di Alberto Moravia
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 14 novembre 1969]
La riunione del gruppo avviene, al solito, nel salotto della famiglia di Daniele la quale poi si riduce a Daniele e a suo padre, perché la madre è morta cinque anni fa. Salotto borghese; ma non del la borghesia aggiornata che compra i mobili di plastica; bensì quella tradizionale, del falso antico: lampadario con le gocciole di cristallo, specchiere luigiquindici, lumi da chiesa, poltrone e divano luigisedici, vetrina con i nin noli e con le statuine. La mamma di Daniele è ritratta in un grande quadro mondano, in vestito da sera nero coi riflessi bianchi di luce sulla seta della gonna e sul raso degli scarpini. II salotto è sempre chiuso e puzza di polvere e di fumo freddo e vecchio. Ma tant’è: Daniele è il solo del gruppo che disponga di una stanza abbastanza grande per le riu nioni. Così ci ammucchiamo in venti nelle poltroncine do rate, sui sofà con le scene pa storali. Il lampadario è ac ceso e scintilla per ognuna delle sue gocciole.
Daniele ed io ascoltiamo diversi interventi stringendoci la mano, un’abitudine di fi danzati tradizionali. Lascio correre; ma mica mi piace tanto. A parte il sentimenta lismo, Daniele suda nelle ma ni; nei momenti di tensione è addirittura fradicio. Daniele è un bel ragazzo alto e bion do e niente stupido. Ma è troppo emotivo, troppo vi brante: lo preferirei più sicuro di sé. E poi è balbuziente. Non sempre, è vero; ma sem pre nei momenti in cui deve dire qualche cosa d’impor tante.
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La riunione si svolge con re golarità. Molti hanno un tac cuino e una biro e prendono appunti via via che si seguono gli interventi. Adesso è la vol ta di Daniele. Ha preparato il suo intervento da alcuni gior ni; anzi l’abbiamo preparato insieme. Lui ed io annettia mo la massima importanza al l’intervento. Si tratta di una questione politica e ideologi ca di fondo e dal modo con il quale sarà discussa dipende la posizione mia e di Daniele nel gruppo.
Biondo ed elegante nel suo maglione rosso accollato, Da niele si alza in piedi. E’ chia ramente emozionato, ha la faccia rossa come la maglia. Intanto io mi asciugo con il fazzoletto la mano bagnata del suo sudore.
Ma Daniele non ce la fa. Comincia a balbettare e noi tutti aspettiamo che la smet ta di balbettare, le biro ap puntate sui taccuini. Balbetta e poi balbetta e poi balbetta ancora. Nessuno dice niente, tutti lo guardano, con serietà, cercando di non dare alcun peso alla balbuzie; ma è chia ro che ad un certo punto Daniele dovrà pure parlare. In vece non parla. Fa un gesto con la mano e si siede. Subito si fa avanti un altro e at tacca con voce chiara e squil lante il proprio intervento. Con la scusa di fare una telefonata, mi alzo ed esco dal salotto.
Che casa impossibile! Nel corridoio, le seggiole rinasci mento (false) sono alternate alle cassapanche quattrocento (false), nella luce di appliques dorate stile luigisedici (false). Questa è la parte, diciamo così, privata dell’ap partamento. Dall’ingresso, per una porta che dà direttamente nello studio del padre di Da niele, si passa in quella, dicia mo così, pubblica, con gli uf fici, le dattilografe e le scar toffie. Senza tanto pensarci su, apro la porta e mi affaccio nello studio.
Il padre di Daniele sta se duto ad un grande tavolone scuro falso seicento, e china il capo su uno scartafaccio alla luce di una lampada dal para lume verde. Ho aperto appo sta la porta senza quasi far rumore per sorprenderlo, per così dire, al naturale; e per un attimo lo guardo senza che lui sappia di essere guardato. Quanto è brutto. Non so per ché immagino che Giuda Isca riota avesse una faccia come la sua. E’ calvo, con la fronte aggrottata di rughe, gli occhi chiari ma loschi e sbarrati, il naso a becco di pappagallo, la bocca rossa e informe, at teggiata, si direbbe, ad una perpetua smorfia di schifo. A questo punto, mi pare di aver lo guardato abbastanza e chiu do la porta con rumore. Su bito si volta e un sorriso gli fa venire quattro rughe pro fonde, nelle guance emaciate, due per ciascun angolo della bocca. « Che bella sorpresa. Vieni, vieni pure avanti, acco modati ». Mentre io mi avvi cino, impacciata, lui va a pren dere una seggiola e se la mette accanto al proprio seggiolone. E’ alto, altissimo o forse così sembra perché è magrissimo; siede attorcigliando le gambe e così vicino che le sue ginoc chia toccano le mie.
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Ci guardiamo. Io so che co sa lui vede in me: una ra gazza molto bella che lo di sprezza e, forse, lo odia. Ma gli piaccio, questo lo so di certo; anzi credo che sia un po’ innamorato di me. Lo ve do accendersi una sigaretta; ne accetto una a mia volta; mi tende l’accendino, la mano gli trema a tal punto che sono costretta a tenergliela ferma. Dico, dopo un mo mento di silenzio: « Ti distur bo? Hai da fare? ».
« No, no, al contrario, no ».
« E’ molto che tua moglie è morta? ».
« Cinque anni ».
« Gli volevi bene? ».
« Beh sì, certo ».
« E non pensi di rispo sarti? ».
« Ci ho pensato. Ma come si fa? Mi manca il tempo ».
Stiamo zitti un momento. Allora mi avviene qualche cosa di incredibile. Mi accor go che la bruttezza del padre di Daniele mi attira. Sì, è brutto, anzi ripugnante; ma sento che, appunto per que sto, potrebbe piacermi. O me glio, sarebbe più esatto dire che non è tanto la sua brut tezza che mi piacerebbe quan to lo sforzo che dovrei fare per superare il ribrezzo che essa mi ispira. Complicato no? Penso che una sensazio ne simile dovevano provarla certe sante famose quando baciavano le piaghe dei lebbrosi. Anche loro, ovviamen te, non potevano sentirsi attirate direttamente dalle pia ghe; ma dallo sforzo che do vevano fare per vincere lo schifo. Al tempo stesso mi dico che è fin troppo facile per me amare Daniele. Bello, giovane, intelligente: bella forza.
Domando ancora: « Se ti risposassi, prenderesti per mo glie una della tua età oppure una ragazzina? ».
« Una ragazzina, si capi sce ».
« Quanti anni hai? ».
« Cinquanta ».
« Sei conosciuto per essere l’avvocato degli affaristi, de gli speculatori, degli imbro glioni. E’ vero? ».
« Più o meno suppongo che sia vero ».
Continuo a riflettere sem pre sviluppando la riflessione precedente. Se per amarlo fisi camente, bisognerebbe che io aggirassi l’ostacolo amando la mia vittoria sul ribrezzo; lo stesso aggiramento dovrei compiere per accettare e con dividere la sua, diciamo così, visione del mondo. Dovrei amarla, insomma, questa vi sione, appunto perché mi fa schifo.
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Ma la cosa fondamenta le, rimane l’attrazione fisica. Qualche volta mi avviene lo stesso in autobus o in tram, dovunque insomma io sia co stretta a stringermi contro qualcuno. Vedo un uomo orri bilmente volgare, laido, repel lente e provo una voglia paz za di baciarlo. Ma non per una perversione del gusto, si badi bene; semmai come pu nizione per averne provato schifo. O forse per mettermi alla prova. Nel caso del mio futuro suocero, penso guar dandolo, la prova sarebbe più esatto chiamarla martirio.
Queste riflessioni, lo so benissimo, si traducono di so lito in me in un turbamento disfatto. In simili momenti un uomo che se ne accorga, può fare di me quello che vuole. E certamente il padre di Da niele se ne è accorto. Eccolo posare deliberatamente la si garetta sull’orlo del portace nere, chinarsi in avanti, pren dermi la mano. Eccolo avvicinare pian piano la sua bocca alla mia. Mi metto mental mente a contare alla rovescia, come si fa per i voli per la Luna: dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre, due, uno. Intanto mi dico che se lui mi bacia io accetterò di diventare sua moglie. Sarò la matrigna di Daniele. Un’altra ripugnanza da superare; un’al tra piaga da baciare; un’altra prova da affrontare.
Ecco che le nostre labbra si incontrano. Come ho preve duto, mi ci vuole uno sforzo notevole per restituire il ba cio invece di respingerlo. Ma questo sforzo, come ho egual mente preveduto, mi piace. E poiché mi piace lo sforzo, mi piace anche la sensazione Poi ci separiamo e lui dice: « Allora saresti tu la ragazzi na che dovrei sposare? »; io gli dico: « Sì ». Lui mi fa una carezza alla guancia. Gli guardo la cravatta e vedo che è una cravatta di pessimo gu sto e penso che per comin ciare debbo costringermi ad amare quella cravatta.