Napolitano prova a inchiodare il Cav al governo
di Alessandro De Angelis
(da “L’Uffingyton Post”, 6 settembre 2013)

“Mi stanno accerchiando. Vogliono addossarmi la responsabilità di far cadere il governo e invece sono loro a volermi far fuori”. Le parole di Giorgio Napolitano hanno ad Arcore l’effetto di una scossa. Perché il “segnale” arrivato dal Colle è percepito come un atto ostile. Una sorta di ultima chiamata per dire “o fai rientrare la crisi o è guerra”. Silvio Berlusconi non nasconde ai fedelissimi la sua rabbia.

Le considerazioni che Napolitano lascia trapelare alle agenzie vengono lette e rilette. Il capo dello Stato dice che “conserva fiducia nelle ripetute dichiarazioni dell’onorevole Berlusconi, in base alle quali il governo continua ad avere il sostegno della forza da lui guidata”. Ma dice soprattutto che questa sua fiducia è riposta nel fatto che ha “già messo nella massima evidenza che l’insorgere di una crisi precipiterebbe il paese in gravissimi rischi”. Al Cavaliere suona come un “avvertimento”, un modo per dire “stai buono”. Non è un caso che l’unica risposta viene affidata alle parole al vetriolo di Sandro Bondi: “Confidiamo – dice il fedelissimo – che il capo dello Stato non ignori la drammaticità della situazione e prenda seriamente in esame un provvedimento esaustivo che le sue prerogative gli consentono di assumere” di fronte a una sentenza “allucinante”.

È in un clima di tensione crescente che viene convocato a villa San Martino Angelino Alfano per l’ennesimo gabinetto di guerra. Anche perché la posizione del Quirinale ha l’effetto di dividere il Pdl nel profondo. Non è un caso che colombe come Fabrizio Cicchitto e Gaetano Quagliariello si affrettano a chiarire che la nota quirinalizia non è un atto ostile, ma la “riapertura della trattativa” dopo giorni di gelo. È Cicchitto a sottolineare come il messaggio non possa essere archiviato frettolosamente come un atto ostile. Tutt’altro: per l’ex capogruppo rappresenta una riapertura delle comunicazioni bruscamente interrotte. È questa la tesi delle colombe, impegnate a frenare quella volontà di rottura che il Cavaliere aveva mostrato poche ore prima nel corso del pranzo con i figli e i vertici Mediaset. Le prove dello spirito collaborativo di Napolitano starebbero nel fatto che si è rivolto direttamente a Berlusconi – non è stato un monito generico – e nel fatto che ha riconosciuto il suo ruolo da “statista” nel far nascere il governo. Tesi che non convince affatto né i falchi ma nemmeno Berlusconi: “E’ lo stesso copione – dice chi ad Arcore è di casa – della nota del 13 agosto quando in molti videro un’apertura sulla grazia che invece non c’è stata”.

O forse c’è anche di più. C’è il tentativo di frenare sulla crisi messo in atto da un fronte ampio che aveva bisogno della sponda di Napolitano prima del videomessaggio di domenica, se è vero che più di una colomba come Fabrizio Cicchitto era informato delle parole del Quirinale prima che andassero in agenzia. E se negli ultimi tempi, soprattutto negli ultimi due giorni, la presenza di Fedele Confalonieri è stata registrata più a Roma che in azienda. Non è un mistero che Fidel sia, di fatto, la colomba più ascoltata dal Cavaliere così come non è un mistero la sua consuetudine col Quirinale. Il problema è che, per la trattativa, manca il terreno concreto. Perché sulle ipotesi di clemenza il Quirinale è fermo alla nota di agosto. Per questo la posizione di oggi di Napolitano suona a Berlusconi come una provocazione. Resa più urticante dall’ennesima giornata vissuta come la tappa di un calvario dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza su Dell’Utri, in cui si parla di un patto tra Berlusconi e la mafia.

Ecco lo sfogo pieno di risentimento verso Napolitano: “Mi sono già fidato – ripete l’ex premier – e si è visto il risultato”. Tanto che Berlusconi avrebbe voluto rispondere personalmente, e solo dopo una levata di scudi dei suoi ha affidato il compito al falco Bondi. Epperò un primo effetto le parole del capo dello Stato lo sortiscono. Ed è quello di mettere in stand by il video messaggio di domenica e l’intervista a Sallusti programmata per lunedì. O meglio, per dirla con l’inner circle, “la programmazione resta, solo che può succedere di tutto”. Perché è chiaro che a questo punto i termini del conflitto sono cambiati: “Se prima – dice un azzurro di rango – era tra noi e il Pd ora rischia di diventare tra noi e Napolitano”. E’ chiaro che la crisi avverrebbe in uno scenario drammatico. Con il capo dello Stato pronto a indicare Berlusconi di fronte al paese come il responsabile dello sfascio. E il Cavaliere che a questo punto, con i giorni che passano vede allontanarsi la prospettiva delle urne il 24 novembre.


L’unica strada possibile
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 6 settembre 2013)

Un leader normale – ma non Berlusconi – valuterebbe il messaggio uscito ieri sera dal Quirinale per quel che è: il massimo di legittimazione politica che il Presidente della Repubblica poteva offrire a un capopartito, condannato per un reato pesante come l’evasione fiscale, che da oltre un mese invoca per sé l’agibilità, cioè il diritto di continuare a svolgere il suo compito nel rispetto dei nove milioni di elettori che gliel’hanno affidato. Napolitano s’è infatti rivolto al Cavaliere appellandosi al suo senso di responsabilità, ricordandogli quante volte, fin dal giorno della dura sentenza della Cassazione nei suoi confronti, abbia ribadito che non ci sarebbero state conseguenze per il governo e riconoscendogli in pratica il ruolo dell’unico che a questo punto possa salvarlo.
Si può solo immaginare cosa dev’essere costato al Presidente, che dopo la nota di Ferragosto si era ripromesso di non tornare più sull’argomento, licenziare questo messaggio.

Parole che pesano ancor di più nel giorno in cui vengono rese note le motivazioni di un’altra condanna, quella dei giudici di appello contro Marcello Dell’Utri per i suoi rapporti con la mafia, da cui vien fuori che Berlusconi, ormai quasi quarant’anni fa, si incontrò con uno dei boss di Cosa Nostra più potenti di Palermo. Ma tant’è: al momento la caduta del governo sarebbe talmente rovinosa per l’Italia – interrompendo il percorso virtuoso che ha portato il Paese a riguadagnare la fiducia perduta sul piano internazionale e riprecipitandolo nel vortice della crisi economica dalla quale sta cominciando ad uscire – che il Capo dello Stato, come ha detto nella seconda parte del suo messaggio, non considera possibile pagare questo prezzo.

Ma per far sì che l’auspicio del Presidente si avveri, è indispensabile che anche Berlusconi prenda atto del frangente drammatico in cui il Paese si trova e si risolva a fare un sacrificio. Il leader normale che il Cavaliere non è soppeserebbe la scelta di buttare giù Letta, senza lasciarsi andare al risentimento verso i suoi alleati-avversari del Pd (ma davvero poteva pensare che, davanti all’occasione di far rotolare la sua testa, avrebbero passato la mano?). Per misurare, invece, l’ipotesi di una rottura, se non dal punto di vista dell’interesse generale, sempre predicato, mai realmente considerato, almeno sotto il profilo delle convenienze e dei costi-ricavi per la sua parte. Anche se non è detto che, caduto il Letta-uno, subito nascerebbe il Letta-bis, con l’appoggio di una maggioranza mezza di sinistra, con Vendola, e mezza di transfughi del Movimento 5 Stelle e del Pdl, è sicuro al cento per cento che Napolitano non scioglierebbe le Camere, nè darebbe il via a nuove elezioni anticipate: da celebrarsi, per altro, con il Porcellum che la Corte costituzionale si prepara a cancellare entro dicembre. Così, sia che si arrivi al bis, sia che il Capo dello Stato con la sua fantasia trovi un’altra soluzione, il risultato, per Berlusconi, che attualmente ha quasi la metà dei ministri, sarebbe di ritrovarsi all’opposizione di un governo, o di un governicchio, che avrebbe al primo punto del programma la definizione di una nuova legge elettorale, da approvarsi con o senza il consenso del centrodestra, per tornare al voto la prossima primavera. Bel capolavoro, non c’è che dire.

Per quanto duro sia da accettare, Berlusconi deve rendersi conto che non c’è una soluzione che passi per la cancellazione o il rinvio sine-die del suo conto con la giustizia. Anche se si ritiene vittima di un’ingiustizia e lamenta da tempo l’accanimento di una parte della magistratura nei suoi confronti, quel conto, il Cavaliere, deve pagarlo. Tutto o in parte, dato che è possibile – Napolitano a Ferragosto non lo ha escluso – che a un certo punto intervenga in suo aiuto la grazia o un altro provvedimento di clemenza.

Non è affatto facile, va detto, prendere una decisione del genere. Ancor di più per un uomo come Berlusconi, che da vent’anni domina la scena politica italiana e gode ancora di un larghissimo seguito popolare. Ma la crisi di governo non cambia in nulla il dramma di questa scelta. Semmai lo aggrava.


Napolitano prova a spegnere il nuovo video di Berlusconi
di Francesco Cramer
(da “il Giornale”, 6 settembre 2013)

Berlusconi è «deciso ». Qualcuno si spinge a definirlo perfino «scatenato ». Fino a che punto? Se il Pd non cambia rotta saranno Epifani & C. a decretare di fatto l’apertura della crisi di governo. Il Cavaliere è intenzionato ad andare avanti per la sua strada e per garantirsi l’agibilità politica.
Sa sarà necessario lo farà denunciando in un video magistratura e avversari politici che vogliono ucciderlo definitivamente.
Ma c’è il rischio che l’arsenale del Cavaliere cozzi con quello del Colle. Per tutto il giorno si vocifera di un possibile controvideo di Napolitano, da far partire qualora Berlusconi sganci la sua di bomba.

Poi, in serata, la smentita da ambienti quirinalizi. «Napolitano non sta studiando il da farsi in caso di crisi di governo. E avendo già messo in massima evidenza che l’insorgere di una crisi precipiterebbe il paese in gravissimi rischi, conserva fiducia nelle dichiarazioni di Berlusconi in base alle quali il governo continua ad avere il suo sostegno ». Per adesso. Della serie: uomo avvisato… Ad Arcore, però, attende solo il momento giusto per colpire.

Ormai di trattative, di finte aperture da parte di Pd e Napolitano s’è scocciato. Non ci crede più. «Mi vogliono morto punto e basta. Ma io, a farmi massacrare, non ci sto ». Il suo video, registrato mercoledì scorso e tenuto in canna per le prossime ore, è una vera e propria chiamata alle armi. Un appello per l’ultima, decisiva, battaglia «di libertà ». Chi l’ha visto lo definisce un filmato «emozionante » ma anche «vero e durissimo ». È saltato tutto e al Cavaliere non interessa più se sia opportuno o meno far saltare il banco per l’Imu o il mancato taglio delle tasse. No, la verità va detta tutta e chiara fino in fondo: «In Italia alcune frange politicizzate della magistratura hanno condizionato e continuano a condizionare la vita democratica del Paese. Dalla mia discesa in campo fino ad oggi certa magistratura mi ha perseguitato con una violenza inaudita. E ora è arrivata a condannarmi con una sentenza scandalosa. Piegarmi? Non se ne parla neppure », questo il senso del video. E ancora: «Non hanno voluto la pacificazione », l’attacco al Pd. E indirettamente un graffio pure al Colle: «C’è chi si rifiuta di prendere atto che in Italia c’è un problema giustizia grande come una casa ». Poi, l’appello per una nuova battaglia «di libertà » per «riformare la giustizia ». «Scendi in campo anche tu », il Cavaliere si rivolge ai giovani, a coloro che non hanno mai fatto politica fino a ora, alle forze fresche e liberali. In pratica l’inizio di una nuova campagna elettorale.

Ma quando mandarlo in onda, dando fuoco alle polveri? C’è chi esclude lo possa fare prima che il premier Letta ritorni dal G20 di San Pietroburgo.
Rientro previsto questa sera alle 20. C’è chi invece giura che aspetterà la riunione della giunta del Senato di lunedì con il quasi scontato segnale che gli avversari sono pronti a ghigliottinarlo. Controindicazione: dare un colpo d’acceleratore alla crisi a mercati aperti potrebbe avere contraccolpi finanziari.

Ma il Cavaliere ha messo in conto pure questo. Ecco perché, quindi, c’è chi avanza l’ipotesi di far accendere il cannone di domenica: il giorno prima della riunione della giunta. í€ la guerre comme à la guerre.
Certo, resta il rischio di un’escalation dello scontro con il fantomatico messaggio alla Nazione, a reti unificate, del capo dello Stato. Potrebbe addossare all’ex premier tutta la responsabilità di una crisi; ribadire che farà di tutto per scongiurare un ritorno alle urne specie con il Porcellum; ventilare l’ipotesi di sue dimissioni.
Poi, però, la controffensiva quirinalizia viene smentita dal Colle. Un segnale distensivo, quindi. E il continuo, snervante, stop and go.


Napolitano a Confalonieri: ‘A Berlusconi do la grazia, ma lui esca dalla politica”
di (I.S.)
(da “Libero”, 6 settembre 2013)

Dopo Gianni Letta, tocca a Fedele Confalonieri. Tocca a lui ascoltare gli umori del Colle per le sorti del Cav. L’incontro tra il presidente di Mediaset e Giorgio Napolitano porta la trattativa verso l’ultimo binario rimasto: la grazia. Confalonieri, da anni amico di Berlusconi e consigliere personale, ha provato a difendere il Cav al Quirinale, cercando di strappare la disponibilità di Re Giorgio per cercare una soluzione alla crisi e allo stallo istituzionale che è cominciato con la sentenza della Cassazione. Ma niente da fare. Napolitano non vuole sentir paralare di “agibilità politica”, decadenza o incandidabilità. Dal Colle, via Confalonieri, arriva un messaggio chiaro: ‘Berlusconi chieda la grazia ed esca di scena dalla politica’.”Fedele” l’ha ripetuto in queste settimane a Silvio, sostenendo che “facendo cadere il governo non si porta a casa nulla”. Epperò comprende l’amico, “come si fa a non capirlo”, quando lo sente dire: “Già, ma poi quali sarebbero i vantaggi?”.

Non mi fido – La linea della prudenza che porta alla grazia di Napolitano, non convince il Cav: “Ma perchè devo fidarmi? Io piuttosto mi candido a premier e sarà guerra. Napolitano dica piuttosto che posso continuare a fare politica”. Lo scontro è proprio su questo punto. Il Colle ieri predicava prudenza, serenità e confidava nel “senso di responsabilità di Berlusconi”. Il governo viene prima di tutto per il Colle. Ma subito dopo nell’agenda di Napolitano c’è “il ritiro” di Berlusconi. La grazia per il Colle sarebbe una buona exit strategy. Il Cav evita l’umiliazione della pena detentiva e in cambio offre la sua uscita di scena. Un prezzo troppo alto per Silvio.

I falchi non si arrendono – Circa dieci milioni di elettori lo hanno votato lo scorso febbraio e questo dato il Colle non può ignorarlo. I falchi intanto tornano alla carica e incitano il Cav a rompere i patti col Colle: “Torniamo al voto, facciamo una campagna gridando al golpe e vinciamo”. Berlusconi dopo la missione di Confalonieri sta decidendo cosa fare. L’offerta del Colle è l’ultima spiaggia.


Perché il Pd non crede al bluff del Cav.
di Claudio Cerasa
(da “Il Foglio”, 6 settembre 2013)

Un po’ per le questioni di convenienza politica. Un po’ per le questioni di convenienza aziendale. Un po’ per le questioni di convenienza personale. Un po’ per le questioni di convenienza giudiziaria. Un po’ per tutto questo si può dire che oggi all’interno del Partito democratico è difficile trovare qualcuno convinto che gli ultimatum del Pdl siano davvero qualcosa in più di un semplice e formidabile bluff. Ieri il volo minaccioso dei falchi del Popolo della libertà è stato osservato con attenzione durante la riunione della segreteria del Pd. E pur essendo incessanti a Largo del Nazzareno le voci che confermano un’intenzione reale del Cavaliere a togliere ossigeno a questo governo, alla fine nel Pd l’impressione è che il centrodestra non farà il passo più lungo della gamba per una ragione precisa che risponde al nome di Giorgio Napolitano. Il capo dello stato, si sa, considera un’opzione irricevibile quella di sciogliere le Camere dopo appena quattro mesi di governo e in più occasioni ha fatto capire che far saltare la grande coalizione significherebbe rompere il patto sottoscritto da Pd e Pdl per convincerlo ad accettare la rielezione alla presidenza della Repubblica. E le conseguenze della rottura di questo patto, come dice al Foglio un senatore del Pd con familiarità con gli ambienti quirinalizi (Giorgio Tonini), per il Pdl potrebbero essere pericolose. “Una delle ragioni che mi porta a credere che quella di Berlusconi sia una mano di poker priva delle carte giuste per far saltare il banco si trova in un passaggio del discorso d’insediamento di Napolitano dello scorso venticinque aprile, quello che in tanti fanno finta di dimenticare”.

Quale passaggio? Questo: “Ho il dovere di essere franco: se mi troverò di nuovo dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al paese”. “In linea di principio – continua Tonini – ‘trarne le conseguenze’ significa che con una rottura del Pdl il presidente sarebbe messo di fronte a una chiara violazione del patto e potrebbe lasciare il Quirinale facendo scegliere a questo Parlamento il nuovo capo dello stato. E visto il ruolo d’equilibrio esercitato in questi anni da Napolitano dubito che Berlusconi voglia correre il rischio di ritrovarsi ai domiciliari con al Quirinale un presidente eletto non dal Pd e dal Pdl ma dal Pd e il Movimento cinque stelle”. Secondo Tonini, la danza di Berlusconi andrà avanti per qualche settimana (la data in cui scatteranno i domiciliari è fissata per il 15 ottobre) e anche nei prossimi giorni il Pdl continuerà a chiedere al Pd di opporsi alla decadenza del Cav. in Giunta. Il vicepresidente dei senatori Pd conferma che il Partito democratico non ha alcuna intenzione di “salvare” Berlusconi ma allo stesso tempo suggerisce di affrontare i prossimi giorni senza dare l’impressione di voler far ruzzolare teste per terra e senza dimenticarsi che al Cavaliere vanno concessi i diritti previsti dalla Costituzione. “Se in Giunta verranno chiesti giorni per approfondire il caso, il Pd non può dire di ‘no’ a priori, come se questo passaggio parlamentare fosse un atto notarile. Prendere tempo non significa necessariamente perdere tempo e su questo oggi nel mio partito non mi sembra davvero ci siano più grandi dubbi”.

Alle voci minacciose che arrivano dal Quirinale, e che promettono sfracelli nel caso in cui il Pdl volesse far saltare il banco, va aggiunta un’altra arma invisibile che in queste ore sta portando sempre più esponenti del Pd a concordare con la linea del “tanto non casca” offerta ieri da Renzi. Nel Pd tutti o quasi sono convinti che al Senato esista un’altra maggioranza che potrebbe sostituire l’attuale senza traumi eccessivi e anche ieri i sostenitori dell’ipotesi estrema del Letta bis mostravano fiducia di fronte al pallottoliere di Palazzo Madama. “La maggioranza – dice un senatore di Scelta civica – mettendo insieme i senatori a vita, i dieci Cinque stelle ribelli, il Gruppo misto e il voto tecnico che potrebbe dare Sel per non tornare a votare con questa legge elettorale, senza contare le decine di senatori che uscirebbero dal Pdl, esiste al cento per cento”. Questi elementi portano Palazzo Chigi a non credere troppo alle minacce di Berlusconi e a credere che alla fine le armi non convenzionali di cui dispongono Letta e Nap. permetteranno al governo di durare e costringeranno il Cav. a capire che avere un piede nel governo oggi è il migliore dei mondi possibile. Anche perché, dice al Foglio il deputato Pd Marco Meloni, consigliere del presidente del Consiglio, se il Cav. dovesse farsi guidare più dall’umoralità che dalla razionalità Letta non rimarrebbe a guardare. “Se il Pdl aprisse la crisi – dice Meloni – si assumerebbe una responsabilità enorme di fronte al paese e all’Europa. Non credo accadrà ma in tal caso sarebbe giusto che Letta affronti in modo trasparente la questione di fronte al Parlamento. La stabilità è vitale per l’Italia e occorre far di tutto per garantirla”. Le carte sul tavolo dunque sono queste. E le carte dicono a Berlusconi che Napolitano e Letta davvero hanno intenzione di giocare la loro partita con tutti i mezzi a disposizione.


Il Quirinale ferma la giostra
di Salvatore Merlo
(da “Il Foglio”, 6 settembre 2013)

E’ forse l’ultima mediazione possibile, l’ultimo tentativo di raddrizzare il piano inclinato verso la crisi di governo. Ieri pomeriggio Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, il più vecchio amico di Silvio Berlusconi, ha avuto un colloquio con Giorgio Napolitano, in gran segreto, lontano da occhi e orecchie indiscrete. Ed è anche per questo, non è certo un caso, che ieri il presidente della Repubblica si è rivolto al Cavaliere con tono risoluto ma pure conciliante, un segnale di dialogo. Si sono riaperti i dedali sotterranei tra Arcore e il Quirinale, quei cuniculi tortuosi che si erano ostruiti nei giorni scorsi. “Conservo fiducia in Berlusconi”, ha fatto sapere il presidente della Repubblica il quale dalle parole di Confalonieri deve anche aver ricavato l’idea che il Cavaliere non stia bluffando, che qualche rischio il governo lo corre. Il lavorìo della diplomazia dunque riprende parallelo ai piani più bellicosi di Arcore, al veleno che annebbia la mente, ai cattivi umori del sovrano che lunedì parlerà a San Remo, alla festa del Giornale.

Ai piani alti di Mediaset, nei giorni scorsi, erano arrivati segnali di forte irritazione provenienti dalla presidenza della Repubblica per i toni assunti nei confronti del Quirinale, e del presidente in persona, da parte di alcune testate riconducibili al gruppo e alla famiglia Berlusconi, compreso il Giornale, di cui il presidente conserva diversi ritagli di articoli, titoli e persino una selezione della posta dei lettori. Così Confalonieri, l’uomo dei consigli sempre aggraziati, lo “zio Fedele”, come lo chiama Marina Berlusconi, ha colto l’occasione, si è fatto politico, è arrivato a Roma, ha compiuto un giro di consultazioni, un pranzo con Gianni Letta e uno con Gaetano Quagliariello, ha misurato la pressione di questo strano partito chiamato Pdl, e ha infine preso la via del Quirinale.

Ma il racconto del colloquio tra il presidente della Repubblica e quello delle televisioni si fa evanescente. Impossibile decifrare nel dettaglio l’esito di un incontro senza testimoni. E’ certo però il contesto attorno al quale si è intessuta la trama garbata di Confalonieri. Dopo la politica, declinato il tentativo del gran visir Letta, hanno preso a muoversi la mobilia, la famiglia, gli affetti e il portafoglio. Mercoledì sera, ad Arcore, a cena, presente anche Marina, si è a lungo parlato della delicata missione dello “zio Fedele”. La famiglia e l’azienda collegano con affanno il Castello e il Quirinale. C’è chi disfa e chi tesse. A Berlusconi spiegano che non esiste una soluzione salvifica totale, che insomma da questa vicenda, inevitabilmente, il Cavaliere dovrà accettare d’uscire un po’ ammaccato. Ma può mettere al sicuro il lavoro d’una vita, e non è poco. “Qualcosa sul campo la devi lasciare”, gli dicono, “non c’è un solo modo di fare il leader”, “l’unica strategia è quella istituzionale”. E insomma, anche fuori dal Parlamento si può esercitare il carisma. “Dimettiti dal Senato e stringi un patto con Napolitano”. L’orizzonte riguarda la commutazione della pena, il possibile rinvio alla Corte costituzionale della legge Sverino. Ma è Berlusconi che deve chiedere clemenza, dice il Quirinale. E’ per questo che il Cavaliere non trova pace, oscilla e ripete, sordo, “no”.


Biancofiore: “Senatori Pdl pronti a tradire? Finiranno come Fini”
di (tom.mon.)
(da “Libero”, 6 settembre 2013)

Michaela Biancofiore, ha sentito? Nel Pdl ci sarebbe una pattuglia di venti senatori pronti a sostenere il governo Letta anche nel caso in cui Silvio Berlusconi optasse per la rottura.

«Non ci credo ».

Senatori meridionali, per lo più.

«Tutti quelli che hanno tradito sono finiti male ».

A chi pensa?

«Fini docet. Ma non mi riferisco solo a lui ».

E a chi altri?

«Ad esempio ai vari Italo Bocchino, Fabio Granata e Giustina Destro. Reietti e mai più rieletti ».

Insomma, in caso di crisi non temete un Letta-bis.

«Non solo non lo temiamo, ma anche qualora vedesse la luce, un governo simile ci porterebbe in dote un consenso pressoché plebiscitario. I cittadini non ne possono più di certi artifici figli dell’opportunismo. E comunque in caso di crisi si andrebbe a elezioni anticipate ».

Cosa la fa essere così sicura?

«Un governo Letta bis non lo vorrebbe nessuno. Non Beppe Grillo, non noi del Pdl, non Matteo Renzi. Sul cui carro, mi pare, stiano salendo in parecchi del Pd ».

E se, in caso di elezioni, lo sfidante del Cav fosse proprio Renzi?

«Ho fiducia nel popolo italiano, che saprebbe scegliere tra chi è ricco di contenuti, come Berlusconi, e il tele-sindaco di Firenze ».

In ogni caso è vero: il conto alla rovescia per il governo Letta, in cui lei è sottosegretario, uno è iniziato?

«Il conto alla rovescia è iniziato il 1 ° agosto, giorno della sentenza della Cassazione su Silvio Berlusconi. Quel giorno ci saremmo aspettati da parte del Pd solidarietà umana e politica ».

Invece?

«Invece da parte loro è iniziato un linciaggio ad personam. Ma non possono pensare di avere la botte piena e la moglie ubriaca ».

Sarebbe a dire?

«Non possono pretendere che noi sosteniamo un esecutivo in cui il principale partner della maggioranza punta a mozzare la testa dell’altro socio. Noi del Pdl non siamo acefali. Lo vogliono capire o no che Pdl e Berlusconi simul stabunt simul cadent? Per il nostro gladiatore siamo pronti a tutto ».

Entri nel dettaglio.

«Al via di Berlusconi, siamo pronti a scatenare l’inferno. Saremo con lui fino in fondo ».

In che modo?

«Stando ventiquattr’ore al giorno nelle piazze per mobilitare il popolo italiano. Intensificando la campagna per la raccolta delle firme per i referendum radicali sulla giustizia. E, naturalmente, rassegnando le nostre dimissioni dal governo e da parlamentari ».

C’è un modo per evitare che Pdl e Pd entrino effettivamente in collisione?

«Ce n’è uno solo ».

E qual è?

«Enrico Letta, il presidente del Consiglio, non finga che il problema Berlusconi non gli appartenga. Sostenerlo è folkloristico ».

E cosa dovrebbe fare il premier?

«Innanzitutto ricordare che lui è a Palazzo Chigi per la responsabilità, e la disponibilità, dimostrate da Berlusconi. Che è, gli ricordo, il leader del principale partito che appoggia il suo governo ».

E poi?

«Letta, che è il primo interlocutore del presidente della Repubblica, persuada, convinca Giorgio Napolitano a concedere la commutazione della pena, incluse le pene accessorie, a Berlusconi. Motu proprio, perché Berlusconi non può, chiedendo la grazia, riconoscere una colpevolezza che non ha ».


Letto 1844 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart