di G. Barbiellini Amidei
[dal “Corriere della Sera”, domenica 30 marzo 1969]
Era vecchio Bonaventura Tecchi? Con il metro della longe vità odierna, non si direbbe: aveva compiuto settantadue an ni da appena un mese quando è morto alla fine di marzo del 1968. A parlarne adesso, nella lontananza dei toni, un anno dopo, potrebbe sembrare un ve gliardo. Il filologo, il professo re d’università, il narratore so no difficili da collocare nella nostra società letteraria: il mo ralista poi, con quella sfida di chiarezza e di bontà rischia la censura di un’alzata di spalle.
Eppure dietro questa prima banale impressione la rilettura di Tecchi può serbare oggi sorprese di giovane attualità, forse fino a ieri insospettabili in questo autore di parca, mi surata genialità. Liberatosi dall’obbligo del necrologio, il di scorso può andare veloce all’interesse critico: romanziere cristiano e provinciale, di una particolarissima provincia etrusca che fu la prima civiltà ita liana, trapiantato per scelta di studi nell’isola tedesca di Schil ler, di Goethe, di Rilke, ma anche di Chamisso e di Hoffmann, Tecchi offre una testi monianza esemplare alla que stione della narrativa moderna italiana, anemica di spirito po polare.
La provincia liberale e cat tolica con Tecchi ha letto e viaggiato lungo alcuni itinerari europei già collaudati, e ha riproposto un linguaggio essen zialmente semplice, legato alla rappresentazione di poche tra dizionali verità: il male, l’egoi smo, l’orgoglio, la sensualità su un versante, l’amore, lo spirito fraterno, il sacrificio, la mode razione sull’altro. Tale rappre sentazione ha saputo con Tec chi divenire popolare? Questa è la domanda che nella distan za critica si pone, mentre la frivola attenzione della società letteraria è tutta rivolta a ben altri temi, limitati e rea zionari, e si preoccupa di man tenere stretti i cordoni della propria incomunicabilità contro l’asfissiante pericolo della cul tura.
La narrativa di ispirazione cristiana, se ancora sopravvive in Italia, ha contribuito assai poco agli sporadici tentativi di creare le basi di una lettera tura nazional-popolare, alla cui assenza giustamente Gramsci imputava la fragilità della no stra cultura. Le infatuazioni de cadenti e modernistiche hanno di volta in volta condotto molti autori cattolici direttamente dalla parrocchia al salotto, sen za passare per la piazza. Gli esili buoni propositi edificanti di altri sono sempre rimasti nel la strada breve fra la parroc chia e la libreria del patronato.
Ecco perché diviene impor tante la risposta di Tecchi: narratore di lunga tenuta, egli è certamente arrivato a quella difficile soglia dove la lettera tura torna ad essere popolare, dopo i tre rifiuti dell’epoca rea zionaria, di quella illuministica e di quella romantica. Lo si ve drà più chiaramente fra qual che anno, ma già lo si legge in alcune tendenze anticipatri ci della moderna letteratura eu ropea. Se ci si alza sopra la mischia dell’ultimo sperimenta lismo e della routine professio nale del consumo, si vedono li bri in Francia, in Russia, negli Stati Uniti che restituiscono al romanzo il linguaggio della metafora e della rappresentazione morale, che gremiscono le loro trame delle grandi presenze ca re al giudizio popolare, il bene e il male, la punizione e il per dono, la conclusione equa, la purificazione, la felicità, la pa ce, il senso di Dio, la tradi zione.
Tecchi era già in questo fiu me, che trascina con sé grandi romanzi e quieti libriccini, ope re oneste e capolavori rari? Egli aveva la prospettiva etica e storica necessaria per collo carsi in questo ritorno alla nar rativa popolare. La cultura ma turata con i ritmi di una lun ga professione di studi univer sitari e non nei tempi brevi delle infarinature polemiche, gli consentiva una pacata scel ta del cammino da battere: può esserne esempio il suo rapporto interpretativo – assi milativo con Goethe, visto co me autore moderno, profetico e religioso. L’ironia viterbese, contadina, del suo paese nata le, dove tornava per le pause creative, lo proteggeva dai ri succhi che il romanticismo mi naccia a chi lo studia senza disprezzo e anzi cerca di co gliere dove in esso avvenne la rottura fra intenzioni e popo larità. La campagna della Tu scia aiutava Tecchi a cogliere anche il realismo â— atti, gesti, preghiere, liturgie, preti, altari, santi â— della religione cattoli ca: e questo realismo ha dife so lo scrittore contro i pericoli di fragilità sentimentale e di dissipazione edificatoria propri del romanzo moralistico.
L’ultimo libro che l’autore ha lasciato, postumo, Il senso degli altri (ed. Bompiani) è una raccolta di brevi saggi, quasi confidenze, preghiere: ma proprio questo quaderno di la voro conferma che la critica corrente non ha inteso affatto Tecchi, quando lo ha collocato fra gli onesti narratori di una generazione di mezzo. Io qui non discuto sulla resa dei sin goli romanzi, sulla lingua, sul taglio delle pagine, sui perso naggi, sulla continuità dell’ispi razione. Ciò che interessa regi strare è la lucidità del reali smo morale, la scienza del do lore e della giustizia, della sim patia e del rigore. La concre tezza con la quale egli ha par lato di valori resi vacui dal mo do con il quale una società e una cultura li stava sfruttando e divorando, caratterizza tutta la sua produzione.
E’ certamente qui la giovi nezza della quale si diceva. Tec chi aveva intuito che, dietro le vetrate del minuetto romanti co, quelle stesse parole (giusti zia, morale, salvezza, dannazio ne), sciupate per la piccola pla tea mondana, erano le protago niste di un grande inesausto dramma popolare. E ad esse ha affidato tutta la lunga roca vo ce del suo narrare, come face vano i cantastorie della sua Antica Terra.
L’urto che oggi con la prote sta giovanile squassa l’arcadia intellettuale e chiede più pro fonde verità non avrebbe sor preso Tecchi. Nei propri libri in fondo aveva imparato a pre gare. Questi giovani che impre cano sono meno lontani dalla preghiera di un romanziere cri stiano che dal sonno di un sag gista della tecnocrazia.