di Riccardo Bacchelli
[dal “Corriere della Sera”, sabato 17 maggio 1969]
Dei selvaggi veri e propri, della foresta integra, portento formidabile della più naturale natura, Gaetano Casati dà re lazione confusa ed ingenua, ma in ciò tanto più attendi bile e verosimile. Alla confu sione contribuì il fatto che, venuto dalle foreste d’Equatoria a trattare il passaggio di Emin Pascià e delle sue genti egiziane all’Uganda per l’Unioro, si trovò in balìa di un po polo e d’un suo sovrano, i quali avevano acquisito dal contatto e commercio con i forestieri arabi ed europei, ca ratteri d’astuzia e di sospetto e prepotenza non più istintivi e ingenui ma anche meditati e perfidi. Le credenze invete rate nel malocchio e nelle pra tiche magiche, avevan preso semmai violenza maggiore e più crudeltà. Così avvenne che al malavventurato Casati, de predato, spogliato, avvinto in tormentosi legami sotto il tor mento del sole, furon brucia te le note delle sue decennali osservazioni e memorie, per ché il sovrano e le genti dell’Unioro temevano che conte nessero scritte le formule e cifre di una sua tremenda po tenza magica. E così egli non ebbe poi, alla narrazione dei suoi « dieci anni in Equatoria », altro ausilio che della memoria.
Quel sovrano, potente e prepotente despota unificato re dell’Unioro, strano e vigo roso impasto di tirannia e di astuzia politica, di terrori e atrocità superstiziose e di va lentia guerresca, di passione per l’allevamento di bestiame ovino in grande, re mandria no, guerriero, sacerdotale, non che politico, da Casati è chia mato Cina, ma ebbe poi no torietà e fama col nome di Cabrega, « macama » di Unioro, nella sua lunga e irriduci bile lotta contro gli inglesi, e il conquistatore e colonizza tore Lugard, che del nemico Cabrega traccia un ritratto in cui da buon inglese giudica testardaggine e malvagità e rabbia, quelle che in un ami co considererebbe tenacia ed astuzia e prodezza.
Oggi l’Unioro di allora è incorporato nello stato del l’Uganda: ai tempi di Casati e di Macama Cina, fra i due potentati negri c’era odio in veterato e perenne guerra di preda, devastazione, sterminio.
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â— Questo è il Kafur, ossia Fiume della Morte, come lo chiama Casati giustamente. Il nome è ancora il medesimo e designa quel che fu il confine, lungo l’amplissimo arco fluviale e palustre del Kafur, fra l’Unioro ed Uganda. Lo passiamo nel suo tratto nordo rientale, per andare al Nilo Vittoria, a valle delle celebri cascate Murchison, dove tor me di ippopotami in acqua fi no alle narici e agli occhi di sguardo chiotto e bonario, e placide e possenti famiglie di elefanti d’ogni età che s’ab beverano e si docciano con la proboscide, e tribù di scim mie, e branchi di svelti por celli selvatici, e quant’altri ani mali ha l’Africa tropicale, vi vono in unna sorta di grandioso idillio selvatico, fluviale. L’a nimale temibilissimo, il più or rendo e schifoso esemplare del la naturale morfologia dell’or rido e del terrorizzante, vi metterebbe una nota di repul sione e di costernazione, se non vi si insinuasse un tal qual ridicolo a sentir dire che anche il discendente di anti chi mostri d’età geologiche, do po tanti millenni di feconda conservazione, ormai è ridotto ad aver bisogno di protezio ne anch’esso, perché la richie sta di pelle di coccodrillo per borsette e scarpette e valigie, la pelletteria insomma, sta estinguendo la sua lubrica, vi scida, scagliosa e dentatissima specie. Una nota eroica invece è quella dell’aquila dal collo bianco, la cosiddetta pescatrice, tanto se posa con araldica dignità sugli alberi, e di pre ferenza sui secchi, uccisi dalle crescite del fiume, quanto se vola: ed eccone d’un tratto due, battendo le grandi ali fortissime, con fiere strida, che si son prese per il becco e lot tano a morte. Scese a precipi zio nel folto, dopo poco una sola riemerge dal bosco, su perstite vittoriosa.
Sui ripiani sterminati dell’Unioro e negli avvallamenti freschi d’acqua e d’erbaggi, l’agio, la libertà, la larghezza della tranquillità animalesca la fa più agiata e libera e spa ziosa; e crescon di numero sui piani rilievi e negli avvalla menti, e sull’ampiezza degli orizzonti, vasti se aperti, va sti se preclusi alla vista diret ta. Son pacate, solenni con greghe di grigi elefanti; tor me nere di bufali dalla cata pultante struttura, calmi se an che sospettosi e torvi come sempre; son branchi dei con sueti animali. D’una in altra ondulazione del terreno, si fa sentire la crescente vicinanza e consistenza del sistema col linare dell’Unioro pedemonta no, davanti i rilievi, le alture, le vette, in ponente, della spal la montagnosa del Mutanzighe, odierno Lago Alberto. Infine, a Masindi, verdi colli, spiazzi ubertosi, lembi di superstiti foreste: è l’esatta topografia locale descritta dal Casati, che a Masindi stessa ed in questa regione colloca le sedi regali di Cina, coi gran pascoli intorno, perenni, col fasto delle sue reggie di sette gerarchiche entrature, dimora e fortilizio e sacro recesso del le terribili giustizie e delle san guinose pratiche magiche, ora colari, sacrificali. Egli descri ve anche, il Casati, gli stra tagemmi di una battaglia di Cina contro invasori ugandini, nella quale sfrutta con sapien te destrezza strategica la po sizione di una collina e d’uno di questi nodi stradali di fondovalle che ho sotto gli occhi. I resti forestali e la vista in distanza delle montagne, rie vocano il ricordo delle risorse strategiche fornitegli appunto dalle foreste e dalle montagne in congiunture difficili e nella guerra di cui Casati narra le vicende.
Sono conferme sul terreno e in natura, ed in ciò ampie e convincenti, della esattezza e veridicità delle notizie che di quei tempi e di paesi e genti, ci vengon tramandate dall’esploratore italiano, sic ché vuol parermi che varreb be la pena di estendere l’inda gine e l’esame geografico, etno grafico, storico nella misura del possibile, data la natura delle fonti orali e tradizionali e interrotte da tempo, di quan to c’è di vero nelle referenze del Casati, trasferte e tra sfuse nel romanzo che n’ho ri cavato.
Di più, e più pertinente mente, mi vien di ricordare che Casati appartenne a quel la scuola d’africanisti, « esplo ratori a piedi », in prevalenza italiani, alla quale si ascriveva il Nesbitt quando mi venne a trovare perché non credeva che potessi aver avuto la «sen sazione tecnica » dell’Africa senz’esserci stato. Per la sto ria, di tale scuola l’ultimo fu Gaetano Casati, che della vita dei negri indigeni, tanto dei selvaggi quanto e più che dei barbari, prevedendone e pre sentendone la prossima fine, ebbe sentimento e cognizione generosamente umani, singo larmente intrinsechi col costu me e la psicologia dei natu rali, dei figli della foresta.
Ho appreso che negli isti tuti e scuole del Kenya e del l’Uganda odierni, studiosi na zionali si adoperano a rico struire con metodo e criterio scientifico e storico, nelle traccie superstiti, nelle tradizioni, nelle leggende, la realtà stori ca dell’antica Africa negra. Quel che ne dà il libro di Ca sati, e in poetica, ma non per ciò fittizia né falsa, trasfusione, il mio, è documento e rappresentazione di quella realtà nella esperienza pratica del l’esploratore e poi nella visione estetica, del romanziere: europei, bianchi: non da dir falsa per questo. Per mio con to, son dell ‘avviso che varreb be la pena di fare una verifica critica e del documento e del la rappresentazione, in quan to e perché originano dal ri spetto e dalla umanità che spirarono verso i negri selvag gi e la loro primitività per tanti aspetti difficile sì da in tendere e sì da frequentare, gli « esploratori a piedi » della scuola italiana ormai an ch’essa antica, contemporanea degli ultimi selvaggi puri.
Questo pensiero, o piutto sto desiderio vago, mi si rav viva in capo nel ripassare, nel tratto sud occidentale del suo vasto arco, il confine d’una volta fra l’Unioro e l’Uganda del tempo che fu, e nel rico noscervi il corso del Kafur, Fiume della Morte e delle guerre che furono, lento nell’intreccio d’erbe palustri e nel folto di selve di canne e pa piri. E anche di queste ne de scrive una il Casati con esat tezza.
Se una traduzione di Mal d’Africa nel comune linguag gio d’Africa Orientale, l’ingle se, mi sa che potrebbe forse riuscir grata e non inutile ad avviare il proposito di far la storia degli africani primitivi d’una volta, parlo nel mio in teresse di autore romanziere, ma non credo di proporre una idea sbagliata e senza fonda mento, da attuare criticamente.
Ma ormai è vicino il giorno che prenderò l’aereo, in volo diurno questa volta, sperando di vedere la gran valle del Nilo, il deserto, le isole e co ste di Grecia, e l’Italia, rien trando in patria.