di Virgilio Lilli
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 6 agosto 1970]
Tiro, agosto.
A guardarlo da vicino, sen za i diaframmi della ragione politica o delle emozioni sog gettive che ci inducono a sen timenti di simpatia o antipa tia, il conflitto arabo-israelia no â— attraverso le vicende che di giorno in giorno deter mina â— simboleggia il con flitto che anima e allo stesso tempo tormenta il mondo in tero dei nostri giorni.
Come sempre da alcuni mil lenni, la Palestina riesce ad essere ancora un teatro ter ribilmente serio, nel quale il dramma degli uomini e della loro convivenza assume valo ri rigorosi d’una verità defi nitiva, destinata a divenire paradigma, modello esempla re per il resto del mondo, e quindi mito. E’ proprio que sta terra, sono proprio questo cielo, questo mare, questo cli ma, questa vegetazione; è in somma questa placca di mon do, non più Europa o Afri ca e non ancora Asia, non più mare e non ancora de serto o steppa, è proprio que sta latitudine, dico, a gene rare il mito. Ogni gesto d’uo mo, e ogni sua voce, e ogni sua passione, e ogni suo ragionamento e perfino ogni sua follia vi assumono uno spes sore biblico.
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Esiste entro questo oriz zonte una Bibbia vissuta, con dendo direi, che sarà un gior no messa sulla carta dalle ro tative invece che dagli scribi, ma che non per questo sfugge al suo destino: d’essere il di gesto d’una esemplificazione da servire come pietra di pa ragone della storia. Arafat, capo dei guerriglieri palesti nesi, e Dayan, stratega del po polo di Sion, sono già due personaggi della Bibbia (vivi, da toccarsi con le dita). E so no frammenti di Bibbia le in cursioni aeree dei Phantom dell’aviazione israeliana sul Canale come gli attentati ai kibbutzim della valle del Gior dano o del Mar Morto da parte dei commandos arabi. Se sapessimo leggere il « li bro dei libri », vi troveremmo il seguito delle vicende in cor so questi giorni, e la loro con clusione. Ma gli uomini san no vivere la Bibbia, non la sanno leggere. Ed è forse la loro condanna.
Il conflitto arabo-israeliano è lo scontro, in realtà, fra la campagna e la città, lo stesso che empie d’affanno (e di san gue) il mondo, in Africa, in America latina, in Asia e, del resto, in Europa dove è in atto una sollevazione di con tadini (anche quando si parla d’operai) il cui supremo ane lito tende disperatamente alla città. La campagna, intendia moci, non come fatto agrico lo, bensì intesa come antica natura, legato tradizionale del le generazioni alle generazio ni: un certo modo di vita, di lavoro, di emotività e di sof ferenze, tutto ciò in dimen sione immediata ed elemen tare, per qualche verso con una condanna a una perenne infanzia o perfino a una la tente idiozia nel senso greco della parola. Insomma una campagna che non è necessa riamente il campo, la terra, il grano, la zappa; e che può es sere perfino una città; che può essere un mobile, un rito ma trimoniale, un dolce. Ma so prattutto è una forma della mente, nella quale le frustra zioni determinate nell’uomo dai traumi della natura si fan no sentire in tutta la loro de gradante virulenza.
Allo stesso modo la città può essere precisamente un campo, per esempio una fat toria degli Stati Uniti in dustrializzata scientificamente, gestita da tecnici, e cioè da non-contadini. In questo senso l’America del nord è un esem pio classico di città tutta intera (i suoi contadini sono forse solo i negri, compresi quelli delle città), costruita tutta sulla astrazione e sui suoi corollari pratici, correzio ne e rifacimento dell’uomo a somiglianza del suo intelletto e non delle sue passioni, o meglio delle sue passioni rige nerate dall’intelletto e rivissu te secondo convenzioni con cordate fra la volontà e le cose.
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In termini semplici, gli ara bi sono contadini, gli israe liani sono cittadini. E inten diamoci bene: non sono con tadini gli arabi perché siano degli agricoltori, né cittadini gli israeliani perché non lo siano. Tutti sappiamo che gli arabi sono pastori, sono no madi, sono mercanti e perfino pescatori. Come sappiamo che gli israeliani sanno mutare il deserto in campo produttivo. Senonché nel paesaggio psico logico dell’arabo c’è il rifles so indistruttibile dell’aratro a chiodo, del gregge: la visione del mondo al primo stadio della intelligenza e del lavoro, e cioè il rapporto di simbiosi intelletto-terra (sia la terra la sabbia del deserto o il villag gio di fango o addirittura il serraglio, l’harem e perfino la scimitarra di Sallah Eddin). Mentre nel paesaggio psicolo gico dell’ebreo c’è la speculativa, l’elaborazione della real tà grezza in una soprarealtà mentale che tende con tutte le sue forze a estraniarsi da gli inviti elementari della na tura-natura. Sono due tipi di umanesimo, il primo scritto senz’acca, originario e maga ri sorgivo; il secondo scritto con l’acca, mediato dalla vo lontà.
Due ingrate parole hanno da qualche tempo il compito di definire questi due tipi di umanità: sottosviluppata (o in via di sviluppo, ch’è un eufe mismo ma sostanzialmente è la stessa cosa) e soprasvilup pata. Andrebbero sostituite a più giusto titolo â— secondo quanto si diceva più sopra â— con le parole « contadina » e « cittadina ». Precisamente la posizione degli arabi e degli ebrei di Israele (e quella di certe regioni meridionali e set tentrionali di certi paesi d’Eu ropa, non solo, ma addirittu ra del proletariato e della bor ghesia nella stessa città, anche se quel proletariato lavora nel le officine ove si fabbricano apparecchi elettronici e se quella borghesia costituisce i quadri d’un partito comuni sta).
Improvvisamente, ventidue anni fa, è nata in Palestina la città nel senso che s’è detto. Come per una insopprimibile esigenza d’aggiornamento da parte della storia, al di fuori della volontà degli uomini, è sorta questa astrazione prima
che questa realtà: lo Stato di Israele. D’un colpo, da un giorno all’altro, la natura-natura s’è trovata ad ospitare la metropoli, sia pure in ger moglio: la lotta al deserto, al la capra, al laisser aller e al laisser faire dei retaggi tradi zionali; la lotta alla mosca e al fato, al tracoma e alla sic cità, al sapore genuino delle emozioni e della sonnolenza mentale; la lotta insomma al l’accettazione della vita come incorreggibile imperativo da parte della natura. Da un gior no all’altro si è instaurata nel la polpa della innocenza pas siva dell’uomo (ch’è una ca ratteristica appunto della cam pagna) la correzione della na tura, anzi la sua revisione sul la base di schemi astratti (ch’è appunto la caratteristica della città).
Pensiamo a un piccolo oro logio che cada al centro d’un enorme formicaio: il formi caio è la campagna, l’orolo gio la città. Le formiche ci si avventeranno sopra, lo copriranno letteralmente con la lo ro brulicante massa nerastra, cercheranno perfino di distrug gerlo: se potessimo attribuire loro una facoltà di pensare, per esse sarebbe un attentato da parte di un corpo estraneo, una bestemmia oltre che un non-senso. Finché finiranno con l’esserne condizionate, ne studieranno il solfeggio delle pulsazioni meccaniche, il mo to delle sfere, il gioco degli ingranaggi. Ammessa, ripeto, una intelligenza delle formi che, quell’orologio sarà un uragano e una rivoluzione al lo stesso tempo.
Nel giro di un ventennio la Palestina s’è empita di can noni e di antibiotici, di carri armati e di trattori agricoli, di trincee e di librerie, d’urla disperate e di gelidi commenti fondati sulle statistiche e sui dati degli elaboratori elettro nici. Con la ghiaccia violenza dell’ingegneria e della banca la città ha continuato a pren dere corpo, ad allungare i ten tacoli sulla campagna (sia pu re deserta). Israele è cresciu to; è cresciuto più qualitati vamente che quantitativamen te, ha letteralmente iniettato l’Europa e l’America nell’Asia minore.
Ne è nata la lotta, appunto, fra la campagna e la città, fra i contadini e i cittadini; la stessa che, dopo tutto, ha opposto la Russia e l’Europa Orientale, contrade eminente mente di contadini fino a qualche decennio fa (e in par te tuttora), agli Stati Uniti e all’Europa Occidentale, con trade, al contrario, di citta dini, sia pure con qualche ec cezione frammentaria, da cen tinaia d’anni. In questo senso il conflitto arabi-Israele, qualunque debba essere la sua conclusione pratica, muterà il volto della Palestina, non so lo, ma di tutti i paesi arabi legati ad essa dalla geografia materiale e mentale.
La Bibbia sarà sempre più viva, sempre più aderente al la storia del mondo: i pastori diverranno ingegneri, la tenda dei beduini diverrà building d’acciaio e di vetro, il Corano diverrà un genere di comfort dello spirito, la città insom ma si insedierà, con tutta la forza del suo laicismo, sul terreno della sacralità conta dina, via via spegnendola. Co me sta avvenendo in Unghe ria e in Polonia, in Russia e perfino in Cina. Quel giorno sarà difficile distinguere un arabo da un israeliano. Sa ranno, in versioni diverse, i termini di una stessa equazio ne, come già lo sono gli astro nauti americani degli « Apol lo » e quelli sovietici delle « Soyuz ».