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Solo Napolitano può bloccare il golpe

27 Settembre 2013

di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 27 settembre 2013)

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha partecipato ad un convegno dedicato alla riabilitazione storica e politica di Bettino Craxi. Iniziativa lodevole per chi negli anni della Prima Repubblica è stato il capo della corrente “migliorista” del Pci-Pds, quella che appariva la più sensibile alle pressioni craxiane per una evoluzione socialdemocratica dei comunisti italiani.

Ma dove stava il leader dei “miglioristi” quando Craxi veniva eliminato dalla scena politica nazionale dalla cosiddetta rivoluzione giudiziaria? Napolitano ci ha messo vent’anni per compiere un gesto coraggioso teso a cancellare la damnatio memoriae riservata al defunto leader della sinistra riformista italiana. Ma tra vent’anni non potrà partecipare, per evidenti ragioni anagrafiche, ad un identico convegno di riabilitazione e di fine della damnatio memoriae di Silvio Berlusconi. Per cui sarebbe opportuno che questa volta, a differenza di quanto fece in occasione della decapitazione politico-giudiziaria di Craxi, non si nasconda dietro lo schermo di una ipocrita terzietà istituzionale ed affronti apertamente, nella sua qualità di Presidente della Repubblica, una questione che investe non una singola persona ma il sistema democratico del paese.

Il problema che le annunciate dimissioni di massa dei parlamentari del Pdl pone, infatti, non riguarda solo la persona di Silvio Berlusconi ma la stessa sorte della democrazia italiana. Può il nostro paese, dopo aver assistito alla scomparsa della Prima Repubblica per mano di un golpe mediatico-giudiziario, registrare senza conseguenze di sorta la scomparsa della Seconda Repubblica provocata da una riedizione del solito golpe mediatico-giudiziario? Napolitano nega che si possa parlare di golpe e definisce “ inquietante” la minaccia dei parlamentari del Pdl di reagire con le dimissioni a ciò che considerano un colpo di stato.

Ma il Capo dello Stato, in quanto garante dell’unità della Repubblica democratica, non può sfuggire alla domanda se due golpe in vent’anni non siano troppi che proviene da una larghissima parte dell’opinione pubblica italiana. Un interrogativo che non riguarda solo la sorte di un personaggio controverso e neppure dello schieramento politico che rappresenta ma coinvolge la stabilità democratica di un paese che non può subire strappi e violenze destinate ad azzerare sempre e comunque la stessa parte politica rappresentata dallo schieramento contrario alla sinistra massimalista.

La decisione presa dai parlamentari del Pdl indica con estrema chiarezza la loro volontà di impedire che a Silvio Berlusconi venga riservata la stessa sorte di Bettino Craxi. Angelino Alfano, che pure viene considerato il capo delle cosiddetto “colombe”, ha spiegato che di fronte alla riedizione di un golpe mediatico-giudiziario ai danni del proprio leader il partito non ripeterà gli errori dei partiti democratici della Prima Repubblica.

Rimarrà unito e si batterà con la massima energia per difendere Berlusconi, se stesso e l’intera democrazia italiana. Ora Napolitano sa bene che la questione non potrà essere risolta rifugiandosi dietro il formalismo giuridico delle sentenze che “non si discutono ma si rispettano”. Il Capo dello Stato sa che in ballo c’è il futuro democratico del paese che non può permettersi due golpe nel giro di due decenni senza subire danni irreversibili. Ed è consapevole, infine, che l’unico in grado di bloccare la deriva golpista è proprio lui. La salvezza della democrazia italiana è nelle sue mani. L’auspicio è che non rimangano immobili. Come all’epoca dell’esecuzione di Bettino Craxi!


Il rischioso obiettivo del Cav
di Giovanni Orsina
(da “La Stampa”, 27 settembre 2013)

Dopo aver girato per quasi due mesi intorno a una crisi politica di prima grandezza, l’Italia pare sul punto di precipitare nelle braci di una crisi istituzionale di gravità ancora maggiore. La minaccia dei parlamentari del Pdl di dimettersi, al di là del contenuto procedurale – in che modo siano regolate quelle dimissioni –, aprirebbe nello spazio pubblico italiano una frattura di portata e conseguenze incalcolabili.

Tanto più perché appare quanto mai chiaro che all’azione di parte berlusconiana corrisponderebbe una reazione altrettanto ferma delle altre parti, come le parole pronunciate ieri dal Capo dello Stato e da ultimo, con particolare durezza, dal Presidente del Consiglio lasciano intendere fin troppo chiaramente.

La situazione è resa non meno ma più grave dal suo essere il frutto non di un capriccio personale, ma del perverso intreccio fra due modi opposti e inconciliabili di leggere la storia d’Italia degli ultimi vent’anni: da un lato la convinzione che l’equilibrio fra i poteri sia stato sostanzialmente rispettato, e la legittimazione complessiva delle istituzioni, perciò, salvaguardata; dall’altro la persuasione che la magistratura abbia costantemente e continuamente invaso il campo della politica, e ai danni per giunta di una parte sola. La minaccia dei parlamentari del Pdl di dimettersi può senz’altro suscitare indignazione. Non si può fare a meno di riconoscere però come, all’interno del mondo mentale di Berlusconi e dei berlusconiani – un mondo mentale che, è sempre bene rammentarlo, si appoggia su quasi dieci milioni di voti di coalizione raccolti solo sette mesi fa –, quella decisione appaia non soltanto logica, ma da un certo punto di vista perfino necessaria. Se si ritiene infatti che vi sia stata una persecuzione giudiziaria ai danni dell’uomo che dal 1994 ha incarnato lo schieramento politico di centro-destra, allora è quasi inevitabile giungere alla conclusione che intorno alla condanna definitiva di quell’uomo possa – di più: debba – aprirsi una crisi istituzionale senza precedenti.

Pure restando all’interno del mondo mentale di Berlusconi e dei berlusconiani, tuttavia, e accettandone il punto di vista, la repentina accelerazione di questi ultimi giorni evoca comunque una domanda non proprio secondaria: aprire una crisi istituzionale senza precedenti, sì, ma per arrivare dove? Ammettiamo insomma che la persecuzione giudiziaria ci sia stata. Ammettiamo che il rapporto fra politica e magistratura debba essere riequilibrato, e che ciò possa essere fatto soltanto con un’iniziativa traumatica. Ammettiamo perfino che possano usarsi parole gravi, gravissime, come eversione e colpo di Stato. E ammettiamo infine che tutto questo giustifichi la decisione di far saltare il tavolo. Quale sarà la strategia, poi, per rimettere in piedi un tavolo nuovo, che sia migliore del precedente? Quale disegno alternativo viene proposto al Paese, disperato e affamato di soluzioni come mai in tanti decenni?

La scelta di rottura punta con ogni evidenza al bagno elettorale. Proprio quella scelta, tuttavia, combinata con l’assenza di una strategia che, se non la giustifichi, per lo meno la sostanzi, potrebbe rendere il voto quanto mai rischioso a Berlusconi e ai berlusconiani. Non è impossibile che una parte anche consistente del suo elettorato tradizionale sia disposta a seguire comunque il Cavaliere. Nella convinzione che sia stato davvero perseguitato dalla magistratura. Per sfiducia generale nel potere giudiziario, e ancor più ampiamente nelle istituzioni pubbliche. Per rabbia, frustrazione e dispetto. Perché si colloca a destra. E tanto maggiore sarà, quella parte, quanto meno le altre forze politiche sapranno parlare agli elettori berlusconiani – fino ad ora, nonché riuscirci, non ci hanno nemmeno provato.

L’elettorato di centro-destra, tuttavia, è pure scettico, tiepido, impolitico, ostile agli eccessi ideologici, riluttante alla mobilitazione. Nel suo videomessaggio della settimana scorsa non per caso Berlusconi lo ha esortato all’azione – ma non è affatto detto che nemmeno lui sia capace di scuoterlo dalla sua pigrizia, che lui stesso, del resto, ha giustificato e anzi incentivato per anni. Ed è un elettorato, poi, che per quanto rabbioso, frustrato e dispettoso, anche a motivo della sua composizione sociologica chiede pur sempre, soprattutto, stabilità. Il Cavaliere, certo, ha dimostrato più volte di essere un maestro nel drammatizzare le contrapposizioni, ottenendone grandi vantaggi elettorali. Si è sempre trattato però di contrapposizioni relativamente circoscritte, a loro modo ritualizzate. La crisi politica e istituzionale della quale si sta parlando ora sarebbe assai meno circoscritta o ritualizzata. E per giunta avrebbe il voto come suo unico orizzonte strategico. Quanti dei suoi elettori sarebbero davvero disposti a seguirlo su questa strada?


Il falò della servitù
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 27 settembre 2013)

Pare che circolino dei moduli prestampati per consentire ai parlamentari del Pdl di presentare le loro dimissioni senza star lì a perder tempo. Ma poiché la Costituzione dice che il parlamentare è senza vincolo di mandato, e questa assomiglia molto a una servitù di mandato, si precisa che chi vuole può anche scriversela di suo pugno la lettera, con le motivazioni che preferisce, purché la firmi. A questo il Porcellum ha ridotto il Parlamento, e non solo a destra per la verità: a un bivacco di subordinati.

Ma del resto quasi tutto è senza precedenti in questa storia delle dimissioni di massa postdatate. Al punto che il presidente della Repubblica ha sentito il dovere di alzare la voce come non aveva mai fatto prima, condannandola con parole durissime, segnalandone la «gravità e assurdità ». Napolitano l’ha interpretato come un atto che porta il gioco politico già estremo di queste settimane oltre il segno, oltre un punto di non ritorno. Le dimissioni dei ministri del Pdl avrebbero sì aperto una crisi di governo; ma le dimissioni dei parlamentari aprirebbero una crisi costituzionale, mettendo in conflitto tra di loro i poteri dello Stato. Esse minacciano, cioè, un atto al limite dell’eversione (la serrata del Parlamento) per protestare contro ciò che si definisce un «atto eversivo » (un voto del Parlamento sulla decadenza).

Berlusconi sembra dunque sperare che la decadenza dell’intero Parlamento possa rendere meno amara la inevitabile fine della sua vita parlamentare. Coinvolgendo le istituzioni nel proprio destino giudiziario, accetta però il teorema dei suoi nemici, che vorrebbero ridurre la sua storia politica ventennale a una vicenda di processi e di condanne. E toglie le castagne dal fuoco a chi nel Pd alimenta da mesi il falò dell’intransigenza, diventando lui il sicario di un governo in realtà mai digerito a sinistra.

Ma tant’è: da oggi si può davvero dire che l’esecutivo Letta è al capolinea. Non avrebbe senso assumere altri impegni di bilancio, per evitare l’aumento dell’Iva o il ritorno dell’Imu, quando non si sa chi potrà rispettarli. Il presidente del Consiglio deve dunque fare la cosa giusta e istituzionalmente corretta: andare alle Camere per verificare se ne ha ancora la fiducia. In questi mesi, anche per gli errori di un governo che ha sommato invece di selezionare le pretese dei partiti, Letta non è riuscito a domare il fronte di chi voleva le elezioni a febbraio e che ha sfruttato la vicenda giudiziaria di Berlusconi per averle. Ora non gli resta che l’ultima carta: rimettere al centro la ragione per cui è nato.

Il 15 di ottobre, infatti, non è solo la data in cui Berlusconi andrà agli arresti domiciliari o ai servizi sociali. È anche il termine per presentare la legge di Stabilità, e cioè il principale strumento di politica finanziaria dello Stato. Senza di quello, l’Italia può tornare nel gorgo dove stava affogando nel novembre del 2011. Due anni di lacrime e sangue vanificati in un istante. Vediamo chi vota per la rovina nazionale.


L’ambiguo volo delle colombe Pdl
di Fabrizio De Feo
(da “il Giornale”, 27 settembre 2013)

Roma – Sperano in un intervento last minute di Giorgio Napolitano e nella sua moral suasion, finora a dire il vero poco foriera di risultati. Sono convinti che l’arma delle dimissioni di massa si risolverà in uno strumento di pressione poco efficace, al limite dell’autogol.
Ricordano che il 3 ottobre arriverà la legge di stabilità in Parlamento e sarà difficile sottrarsi agli impegni. Paventano il pericolo di un clamoroso assist offerto a Matteo Renzi. Sussurrano che sarebbe meglio rompere su un tema sul quale tutto il Paese possa riconoscersi e che tocchi la carne viva degli italiani. Ma, tranne possibili, sporadiche eccezioni, non hanno intenzione di passare a una controffensiva organizzata e di tradire il vincolo di fedeltà verso il loro leader.

Le colombe volano con tanti dubbi e con grande fatica sopra il tentativo di azzeramento dei gruppi parlamentari, senza nascondere di sentirsi come pugili messi in un angolo. «Partiamo da un presupposto: noi le dimissioni le diamo ma solo perché ce le chiede Berlusconi », spiega un parlamentare. «Inoltre con questo sistema elettorale non esistono colombe: chi tentenna resta fuori. E poi al di là di chi condivide e chi non condivide, il legame emotivo di affetto e riconoscenza è troppo forte. In questo momento non si può fare altro che compattarsi attorno al nostro leader ». Magari, fa capire qualcuno, il prossimo 4 o 5 ottobre quando dovrebbe tenersi una nuova riunione dei gruppi si tornerà a discutere di questa scelta. Anche perché, azzarda qualcuno, le dimissioni si possono ritirare fino a un attimo prima del voto in aula. E più di un parlamentare – e anche qualche ministro – spera ancora in quel «segnale di rispetto » e «interlocuzione » che potrebbe concretizzarsi nel rilancio della questione di legittimità costituzionale della legge Severino.

Dichiarazioni in aperto dissenso non ce ne sono. Chi si attesta su una linea morbida è Gaetano Quagliariello. «Le dimissioni si danno e non si annunciano. Ieri comunque non abbiamo votato alcuna dimissione ». Una puntualizzazione che fa scattare la reazione di Daniela Santanchè. «Quagliariello era presente alla riunione e quindi credevo avesse capito che le dimissioni non le abbiamo annunciate ma le abbiamo già date ». Un altro che tenta di non tagliare il filo della strana maggioranza è Maurizio Lupi. «Non condivido gli attacchi, anche violenti, di alcuni miei colleghi a Napolitano. Ma da noi non c’è divisione, non ci sono ministri o non ministri, falchi o colombe. Ogni parlamentare deciderà cosa fare. Il partito è unito attorno al suo leader, sulla questione che stiamo ponendo da mesi, purtroppo inascoltati, della retroattività di una legge che può togliere dal Parlamento il leader dei moderati, votato da oltre 10 milioni di italiani ». A vestire l’abito del pompiere ci prova anche il senatore Antonio Gentile. «Questo governo esiste grazie alla sensibilità di Berlusconi e del Pdl che hanno accettato due mesi di umiliazioni e di operette di Bersani e grazie al fatto che il nostro leader è stato protagonista della rielezione di Napolitano: mi auguro che gli equivoci dialettici si ricompongano ». In realtà, però, le colombe in questo momento si trovano soprattutto fuori dal Parlamento. Il partito Mediaset, infatti, anche oggi non avrebbe abbassato il pressing per convincere Berlusconi a riflettere su una scelta comprensibile umanamente e politicamente. Ma considerata come «ad alto rischio » per le prospettive aziendali.


Ecco gli agguati al Cavaliere pronti a scattare senza “scudo”
di Luca Fazzo
(da “il Giornale”, 27 settembre 2013)

C’è una vecchia foto di cui si sta occupando la procura antimafia di Napoli, in una indagine la cui esi ­stenza – ancora assolutamente non ufficiale- spiega bene quan ­ti e quali guai siano in attesa di Silvio Berlusconi, e si preparino a investirlo uno dopo l’altro ap ­pena perderà lo scudo dell’im ­munità parlamentare.

La foto ri ­trae il Cavaliere in posa insieme a Sergio De Gregorio e a un terzo signore, capelli a spazzola e ma ­scella quadra. Si chiama Anto ­nio Benigni, e da febbraio è in cel ­la a Opera per bancarotta, ma ha alle spalle rapporti che nel 1996 lo indicavano come «uomo dei casalesi ».Quando lo hanno arre ­stato, nella sua villa è saltata fuo ­ri la foto. Da quel momento la Procura di Napoli lavora a un ipotesi: che dietro il complesso legame tra Berlusconi e De Gre ­gorio ci sia anche una torbida storia di voto di scambio nel terri ­torio dei clan. Per questo su Ber ­lusconi scava l’Antimafia: con pochi risultati, per ora, perché quando sono venuti da Napoli i pm a interrogarlo, Antonio Beni ­gni pare che abbia fatto scena muta.

Anche lì, comunque, c’è di mezzo De Gregorio: perché il paffuto ex parlamentare dell’Italia dei valori e del Pdl è oggi il minimo comune denominatore della morsa giudiziaria che si prepara a stringersi intorno al Cavaliere. Da Napoli, dove Berlusconi rischia l’arresto per corruzione con l’accusa di avere indotto al silenzio Gianpaolo Tarantini, testimone dell’inchiesta sulle ragazze ospitate a Palazzo Grazioli; a Bari, dove la Guardia di Finanza ha consegnato alla Procura un rapporto assai pesante nei confronti dell’ex premier e dei suoi rapporti con Tarantini. È il duplice punto d’approdo di una inchiesta sostanzialmente unica, condotta – con toni e tattiche diverse – da due procure: ma che rischia di arriva al dunque esattamente in contemporanea con la decadenza di Berlusconi dalle cariche parlamentari, senza più alcun usbergo dai mandati di cattura. Le dichiarazioni di De Gregorio sono state il motore di entrambe le inchieste. «L’ho fatto per ripulire me stesso e la mia coscienza » dice De Gregorio ospite ieri sera di «Servizio pubblico »

E l’onda lunga delle «cantate » degregoriane rischia di precipitare la situazione anche a Milano, dove l’interrogatorio davanti al pm De Pasquale ha fatto irruzione sulla scena del processo Mediatrade, dove Berlusconi non è imputato – venne prosciolto con formula piena in udienza preliminare – ma in cui rischia di essere risucchiato dalle accuse dell’ex compagno di partito. Per De Gregorio, fu Berlusconi a intervenire sul governo cinese perché rallentasse l’arrivo di una rogatoria da Hong Kong chiesta dal baffuto pm milanese. Adesso la rogatoria è finalmente arrivata. Quattro faldoni di dati bancari e contabili e di note scritte in inglese. De Pasquale sa già cosa c’è dentro, e non li avrebbe depositati in pompa magna nel processo (dove sono imputati tra gli altri Piersilvio Berlusconi e Fedele Confalonieri) se non ci fosse roba buona per le tesi dell’accusa. Ieri le difese hanno chiesto invano una pausa del processo per poter analizzare le carte di Hong Kong, ma il tribunale presieduto da Letizia Ferrari da Grado ha respinto l’istanza, in nome delle esigenze di speditezza della giustizia. I periti della difesa dovranno venire in aula a scatola chiusa, analizzando un materiale ormai datato e incompleto. Una decisione che ha lasciato perplessi i difensori degli imputati, «forse non hanno avvisato il tribunale che qui Berlusconi non è imputato ». Ma il Cavaliere potrebbe essere di nuovo chiamato in causa. Magari non per frode fiscale, perché revocare il proscioglimento è complicato. Ma una ipotesi di concussione ai danni dell’ambasciatore in Cina – un po’ sulla falsariga dell’accusa per la telefonata in questura nel processo Ruby – potrebbe giustificare, tecnicamente, una richiesta di arresto.

In questo rush finale a chi arresta per primo Berlusconi, la grande incognita è il processo Ruby ter, quello che vedrà il Cavaliere accusato di avere comprato a caro prezzo il silenzio dei testimoni nella inchiesta sulle notti di Arcore. L’apertura formale del fascicolo aspettava il deposito delle motivazioni della sentenza con cui il Cavaliere è stato condannato a sette anni per prostituzione minorile e concussione, che dovevano arrivare sabato scorso. Il giudice Giulia Turri ha chiesto una proroga di sei mesi: ma prima di lei a questo punto arriverà la sua collega Annamaria Gatto, che entro il prossimo 16 ottobre (e qui, per ora, di proroghe non si parla) depositerà le motivazioni del processo Ruby 2, che ha visto la condanna di Emilio Fede, Lele Mora e Nicole Minetti. E si mormora che quel che la Gatto scriverà del ruolo di Berlusconi farà impallidire quanto uscito finora.


I dubbi di B: “Non è che abbiamo fatto una cazzata con queste dimissioni di massa?”
di Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”, 27 settembre 2013)

Quel piatto, esangue, non cambia mai aspetto: pieno, e triste. La pasta non va giù, per niente. Il prosciutto provoca acidità. Soltanto la dieta, involontaria, procede bene. A pranzo con Gianni Letta e Niccolò Ghedini, e con il mal di stomaco per il comunicato di Giorgio Napolitano, Silvio Berlusconi ha cercato rassicurazioni dai commensali: “Non è che abbiamo fatto una cazzata con queste dimissioni di massa?”. Anche le rassicurazioni restano lì, solitarie e tristi, davvero tristi. Perché il Cavaliere, archiviato lo sfogo di un’ora e mezza a Montecitorio, ha un pensiero fisso: l’arresto a palazzo Grazioli o in villa San Martino appena decaduto dal Senato, un mandato da Napoli o da Milano. Il Quirinale ha ripetuto in pubblico quello che aveva spiegato al segretario Angelino Alfano in privato: non possiamo garantire sui magistrati e sui giudici. L’uomo emaciato e depresso, però, raccatta sempre un briciolo di forza per insultare Napolitano e per non ritirare lo scontro: “Questi mi vogliono distruggere, non ha senso restare al governo anche se il Colle non ci manderà a votare con questa legge elettorale. Non c’è nulla da chiarire con Enrico Letta. Non dovrò illustrare io agli italiani i motivi di questa crisi”. Tra Camera e Senato, i berlusconiani vagano con la determinazione di chi s’è licenziato, di fatto, ma non sa neppure quando e non capisce, soprattutto, perché. E allora la dieta, il piacere di un etto di troppo, è l’unica consolazione.

Gli gnocchi di Fitto e le burla di Sposetti
A Montecitorio, il mutismo di Raffaele Fitto s’interrompe davanti a una cima di gnocchi con il pomodoro freschissimo e la mozzarella filante: “È vero, io sto cercando di dimagrire. Ma non posso parlare, non posso commentare, quindi mi concedo qualcosa di buono”. I capigruppo Renato Brunetta, più spigoloso del solito e Renato Schifani, più infuriato che mai, ordinano di telefonare ai colleghi, di strappare adesioni e di firmare foglietti in bianco, cioè senza data, destinati ai presidenti di Camera e Senato. Non per oggi, non per domani, ma per quel giorno di lutto nazionale per l’uscita da Palazzo Madama del condannato Silvio Berlusconi. I deputati e i senatori, spento l’entusiasmo di mercoledì 25 settembre, definiscono la sceneggiata una “mozione d’affetto” per Berlusconi. Anche perché la procedura non permette le dimissioni di massa, ma uno alla volta dovranno chiedere e ottenere l’approvazione in aula. E così Ugo Sposetti, l’ex tesoriere Ds notoriamente bravo a far di conto, scherza con gli alleati di Forza Italia: “Senti, ti potrei salvare. Invece quel tuo amico lo mando a casa”. Partito democratico e Movimento Cinque Stelle potrebbero decidere di trattenere o cacciare Gasparri, Cicchitto e compagni. Già, Fabrizio Cicchitto. Se pure il fedelissimo ex socialista contesta la strategia del Capo, per verità l’ideona è di Brunetta, vuole dire che Forza Italia più che imbarazzare Colle e Pd ha imbarazzato se stessa. Maurizio Gasparri è amletico: “Comprendo chi all’inizio non se le sentiva. La prima legislatura è un rischio, qualcuno può temere di non tornare”.

Il ministro per le Riforme s’allontana dal partito
Mentre Brunetta e Schifani si gettano contro il Quirinale (“La definizione di colpo di Stato è giusta”), Gaetano Quagliariello e Daniela Santanchè litigano a distanza. Il ministro per le Riforme, che non ha apprezzato la pantomima di Montecitorio e che non ha interrotto i contatti con il Quirinale, dà una lezioncina al partito: “Le dimissioni non s’annunciano, si danno”. La Santanchè gli salta addosso: “Le abbiamo date, forse non ha inteso”. Nemmeno ieri sera, però, Quagliariello le aveva date. E l’inedita e ben assortita coppia Brunetta e Schifani s’è precipitata in televisione a rendicontare l’operazione. Brunetta: “I 97 deputati hanno risposto con un atto d’amore per Berlusconi”. Schifani: “Siamo a 87 su 91. Sì, anche Scilipoti è dentro”. Sì, Scilipoti preoccupava. Anche se Giovanardi e Compagna non vogliono partecipare perché hanno un movimento in proprio, in comunione di beni, e si chiama Popolari Liberali Solidali. Dunque, non vale la pena sottolineare quanto Giovanardi sia solidale con il Cavaliere.

La rabbia di Confalonieri e la fine dell’impero
I vertici di Mediaset, da Fedele Confalonieri in giù, non sopportano più le provocazioni e le tattiche dei vari Santanchè, Verdini e Brunetta: li detestano. E chiamano il Capo per farlo ragionare: “Se rompi con Letta non conti più nulla. Tu sei finito, il tuo impero è finito”. Di moduli per le dimissioni, però, ne sono stati compilati decine in meno di quanti trionfalmente annunciati. Non importa. È pur sempre una finzione. Che sarà manifestazione di piazza il 4 ottobre. Il giorno di una delicata e decisiva seduta pubblica in Giunta per le elezioni al Senato. Berlusconi vorrebbe andare lì è recitare la parte del prigioniero politico, nel senso proprio di prigione. Ogni giorno, accanto a Francesca e Dudù, si sveglia e si rivede in galera.

La paura di non essere rieletti
Dimissioni annunciate sperando che non accada. Il clima tra le colombe, le anime più moderate dentro il Pdl che ancora confidano nella tenuta del governo delle larghe intese, è quello di un rassegnato scongiuro perché l’inevitabile non si verifichi. Il pensiero di chi non nasconde i mal di pancia è di perdere il posto in Parlamento: “Perché devo rifare tutta la campagna elettorale? La pensione? Il minore dei problemi. Conta di più la poltrona, la posizione di potere. Insomma come diceva Andreotti, il potere logora chi non ce l’ha”, dicono nei corridoi secondo quanto riportato da Il Giornale. Antonio Razzi, ex Idv finito nel Popolo delle libertà, confida: “Io finirò in mezzo a una strada. Sto pagando ancora il mutuo che non mi ha pagato Berlusconi. Lui non mi ha comprato, mi ha dato la sua fiducia. Ma ho già consegnato le dimissioni. Non ho pensato al futuro. Eppure io sono il più disperato”. Tra i tanti deputati e senatori costretti al “folle gesto” c’è anche chi come Antonio Martino, titolare della tessera numero 2 di Forza Italia, si è licenziato per affetto, come riporta Libero, convinto che tanto non saranno mai accettate. O almeno così sperano in tanti.


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Bart