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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

L’arrocco del Cavaliere mette in crisi la sinistra

3 Ottobre 2013

di Paolo Guzzanti
(da “il Giornale”, 3 ottobre 2013)

E poi tutti a chiedersi: perché l’ha fatto, che cosa gli è passato per la testa, quando è che ha cambiato idea, che cosa è successo nella sua mente. Dal punto di vista politico possiamo dare diverse e valide spiegazioni.
Ma sono convinto che ci sia di mezzo anche la sua personalità e la sua emotività.
Quando Berlusconi ha preso la parola appariva provato. Una senatrice incontrata nel Salone Garibaldi del Senato me lo descriveva come «devastato ». Non doveva aver dormito molto: alle due del mattino stava ancora litigando per telefono con Formigoni e non era l’ultima chiamata. Non poteva certo avere l’aspetto roseo e disteso del principe di Condé prima della battaglia di Rocroi, come ce lo racconta Manzoni. Berlusconi si era da poche ore reso conto che stava perdendo truppe. E un conto è perdere alleati come Casini e Fini, e un altro perdere la guardia del Presidente. Deve essersi immerso in un calcolo razionale dopo essersi praticato un’iniezione di coraggio in dose da cavallo.
Di qui la decisione: arretrare fino a raggiungere lui il pezzo del suo esercito che annunciava di sbandarsi, per potersi schierare inaspettatamente insieme a loro. Un colpo di coda che ha spiazzato tutti. Enrico Letta, udendo le ultime parole di Berlusconi che annunciava la fiducia, ha bisbigliato «È un grande ». Non era contento, perché sperava di essersi liberato di lui e voleva presentarsi come un comandante con truppe nuove.
Con il suo colpo di coda, Berlusconi si è presentato fra gli arruolati, ma con il vecchio grado di maresciallo sulla manica con cui aveva lanciato l’alleanza e la coalizione. Sapeva che questa sortita avrebbe fatto impazzire di rabbia il Pd e in particolare l’ala guidata dal capogruppo Luigi Zanda, animata da un antiberlusconismo da guerra fredda.

Quando si vanno a tirare le somme dell’operazione che ha mantenuto l’Italia e l’Europa sulle corde, Berlusconi ha anche fatto fuori Matteo Renzi: la fiducia blinda il governo, rilancia Letta e lo lancia almeno fino al 2015. Il che significa che Palazzo Chigi ha tirato su il ponte levatoio e non accetterà sostituzioni perché è quasi sicuro che non ci saranno elezioni. Dunque Renzi non è più un candidato al governo. Può sostituire Epifani alla segreteria, cosa di cui a lui non importa nulla. O fa il primo ministro, o tanto vale che resti a Palazzo Vecchio.
Berlusconi aveva pensato a questo effetto collaterale? In lui giocano fattori emotivi combinati con in suoi calcoli da scacchista agile e imprevedibile anche quando è sotto il massimo stress. Il primo è il piacere di essere leader non soltanto di un elettorato vasto come un regno, ma anche di una macchina sia da guerra che da governo. Ha pensato e pensa di poter seguitare a muovere i meccanismi di quella macchina anche quando sarà dimezzato dalla condizione di condannato a domicilio. Sa anche che il suo regno elettorale in queste settimane ha sofferto una crisi d’incomprensione a causa delle scelte convulse e lui vive il rapporto con il suo elettorato in maniera anche fisica, viscerale, spesso totalizzante.
Quando si è reso conto del fatto che poteva perdere il controllo di una creatura in cui si è sempre specchiato come un alter ego, ha capito che doveva per forza andare a recuperare i suoi uomini cambiando bruscamente marcia e tirando il freno a mano, con un testa-coda tipico del suo carattere di stuntman. La scelta deve essergli costata parecchio, ma era sicuro di poter ricucire lo strappo: del resto, Alfano si è affrettato a definire «inevitabile ma non irreparabile » la rottura avvenuta. Così ha gettato la sua inattesa testa di ponte e si è presentato dall’altra parte, a sorpresa. A Enrico Letta non è rimasto che esprimere ammirazione insieme a un certo fastidio. Berlusconi aveva sparigliato di nuovo ed era tornato protagonista rubandogli la scena.


La fine del leader carismatico
di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 3 ottobre 2013)

Per la prima volta negli ultimi vent’anni, la crisi di governo è stata evitata, non grazie, o malgrado, Berlusconi: ma nell’assoluta indifferenza a quel che il Cavaliere ha fatto o non ha fatto, nella spirale nevrotica che per giorni e giorni gli aveva fatto cambiare posizione almeno una decina di volte. In una giornata parlamentare convulsa, e a suo modo storica, il fatto che alla fine, nella sorpresa generale, il leader del centrodestra, impietrito, abbia annunciato personalmente al Senato che avrebbe votato la fiducia (anche se sabato aveva fatto dimettere i suoi ministri e poco prima aveva chiesto ai suoi senatori di sfiduciare il governo) non ha influito sull’esito finale della complicata partita giocata in questi giorni.

Esito che era già deciso da quando, nella notte tra martedì e ieri, i dissidenti del Pdl avevano annunciato che non avrebbero abbandonato il governo, potendo contare sull’appoggio di un gruppo di parlamentari sufficiente a garantire una nuova maggioranza a Palazzo Madama.
Così l’uomo simbolo della Seconda Repubblica, il perno di ogni passaggio politico del ventennio, il leader che era sempre riuscito a condizionare in modo determinante, non solo la sua parte, ma anche quella avversaria, è diventato tutt’insieme superfluo. Berlusconi non credeva a se stesso e ha impiegato alcune ore a rendersi conto di quel che era successo. Poi, quando ha capito, s’è rassegnato a essere aggiuntivo, e votare per il governo, pur di non assistere alla spaccatura formale del suo partito. La leadership carismatica che fino a lunedì sera gli aveva consentito di evitare bruscamente ogni forma di dibattito interno s’è disciolta all’improvviso. Finita in un attimo. Giustiziata in un falò di insulti e prese in giro sui forum telematici degli elettori del centrodestra: disorientati, a dir poco, dall’incomprensibile confusione con cui Berlusconi ha condotto il suo tentativo fallito di far cadere il governo.

Adesso tutti pensano che insieme alla nuova maggioranza – nei numeri quasi uguale alla precedente, ma ancorata all’accordo tra il premier e la parte più responsabile del centrodestra – sia nato un nuovo leader, nella persona del vicepresidente del Consiglio. E non c’è dubbio che Angelino Alfano abbia giocato un ruolo centrale in tutto l’andamento della crisi, rifiutandosi fin dal primo momento di provocare una scissione nel Pdl, cercando fino all’ultimo di persuadere il Cavaliere a tornare sui suoi passi, e riuscendoci, non solo grazie alla sua capacità di convinzione, ma al consenso che nel frattempo si era guadagnato nei gruppi parlamentari, tra i senatori e i deputati pronti, mai visto prima, a disobbedire a Berlusconi. Alfano, a cui in passato i suoi avevano sempre rimproverato una certa carenza di coraggio, e il Cavaliere, con una battuta famosa, la «mancanza di un quid », stavolta ha mostrato i muscoli. Ha detto di sentirsi «diversamente berlusconiano », anche se non è ancora chiaro come sarà veramente.

Al di là delle contorsioni e della crisi di una leadership logorata da tempo – malgrado il forte seguito elettorale, le grida di «Silvio, Silvio! » e la partecipazione emotiva della gente alle sue vicende personali – quel che è accaduto in questi giorni, e culminato nella spettacolare giornata di ieri, era già scritto nelle premesse della nascita delle larghe intese. Non la pacificazione, che Berlusconi immaginava a torto come la fine dei suoi guai, e tutte le sue ultime mosse hanno contribuito a impedire. Piuttosto, la nascita, benedetta da Napolitano, di un asse d’emergenza, rivelatosi inossidabile, tra Letta e Alfano, i dioscuri del governo. E di una tregua, si vedrà quanto solida, tra Letta e Renzi, l’unico che poteva contendergli la guida del governo e ora ha deciso di puntare sul Pd e di aspettare il prossimo turno.

Dove porterà un passaggio di questa portata, solo apparentemente improvviso e sorprendente, è presto per dirlo. Tra l’altro, siamo di fronte al compimento di un ricambio generazionale, con tutti i contraccolpi che è logico attendersi. Può darsi che all’uscita della crisi economica, e alla fine di una legislatura che a questo punto ha guadagnato almeno un anno di vita, assisteremo di nuovo a una competizione tra un centrodestra e un centrosinistra profondamente mutati e divenuti più simili a quelli che si confrontano nei maggiori Paesi europei. Ma è inutile nascondersi che la tradizione italiana, oltre che le radici da cui provengono Letta, Alfano e Renzi, i protagonisti della nuova fase, avranno il loro peso. In altre parole è possibile, forse più che probabile, e temibile secondo i punti di vista, che nella Terza Repubblica moriremo democristiani.

(Mia nota a caldo: salvo le ultime 4 righe, per il resto Sorgi non ci ha capito una mazza. bdm)


I democristiani e la nuova Forza Italia
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 3 ottobre 2013)

Se è vero ciò che diceva Rino Formica, che “la politica è sangue e merda”, non si può non rilevare che negli ultimi giorni abbiamo visto solo merda. Può essere che il sangue si veda in seguito. Ovviamente in senso metaforico. Ma, di sicuro, il tentativo dell’asse Napolitano-Letta di eliminare una volta per tutte Silvio Berlusconi con il sostegno della “quinta colonna” guidata da Angelino Alfano presente nel Pdl fin dai tempi del governo Monti, non fa parte della politica fatta con il sangue e la passione. L’operazione era diretta a spezzare il Cavaliere aggiungendo al calvario giudiziario che lo aspetta l’umiliazione della sconfitta sul terreno politico-parlamentare per mano del suo “delfino”.

Ma Berlusconi, per nulla disposto a fare la fine di Cesare che si avvolse nella toga per non vedere le pugnalate dei suoi, si è piegato e non si è spezzato. Alfano-Bruto ha inferto il suo colpo. La “quinta colonna” dei diversamente democristiani è uscita allo scoperto. Ma Silvio-Cesare ha capito che la sollevazione guidata dal figlioccio lo avrebbe liquidato politicamente prima ancora della eliminazione per via giudiziaria. E ha compiuto il colpo di teatro: spiazzato i congiurati annunciando la fiducia al governo di chi lo voleva e lo vuole cancellare dalla scena politica. Neppure quella di Berlusconi è stata una scelta di passione. La politica alta non c’entra nulla in questa vicenda.

È stata una decisione dettata solo dalla esigenza di ridurre al massimo i danni. Che gli consente di rimanere, sia pure ammaccato e claudicante, sulla scena politica. E gli dà il tempo per avviare una strategia non tanto diretta all’impossibile ricomposizione di un partito ormai spaccato in maniera irreversibile, quanto di intraprendere un percorso diretto a dare vita a un soggetto politico completamente nuovo e diverso rispetto all’attuale Pdl.

Non si tratta di un’operazione facile. Perché, all’indomani dello sgambetto compiuto ai suoi danni dai cortigiani, la tendenza naturale sarebbe di costruire il nuovo soggetto sulla base del solo criterio della fedeltà personale. Ma serve al Cavaliere e all’Italia un partito composto solo dai falchi non traditori? La risposta è scontata. Così come appare fin troppo evidente, alla luce di quanto avvenuto nelle ultime ore, che in politica la fedeltà personale è sempre relativa e mai assoluta.

Lo sforzo di Berlusconi, proprio perché tra non molto avrà un’agibilità politica ridotta e una libertà personale sicuramente compressa, dovrebbe essere quello di bilanciare la fedeltà con la capacità. Gente nuova, espressione non solo di interessi ma anche di idee, capace di mescolarsi con i falchi e con i fedelissimi rimanendo però assolutamente distinta e separata dagli uni e dagli altri.

Se l’obiettivo è contribuire con questo nuovo partito alla formazione di una forza di centrodestra simile a quella rappresentata in Europa dal Partito Popolare, è bene tenere presente che nei popolari europei non ci sono solo i cattolici e i democristiani ma anche i moderati e i conservatori ispirati ai valori della laicità e delle libertà individuali. I “diversamente democristiani” andranno con Casini, Monti e Cesa? Berlusconi faccia il partito liberale e conservatore italiano!


Crisi Pdl, stop a nascita nuovo gruppo. Berlusconi: domani non sarò in giunta
di Redazione
(da “la Repubblica”, 3 ottobre 2013)

ROMA – Congelati i nuovi gruppi parlamentari e annullata la manifestazione anti-decadenza di domani a piazza Farnese. All’indomani della della resa di Silvio Berlusconi sulla fiducia al governo Letta sono questi i due elementi registrati nel campo del Pdl. In serata, poi, Silvio Berlusconi, lasciando Palazzo Madama, sulla sentenza definitiva del processo Mediaset ha annunciato: “No, domani non andrò in giunta al Senato. E’ una sentenza politica. Alla base c’è poi che non posso stare a questionare sulla decadenza quando sono indignato per una sentenza che è stata effettuata al chiaro scopo di eliminare il leader del centrodestra”. Ma ancora:   “Sono convinto che otterrò dalla Corte europea la revisione del processo e l’annullamento della sentenza” emessa nel terzo grado di giudizio dalla Cassazione.

Quanto poi alla fiducia votata ieri al Senato, il Cavaliere ha continuato: “Abbiamo votato la fiducia perché abbiamo avuto assicurazioni sulle cose da fare da Letta ai nostri ministri e nel suo discorso”.

Occhi puntati, intanto, su parlamentari e ministri che si sono opposti al leader. E che hanno in Angelino Alfano la loro guida. Lui, il segretario del Pdl, prima di partire per Lampedusa, questa mattina, si è recato a Palazzo Grazioli, per un incontro “chiarificatore”. Un incontro che ha poi fatto dire al Cavaliere che “con Alfano non c’è alcun dissenso, abbiamo parlato per due ore. Vedo un Pdl unito con qualche contrasto interno. Una volta – prosegue – ci accusavano che eravamo un partito di plastica e che comandava solo Berlusconi. Ora invece ci sono delle personalità: non è un partito azienda dove i collaboratori dicono sempre di sì al capo, ma sono collaboratori con delle teste”.

I lealisti. E’ comunque una guerra di numeri nel Pdl. Ai 23 alfaniani rispondono oggi i lealisti di berlusconi, che in poche ore arrivano a oltre 100 sigilli su un documento di lealtà al capo del pdl. I lealisti hanno anche una prima linea, composta da 20 persone che in serata hanno raggiunto Palazzo Grazioli. Tra i presenti spiccano Carfagna, Gelmini, Verdini, Bondi, Capezzone, Santanchè, Minzolini, Saverio, Romano, Galati, Rotondi, Malan, Polverini, Casellati, Biancofiore, Bergamini, Brunetta, Fitto.

Appuntamenti annullati. Per l’emergenza dettata dalla tragedia di Lampedusa è stata, invece, annullata la conferenza stampa dei ministri in programma alle 12. Concetto ribadito su Twitter da Gaetano Quagliariello.

Altro annullamento Рma di valore diverso Р̬ quello della manifestazione anti-decadenza che era in programma per domani a Piazza Farnese, in contemporanea con i lavori della giunta del Senato. E che era fortemente caldeggiata dai falchi.

I nuovi gruppi. La questione principale è quella dei gruppi parlamentari, situazione al momento sospesa ma di certo non superata. Anzi. Carlo Giovanardi, a La Zanzara su Radio 24, assicura che “il gruppo al Senato lo facciamo perché Forza Italia non verrà accolta nel Ppe, lo dice pure la Merkel. Forza Italia sarà un partito con delle caratteristiche incompatibili con i popolari europei. Mi piacerebbe tenere il nome Pdl e se non sarà possibile faremo una variazione sul tema. Gli altri fondano Forza Italia e dicono che c’è una scissione, ma dove? Non mi faccio cambiare nome e cognome”.

Questo, dunque, l’ultimo sviluppo dopo che alla Camera si era registrata – in un primo momento – l’accelerazione di Fabrizio Cicchitto, intervenuto a Montecitorio a nome della nuova formazione.

Poi dopo il vertice notturno frenata generale. Le ragioni le spiega Roberto Formigoni. “Ieri mattina pensavamo di essere in venti – dice il senatore – ieri sera ci siamo ritrovati in 70 e oggi sono annunciate nuove adesioni. Non abbiamo ancora deciso la costituzione dei gruppi perché la consistenza sta cambiando”. E più tardi aggiunge, riferendo di un incontro tra il leader del Pdl e Alfano: “La linea del nuovo gruppo è sospesa. Abbiamo trovato un Berlusconi dialogante e anche per questo abbiamo sospeso l’iniziativa”.

Il resto del Pdl guarda con scetticismo all’operazione. “Se dovessero presentarsi alle elezioni europee tra qualche mese, la lista dei transfughi non prenderebbe neanche il 2% – attacca Lucio Malan -. Anche per questo noto che sull’idea di formare un gruppo autonomo ora frenano”. Sotto attacco lo stesso Formigoni, che aveva già annunciato la scissione a Palazzo Madama. “Parlava di gruppo autonomo dei transfughi al Senato già pronto, ma è chiaro ormai che parlava a nome di pochi”.

Qualche dettaglio sul vertice serale emerge dal racconto di uno dei partecipanti, Giuseppe Castiglione. “Una riunione costruttiva, positiva, dove si è parlato di politica, senza spirito negativo nei confronti di alcuno – dice il sottosegretario -. I nuovi gruppi? Non era questo il punto centrale, in realtà si è lavorato ad un documento politico”.   Alla domanda se siano state chieste le ‘teste dei falchi del partito, da Bondi a Capezzone a Santanchè, Castiglione minimizza: “Ma no… Nella nostra vocazione non c’è quest’idea pugnace della politica. Piuttosto, dobbiamo attrezzarci, questo è stato detto, per rispondere al richiamo dei moderati in favore di una politica finalizzata al bene del Paese, a cominciare dalle scelte economiche”.

Sul passaggio al nuovo partito avrebbe dovuto esprimersi anche un’assemblea del Pdl alla Camera,   poi ‘sconvocata’ per la tragedia di Lampedusa. “Troppo grande per pensare alle vicende interne”, ha sottolineato Berlusconi. Anche Fabrizio Cicchitto ha chiesto di sospendere l’attività politica, ma – precisa – “in ogni caso non avrei partecipato siccome non ho deciso se aderire o meno a Forza Italia, o se invece rimango nel Pdl con segretario Alfano”. Mentre un appello all’unità del Pdl arriva da Maurizio Gasparri e Altero Matteoli: “E’ l’obiettivo primario che dobbiamo avere in questa fase”.


Caccia ai berlusconiani
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 3 ottobre 2013)

La prima mossa della congiura interna contro Silvio Berlusconi è riuscita. Alfano ha spaccato il Pdl. Un quarto con lui, tre quarti col Cavaliere.
Ma il suo è un quarto che conta, perché è stato offerto su un piatto d’argento al presidente Napolitano e alla sinistra per assicurare vita al governo Letta. La crisi di governo è evitata, tutto il resto è caos. Al dunque, cioè ieri mattina, Berlusconi ha deciso di non schiacciare lui il bottone della deflagrazione del partito che ha fondato e guidato per quasi vent’anni. Annullando il precedente ordine, ha dato il via libera a tutti i suoi per votare la fiducia a Letta, evitando così la conta pubblica tra lealisti e traditori. C’è voluto tutto il suo coraggio per farlo, anche se la conta era già avvenuta nella notte. Una cinquantina tra deputati e senatori Pdl avevano infatti firmato un documento che sanciva la loro autonomia da Berlusconi e il voto di fiducia, a prescindere, per Letta.
Nelle prossime ore sapremo se il Pdl rimarrà ferito, acciaccato ma unito, o se il frutto del tradimento sarà un nuovo partito, come invocano Cicchitto (ieri con la bava alla bocca contro Berlusconi e applauditissimo dalla sinistra) e Formigoni (uno salvato dalla furia manettara della Procura di Milano dall’elezione a senatore voluta da Berlusconi). Il fatto che il Pd invochi la seconda soluzione e che Napolitano addirittura la pretenda è un’ulteriore prova che lo scopo finale del complotto non era salvare il governo, ma fare fuori Berlusconi e i berlusconiani.

Sinistra e Colle, con la stupida cecità degli scissionisti, stanno insomma puntando a una pulizia etnica per avere mani libere. Chi in questi vent’anni ha umiliato nell’urna i post comunisti, chi ha preteso di governare non in base a una presunta superiorità morale ma con i voti della gente, chi si è opposto allo scorrazzare nella politica di magistrati in malafede, deve insomma andare a casa, possibilmente per sempre. Nascondono l’obiettivo con la foglia di fico del partitino di Angelino, che loro hanno deciso essere l’unico degno e autorizzato a rappresentare chi in questo Paese non è di sinistra. È come se l’allenatore di una squadra decidesse la formazione degli avversari. Secondo voi chi vincerà il campionato? Inganno dopo inganno, il cerchio si stringe attorno a Berlusconi. Se non si è già chiuso è solo per la sua mossa furba di ieri (votare a sorpresa la fiducia). Che infatti ha fatto uscire di testa i nemici e pure gli amici. Giù la maschera, signori democristiani. E per cantare vittoria aspettate, prima o poi dovrà succedere, di passare per le urne.


Una guerra di palazzo che stanca gli elettori
di Vittorio Feltri
(da “il Giornale”, 3 ottobre 2013)

Una speranziella per Silvio Berlusconi c’è. Peccato che nessuno la coltivi, tranne Marco Pannella, il quale continua a predicare nel deserto. La speranziella si chiama amnistia. Cancella il reato e non solo la pena, per cui consentirebbe al Cavaliere non dico di finire in gloria, ma almeno di non finire in galera.
Oltre al solitario leader radicale, c’è un altro politico sensibile al tema. Uno solo, per quanto si sappia: Giorgio Napolitano. Lo ha dimostrato anche alcuni giorni fa parlando a Poggioreale, galera tra le peggiori d’Italia. I telegiornali (quelli di carta hanno minimizzato o addirittura sorvolato) hanno riferito le dichiarazioni del capo dello Stato. Molto esplicite: bisogna svuotare le prigioni ridotte a lager, indegne di un Paese civile, come varie volte ha rilevato l’Europa, assai severa con noi in materia di giustizia e affini.

La nostra politica svagata e autoreferenziale ha fatto orecchie da mercante e non ha raccolto l’appello del Quirinale ad approvare in fretta l’amnistia, indispensabile per riportare alla normalità (almeno in parte) le nostre strutture carcerarie obsolete e incivili, in cui ogni dì si commettono violazioni dei diritti dell’uomo. Sovraffollamento tipo campi di concentramento, illegittime custodie cautelari, vere e proprie torture inflitte ai detenuti. Per riformare la giustizia bisogna cominciare nei luoghi dove si compiono le più gravi ingiustizie: le celle. O si afferra questo o non si capisce niente. Napolitano ha afferrato, forse influenzato dalle insistenze di Pannella, che è un rompiballe e proprio per questo ha ragione. Non per nulla lo stimiamo e ne apprezziamo le iniziative stucchevoli, ma sacrosante.
Berlusconi, sia pure tardivamente, ha intuito che Marco non è miope (e quindi vede lontano). Forse però non lo considera capace di toglierlo dai guai e tentenna. Pensa probabilmente che ottenere l’amnistia dal Parlamento sia un’illusione o che comporti un iter troppo lungo, inadatto a risolvere i suoi problemi. In realtà un provvedimento di clemenza per tutti i detenuti vittime di un sistema carcerario medievale non potrebbe mai passare per una legge ad personam, cioè in favore del leader di centrodestra. Simile interpretazione sarebbe una mistificazione. Allora perché non intraprendere questa strada allo scopo di avviare l’auspicata pacificazione?

Certo è che Berlusconi, qualsiasi sia il suo destino, non rientrerà in politica con la baldanza con cui vi esordì, rimanendo nell’agone per un ventennio tribolato. Serve ricordare che il potere giudiziario, sganciatosi da ogni controllo nel momento in cui gli eletti dal popolo rinunciarono stolidamente all’immunità parlamentare, ha in mano il pallino e ha facoltà di interdire coloro i quali decida di porre sotto inchiesta. Ciò rende evidente la necessità di riformare la giustizia e di ristabilire l’equilibrio tra i poteri dello Stato.
È anche assurdo pensare che le nequizie della magistratura abbiano colpito soltanto il Cavaliere e che soltanto questi vada salvaguardato da determinati eccessi giudiziari. È controproducente discutere di giudici e di Pm con esclusivo riferimento al Cavaliere. Si dà l’impressione che l’unico italiano da proteggere sia lui, quando, viceversa, chiunque finisca negli ingranaggi dei tribunali rischia di essere stritolato nell’indifferenza generale.

Di qui l’esigenza di allargare il raggio d’azione del governo e delle Camere: si pensi al popolo, non solamente al capopopolo. Amici del Pdl, date retta a Pannella e appoggiatelo, e premete su Napolitano affinché lui prema sul Parlamento. Lo spettacolo offerto dalla Casta in questi giorni è stato significativo. La gente non ha compreso nulla. Senatori e deputati di Forza Italia che si dimettono in massa, salvo ripensarci e ritirare le lettere d’addio. Poi le dimissioni dei cinque ministri berlusconiani che causano una specie di crisi di governo. Quindi il voto di fiducia alle Camere per verificare se Enrico Letta abbia o no una maggioranza per seguitare a menare il torrone. Berlusconi che annuncia urbi et orbi che è ora di finirla con questo esecutivo delle tasse e appoggiato da un partito, il Pd, che ce l’ha a morte con lui e pertanto non merita di sopravvivere.
Arriva il giorno del giudizio. A Palazzo Madama si appalesano i falchi di centrodestra, i quali asseriscono convinti di votare contro Letta. Dopo dieci minuti si rimangiano la parola. Infatti una quota di azzurri comunica che, invece, opta per dare ossigeno a Letta. Cosicché gli altri, i duri e i puri del cerchio magico di Silvio, si incavolano ancora di più e ribadiscono il no al premier. Caos totale. I cittadini sono disorientati. Si domandano cosa diavolo stia succedendo: casca o non casca ‘sto governo del menga? Buio pesto. Finché non arriva Renato Brunetta che solennemente dichiara: siamo contro la fiducia, io in particolare. Ok. Crisi deve essere? Crisi sia.

Col cavolo. Trascorre poco meno di mezz’ora e sul video compare Berlusconi. Bene. Adesso infilza Letta, pensiamo. Macché. Discetta cinque minuti, il nostro Silvio, e ci stordisce con una dichiarazione in contrasto con le premesse: votiamo la fiducia. A chi? A Letta? Sissignori. Si registrano vari svenimenti fra i telespettatori. Non si segnalano suicidi, per fortuna. D’altronde non c’è nessuno che prenda sul serio la situazione, francamente grottesca. E Angelino Alfano? Non se ne hanno notizie. Pare stia lavorando alla costituzione di un nuovo partito – o gruppo – autonomo dal fondatore di Forza Italia. Come? Il segretario del Pdl esce dal Pdl perché non è d’accordo che il Pdl stesso voti contro Letta, pertanto mette su un movimento che voti per lui. Siamo colti da vertigini. Ci sfugge il senso. Poi qualcuno ci informa che non è proprio così, ma quasi. Insomma, Forza Italia – suggerisce Gaetano Quagliariello, anima culturale dei dissidenti – non si spaccherà. Sai che gioia.
A che punto siamo? I lettori chiedono lumi al Giornale. Ma noi abbiamo spento la luce dell’intelletto e acceso un cero mortuario. Una salma c’è: la logica.


Alfano non spacca il Pdl Tormentato da falchi&colombe lui media (e diventa leader)
di Andrea Tempestini
(da “Libero”, 3 ottobre 2013)

Ci si immaginava che dopo il voto di fiducia (o di sfiducia) al governo Letta il quadro sarebbe stato più chiaro. Ma il colpo di teatro di Silvio Berlusconi, l’ok al premier arrivato al fotofinish, e tutto ciò che ne è seguito hanno frustrato le speranze di chi sperava di avere le idee chiare. La scissione è stata sfiorata, ma non è (ancora) avvenuta. Falchi e colombe continuano a condividere lo stesso nido, sempre più diffidenti, sempre più polarizzati. Il Cavaliere, in definitiva, non si è ancora schierato: il round più importante lo hanno vinto i “moderati”, ma subito dopo l’ex premier è andato all’attacco proprio di Angelino Alfano, il grande protagonista. Il Cav gli ha ricordato che con lui il Pdl è al 12%, e si è riservato il diritto di riflettere sulla possibilità che sia un traditore (“Mi ha tradito? Su questo non rispondo”).

e non spaccherà il centrodestra”
Il videocommento di Pietro Senaldi

Pitonesse – La confusione, insomma, continua a regnare sovrana sotto al cielo del Pdl. In parallelo continuano le fluttuazioni di Berlusconi. Ma Silvio, ora, non è più al centro assoluto della scena. Ora tiene banco Alfano. Tiene banco la possibile scissione. Tengono banco i gruppi e le probabili divisioni. L’esito pare certo: il partito si spaccherà. La frattura, al più tardi, arriverà nel momento in cui la nuova Forza Italia prenderà il posto del Pdl. Impossibile pensare che la “FI 2.0” vada alle colombe. Dunque, pasionari  da una parte e colombe  dall’altra. E il Cav? Si vedrà. Tra gli azzurri c’è chi spinge per la rottura immediata. Daniela Santanchè, per esempio, che trafigge Alfano predicendogli un futuro di disastri, come quello di Gianfranco Fini. Ma sono tutti i “duri e puri” azzurri, pur non esponendosi, a volere l’immediata spaccatura: Bondi, Capezzone e Brunetta tra gli altri. Semplice il presupposto del loro ragionamento: la linee divergono, meglio fare subito una conta interna. E agire di conseguenza.

I tempi – Alfano, da par suo, vuole frenare le operazioni. Anche il segretario ha i suoi falchi – per esempio Roberto Formigoni, o Giovanardi  – che chiedono l’immediata formazione di nuovi gruppi. Di fatto hanno la stessa posizione della pitonessa. Ma, forse, peccano in termini strategici. Angelino vuole dilatare i tempi, magari attendere la decadenza del Cavaliere (chi comanda quando lo fan fuori, anche se fuori dai giochi non lo sarà mai?), nel frattempo cercare di allargare il suo consenso all’interno del partito. Eppoi prova sentimenti di sincero affetto, stima e riconoscenza per Berlusconi: non vuole pugnalarlo, vuole provare, per quanto possibile, a ricomporre i cocci. Pur sapendo che la frattura nel partito non potrà mai essere sanata per intero, spera di ricucire con Berlusconi, di non separare il suo destino da quello di Silvio. Meglio rimandare, insomma, a partire dalla formazione di gruppi alla Camera e al Senato.

Impulsivi – Complice l’ecatombe di Lampedusa il Pdl riesce a prender tempo: come mercoledì sera era slittato il faccia a faccia tra Berlusconi ed Alfano, oggi è stata rinviata la riunione del gruppo: “La tragedia di Lampedusa è troppo grande per poterci dedicare oggi alle vicende interne”, ha spiegato Berlusconi. Stop ai gruppi, ma non alle dichiarazioni. E così ecco Carlo Giovanardi, che ha spinto a tutto gas fino all’ultimo sulla spaccatura, che spiega senza giri di parole: “Non rinunciamo a stare nel centrodestra. Vogliamo stare nel Pdl e nel Ppe. Se altri vogliono fondare Forza Italia ne prendiamo atto”. Come dire: noi da qui, voi di là. Subito. Poi il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, secondo la quale con la fiducia a Letta, comunque, c’è stata “una rappresentazione plastica della frattura nel partito”, e che per “aderire a Forza Italia ci dovrebbe essere un chiarimento molto forte sulla linea politica”. Parole da falco. Da falco nel nido di Alfano.

Paludati – Ma tra le truppe guidate dal segretario c’è chi, come il segretario stesso, persegue la via della prudenza. Fabrizio Cicchitto, ideologo del gruppo alla Camera, spiega che la nascita delle nuove formazioni parlamentari, a cui ambisce forse più di tutti, “è una questione tutta da vedere. Scissioni? Non abbiamo esaminato il termine nemmeno lontanamente”. Poi i paludati Gasparri e Matteoli, trattativisti per definizione, secondo i quali “l’unità del Pdl è l’obiettivo primario che dobbiamo avere in questa fase”. Oppure Renato Schifani, che nella serata di mercoledì elogiava la scelta di Berlusconi, la fiducia con cui ha ricompattato il gruppo. Eppure anche Schifani, forse, è tra le colombe pronte a spiccare il volo. Proprio come Nunzia De Girolamo, avvistata a cena con Berlusconi e la Pascale dopo la fiducia a Letta, secondo cui “non ci sono né divisioni né scissioni”. Alfano, come detto, media. Attento, accorto, molto poco sprovveduto. E, minuto dopo minuto, diventa sempre più leader.


Una storica farsa
di Antonio Padellaro
(da “il Fatto Quotidiano”, 3 ottobre 2013)

Alla fine Enrico Letta ha parlato di “giornata dai risvolti storici”, affermazione del tutto stupefacente a meno che il premier bis non alludesse allo spettacolo tragicomico andato in scena ieri mattina al Senato, questo sì storico poiché niente di simile si era mai visto in un’aula parlamentare. Sulla farsa berlusconiana non aggiungeremo una sillaba a quanto detto al Tg3 dall’insospettabile Vittorio Feltri che di fronte alle giravolte di Berlusconi ha chiesto l’intervento degli infermieri. Ma cosa avesse Letta da esultare resta un mistero.

Cinque mesi fa, Napolitano gli fece gentile dono del governo delle larghe intese e di una maggioranza bulgara e cinque mesi dopo si è ritrovato in mano un catorcio inutilizzabile con una maggioranza raffazzonata e dai contorni incerti. Il giovane Enrico si è detto stufo dei continui ricatti del pregiudicato di Arcore e ha le sue ragioni, ma è davvero convinto che d’ora in poi la navigazione sarà quieta e sicura e la coalizione “più forte e coesa”? I nuovi compagni di viaggio sono un gruppo ancora imprecisato di transfughi dal Pdl guidati da personaggi come Formigoni, Cicchitto e Giovanardi e non aggiungiamo altro. A parte lo spessore morale e politico degli acquisti, cosa garantisce che chi è uscito così frettolosamente da Palazzo Grazioli non possa rientrarvi convinto dai solidi argomenti del Caimano o dalle telefonate notturne di Verdini? Senza contare le due parti in commedia di Angelino Alfano, nello stesso tempo leader degli scissionisti e segretario del Pdl di cui rivendica l’uso del marchio e della cassa.

Quanto alla pretesa del condannato di essere salvato da decadenza e ineleggibilità, sembra cambiato poco. Per coda di paglia e per non finire impalati nelle pagine del vendicativo Giornale di Sallusti, i disertori si dicono pronti a immolarsi per salvare l’amato Silvio dalla persecuzione giudiziaria e conservargli il posto in Senato. Infine, non una parola del premier sull’aumento dell’Iva e sul ripristino dell’Imu che sopravviverà con un nome diverso. Insomma, B. non è messo bene, ma potrebbe aver scaricato su Letta nipote la zavorra dei “traditori” e le tasse da far pagare agli italiani. Chi ha fatto l’affare?


Ma la battaglia non è finita
di Claudio Sardo
(da “l’Unità”, 3 ottobre 2013)

Nonostante la penosa giravolta di Berlusconi, degna dell’avanspettacolo più decadente, ieri si è aperta una nuova fase politica. Il governo Letta non ha più una maggioranza larga ma «senza intese »: ora c’è una parte del Pdl disposta a condividere l’obiettivo della presidenza italiana dell’Ue, a riformare il sistema politico prima di tornare al voto, soprattutto a contrastare la linea della rottura istituzionale che Berlusconi ha adottato dopo la condanna definitiva. Il Cavaliere, alla fine, ha votato lo stesso la fiducia al governo. Ma è stato sconfitto. Voleva la crisi e non c’è riuscito. La sua piroetta è stata un tentativo estremo di inquinare il senso della giornata.

Berlusconi è rientrato dalla finestra nella maggioranza numerica: di questa, tuttavia, è ora un’appendice sgradita e non necessaria. A sconfiggerlo è stato il delfino senza «quid » che – insieme ai ministri Pdl del governo, a uomini della vecchia guardia e a dirigenti allevati nel berlusconismo – ha deciso di non seguire il capo sulla rotta del radicalismo pupulista, della destra anti-europea e anti-sistema. Berlusconi è stato battuto per la prima volta all’interno, come testimonia la ribellione di una quarantina di senatori e la goffa, anzi ridicola, retromarcia dell’ultimo minuto, dopo che per giorni il cerchio magico di Arcore aveva annunciato ai quattro venti la fine del governo.

E comunque la trovata del voto di fiducia rappresenta un tentativo di avvelenare i pozzi. Il Cavaliere ha bloccato – forse solo temporaneamente – una scissione che era in atto. E c’è da scommettere che già da ieri, nonostante l’umiliazione subìta, abbia ricominciato a tessere la sua trama nella speranza di ricomprarsi senatori incerti e di rimontare dal precipizio politico in cui è finito. Fece così al tempo dello strappo di Fini: c’è da pensare che lo farà ancora. Una scissione definitiva ieri avrebbe rafforzato assai di più il governo Letta. In qualche modo, il voto a favore è stato l’atto più destabilizzante che Berlusconi, nelle condizioni di ieri, poteva compiere ai danni di Letta.

Non era vero, come tanti hanno sostenuto, che questo governo fosse un’assicurazione per Berlusconi: la condanna penale alla fine è arrivata secondo le vie autonome dell’ordine giudiziario e nessun salvacondotto speciale è stato, ovviamente, possibile. Non era vero neppure che Berlusconi sarebbe rimasto comunque aggrappato al governo: piuttosto, il governo era e resta una chance nelle mani di chi vuole uscire dalla palude della seconda Repubblica e chiudere finalmente la stagione berlusconiana. Una chance per un nuovo centrosinistra, e per un nuovo centrodestra.

Chissà se avranno la forza e la capacità di coglierla. Perché ora che è dimostrata l’infondatezza delle tesi uguali e contrarie, andate per la maggiore in questi mesi – da una parte l’«inciucio » narrato dai vari Grillo e Travaglio, dall’altra la «pacificazione » invocata dai berluscones che, indifferenti ai drammi sociali del Paese, avevano come unico scopo esonerare il capo dalla condanna definitiva per i gravi reati commessi – resta tuttavia la grande difficoltà dell’impresa. Il governo Letta è uno strumento di battaglia politica, come è stato fin qui un terreno di battaglia politica. Non è scontato l’esito. La nascita di una nuova maggioranza politica (senza Berlusconi) priverà comunque il Senato di numeri importanti. E la scelta di ieri di Berlusconi contiene una minaccia, oltre che un pericoloso margine di ambiguità: che Alfano e i suoi siano capaci di tenere botta, e di perseguire gli obiettivi strategici, è tutto da dimostrare.

Ma, di certo, l’Italia non può permettersi ulteriori incertezze o rinvii. Noi cittadini, e soprattutto i più deboli, abbiamo pagato già a caro prezzo la strategia del logoramento messa in atto dal Cavaliere, quando ha capito che non c’era alternativa alla sua decadenza da senatore. A lui si deve l’aumento dell’Iva e l’aumento dei tassi di interesse sul debito: denaro contante sottratto alle tasche degli italiani, delle loro famiglie e delle imprese. Berlusconi non ha più alcuna spinta propulsiva, né alcun progetto. La sua forza residua si esercita solo in negativo: minaccia di mandare l’Italia in malora.

Dopo il voto di ieri, Letta dovrà cambiare passo. Berlusconi non è più un suo interlocutore. Ora la sfida della destra è sulle spalle di Alfano e dei ministri che hanno sconfitto il Cavaliere nel passaggio drammatico di questa crisi. Può darsi che la stessa vittoria di Angela Merkel, di cui è noto il disprezzo per il berlusconismo, abbia avuto un’influenza indiretta sulla vicenda italiana. Le forze popolari europee non possono permettersi di avere come rappresentante in Italia un signore che non accetta lo Stato di diritto, e anzi usa il suo potere per ricattare le istituzioni e il Paese. Alfano e i suoi hanno un compito difficilissimo, e forse non sono neppure pronti ad affrontare il radicalismo ormai diffuso e preponderante nella loro area elettorale di riferimento.

Ma un compito decisivo sarà anche quello della sinistra. Che deve tenere insieme il proprio ruolo nazionale e una capacità di progetto, che finora, onestamente, è stata molto carente. Il congresso del Pd sarà un’occasione. Se si ridurrà a una battaglia di leader, ecco, sarà un’occasione sprecata. Ci sono paradigmi da rivedere, novità da attraversare, linguaggi da imparare, solidarietà da ricostruire. C’è una società sofferente oltre il dominio della finanza sulla democrazia. Questa è la prova. Il governo Letta può essere un alleato del Pd e della sinistra che vuole rinnovare se stessa e l’Italia. Usiamolo bene fino alle elezioni del 2015. Facciamo in modo che si pongano basi solide a un cambiamento vero e che nel 2015 il voto degli italiani non sia di nuovo nullo. Altrimenti esulteranno solo i Berlusconi e i Grillo.


Letto 1865 volte.


3 Comments

  1. Commento by lore — 3 Ottobre 2013 @ 19:25

    Se Berlusconi votava la sfiducia allora aveva fatto bene perché non poteva più sostenere questo governo con la gioia dei falchi. Se Berlusconi vota la fiducia allora è un genio, uno scacchista, colui che butta giù il poker d’assi.
    Alla faccia della parzialità!  
    Secondo me Berlusconi oggi è molto meno importante di ieri e alcune riforme si potranno fare anche se lui non d’accordo ma sono d’accordo Alfano, Quagliarello e amici.

  2. Commento by zarina — 3 Ottobre 2013 @ 21:37

    Guardi, sig.lore, è talmente vero quello che lei dice che anche Letta   jr. ieri   non è riuscito a   trattenere   l’istinto di riconoscere   che   il Presidente Berlusconi   è un Grande!

  3. Commento by zarina — 4 Ottobre 2013 @ 08:42

    L’asse colle-pd-ci aveva già provato   ad eliminare il cav e disgregare il cdx   servendosi   dell’ambizioso ex presidente della camera, e sappiamo tutti come è fini-to.   Ora, grazie al soccorso delle cannonate lanciatre dalla maistratura   che hanno intaccato il bersaglio, l’asse ci sta riprovando. Approfittando della disponibilità del cav. a dare vita al governo delle larghe intese,   illudendolo   con la loro malafede che potesse essere anche di pacificazione, si servono del povero   Alfano.   Alfano non mi è mai parso un’aquila, ma non credo abbia dimenticato la lezione   e il giudizio dato dagli elettori al suo ex collega e   dopo la sparata iniziale ora sembra tentennare. Si è forse reso conto di essersi messo nella identica scomoda   posizione di berlusconi, deve gestire la sua piccola truppa di falchetti e colombine, vediamo quanto resisterà, lui e il governo. La cosa certa è che ai prossimi esami   saranno bocciati   dagli elettori sia i falchetti che le colombine le cui firme,   così orgogliosamente mostrate e fotografate,   sono state   già memorizzate . Dice bene l’ottimo Diaconale, berlusconi     faccia il partito dei   liberali e dei conservatori italiani e lasci l’inuti le zavorra al proprio misero destino.

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