Interviste a cura di Giuliano Zincone
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 febbraio 1969]
[La prima parte qui]
« I tempi – diceva Car ducci – sono oggimai scon solati di bellezze e d’ideali tà ». E’ proprio vero, il mon do agonizza. Scotta il Medio Oriente, i negri e i bianchi delle due Americhe trama no guerriglie, i cannoni e le carestie decimano l’Asia e l’Africa; l’Europa geme, op pressa a est, contestata a ovest. La spada nucleare è sulla testa del globo. I tem pi, oggi più che mai sconso lati, piangono la morte di Dio e della Patria, maledi cono il benessere e le sue pompe. E, come se tutto que sto non bastasse, si paventa la crisi del romanzo.
Si è detto che la narrati va, oggi, è minacciata dalle comunicazioni di massa e dall’industria del divertimen to (chi guarda le stelle, il 10 agosto, in un cinema al l’aperto?); si è detto che chi vuole informarsi ha ragione di anteporre al romanzo la stampa specializzata. Il neo realismo è battuto dalla so ciologia, il racconto non-fic tion dall’onesta cronaca. Che fare? Come difendersi?
Non tutti gli scrittori, per la verità, si sentono mobili tati alla riscossa. Ecco, per esempio, il parere di Italo Calvino:
« Il fatto che oggi in Ita lia si leggono più libri di cultura che romanzi è tutt’altro che negativo, anche dal punto di vista di chi ha a cuore la letteratura. Da un pubblico più colto, c’è da aspettarsi, se non oggi do mani, la richiesta d’una let teratura di più alto livello. I grandi romanzieri del no stro secolo e del passato tro varono i loro lettori non nel pubblico nutrito esclusiva mente di romanzi, ma tra le persone dallo spirito più sve glio, più critico, più proble matico, più ricco di interessi vitali ».
Goffredo Parise è ancora più drastico:
« Sono pessimista sull’avve nire della parola scritta: la letteratura d’invenzione è soffocata dalla realtà, è in crisi violenta; anche perché è sempre più rara, per il lettore, l’occasione di con centrarsi e (quindi) di rece pire una scrittura partico larmente elaborata. Reste rebbe la letteratura contenu tistica, ma sarebbe davvero troppo poco. In Cina, ecco, è di moda il racconto deamicisiano, la storia del macchi nista che si sacrifica per non far deragliare il treno. E’ il Cuore, sentimental – maoista. E’ arte? No, no, l’arte è un forte sentimento, una passio ne che va espressa con la massima immediatezza. E la forma più ‘povera’ diretta e autentica per esprimersi è la parola detta. Proprio co si: bisognerebbe dire in pub blico i propri romanzi; solo in questo modo non sarebbe più possibile confondere l’ar te con l’informazione indu strializzata ».
Terra bruciata, insomma, per recuperare l’autenticità dell’ espressione individuale. Raffaele Crovi è più cauto. Non crede, tanto per comin ciare, che gli strumenti di comunicazione della civiltà tecnologica abbiano messo in crisi la letteratura, alla qua le rivendica una funzione diagnostica nei confronti dell’uomo, carica di audaci implicazioni.
« La letteratura – dice Crovi – ha smesso da tem po di descrivere avvenimen ti; indagatrice di colpe (an che storico-sociali) si inte ressa ormai solo dei peccati d’omissione. Qui lo spazio della sua indagine è inesau ribile. E’ finito il tempo delle tranches de vie, dei quadri di costume, degli spaccati ambientali. Vivaddio: le ar ti della visione e la sociolo gia hanno dimostrato di sa per operare su questo terre no con molta efficacia. Dun que, è morto il romanzo, è morto il social-realismo: non la letteratura. Certo, là do ve si hanno revivals del ro manzo, o meglio del roman zesco (da Doeblin a Graham Green, da Aragon a Sciolokov, da Pasternak a Lampe dusa), la narrativa si pre senta ormai come una dida scalia senza forza rappresen tativa ».
Anche per Crovi, dopotut to, il romanzo – romanzo è spacciato: la letteratura si salva in quanto esplorazione delle coscienze e delle socie tà. Il problema dell’invenzio ne-rivelazione si pone sol tanto come complemento di un sicuro itinerario intellet tuale.
Con Nanni Balestrini si torna su posizioni nette. D’accordo con i colleghi nel mostrarsi impavido di fron te alle comunicazioni di mas sa, Balestrini ricorda che la poetica del Gruppo ’63 si fondò proprio sull’ afferma zione dell’autonomia della letteratura. Niente rivalità, dunque (e niente paura), di fronte ai mass-media.
« L’avanguardia – dice Ba lestrini – ha sempre tenuto conto delle tecniche delle co municazioni di massa; le ha utilizzate e trasposte in tec niche letterarie, le ha consi derate come altrettanti stru menti capaci di trasformar si in poesia. Quanto all’al tro aspetto della letteratura, quello sociale, noi (Sanguineti, Porta, Manganelli, io) crediamo che l’unica azione politica che si possa svolge re al livello dell’arte consi sta nel mettere in crisi il linguaggio della società al potere. Al contenutismo non credevamo e, contrariamen te a tanti altri, non ci ab biamo mai creduto ».
Secondo Balestrini, dun que, non c’è competizione, ma alleanza tra mezzi di co municazione di massa e ro manzo. «.E’ noto – dice – che i mass-media hanno au mentato la disponibilità del pubblico verso il libro. Del resto, a pensarci bene, an che il libro è un mass-medium ».
Siamo al punto di parten za. Credevamo di aver tro vato i colpevoli dell’attenta to al romanzo e ci tocca am mettere che essi sono i suoi migliori alleati. Un equivoco dei detectives?
« No – precisa Alberto Arbasino -, un abbaglio dei romanzieri italiani, che te mono la realtà e la cultura perché non ne hanno espe rienza; e credono di poter comunicare col pubblico d’og gi senza conoscere le scienze umane, le arti figurative, il cinema, il teatro. Per que sto vedono nemici dove do vrebbero cercare alleati ».
Il « romanzo romanzesco » può essere, secondo Arbasi no, un oggetto demodé e prezioso, lontano dai gusti d’oggi. Ma non è detto che non sia sostituibile da altri « oggetti ». Portatori di ric chezza fantastica e di cul tura aggiornata, difficili, ma gari, da iscrivere in un pre ciso « genere » letterario.
« Non si può dire, in ogni modo, se un genere si usa ancora o no. Se uno, scrive L’Infinito, la poesia si usa. Oggi, poi, il razionalismo è sconfitto in tutto il mondo: l’indovino che legge i fondi di caffè batte i precisissimi computers; il parere dell’a strologo drogato batte i cal coli del dirigente di banca. Gli stati illuministi non rie scono a funzionare, rischia no in ogni istante di essere rovesciati da movimenti ir razionali. Figuriamoci se l’in venzione letteraria può esse re sconfitta dalla televisione o dalla saggistica. Deve im parare a servirsene, piut tosto ».
Siamo proprio daccapo. Dopo gli interventi di Cal vino, Parise, Crovi, Balestri ni e Arbasino, sembra che non ci sia più motivo di cercare il colpevole. Né tut ti sono d’accordo sul fatto che esista una vittima.
Quanto alle strategie, è chiaro, a questo punto, che una mobilitazione collettiva in favore del romanzo sareb be, come minimo, un prov vedimento sproporzionato al l’entità della crisi. Sarebbe il caso, semmai, di sensibi lizzare alla causa l’esercito dei lettori, poiché, come di ce Gadda, « il romanzo può chiamarsi una forma di co municazione di massa quando la massa sia suscettibile di ri cevere la sua comunicazione ».
Un problema di scuola, dunque? Moravia insinua il dubbio che ci voglia una scuola anche per i roman zieri. Una scuola dove si in segni a « dire cose attuali, che ‘importino’ alla gente; perché la realtà è fatta di cose che il pubblico sente ». Il segreto, per Moravia, con siste nel vivere intensamente nella realtà, nel trasmetter la al lettore in tutta la sua pienezza. Arrigo Benedetti insiste perché questa opera zione sia condotta sotto le insegne del disinteresse ar tistico. E porta due esempi concreti:
«Tolstoi – dice – quan do credette d’avere uno sco po a cui asservire la sua ar te, smise d’essere un grande scrittore. Gorkij, appena di ventato cosciente di incidere sulla realtà russa con i suoi racconti, diventò efficace po liticamente e socialmente, ma, a rileggerlo oggi, risul ta noioso ».
Dire cose che importino alla gente, e senza la prete sa di istruirla a tutti i costi. A questo livello di sincerità e di autonomia, aggiunge Volponi, « l’attendibilità del romanzo diventa esclusiva, e la sua autorità non può es sere minacciata dal rigore della scienza e dall’imperio sità delle comunicazioni di massa. Quella del romanzo torna a essere la più dolce delle autorità, dal momento che è fatta di poesia ».
Pratolini, per concludere, si serve di uno slogan:
« Potere all’immaginazione, anche nel romanzo ». E su bito chiarisce: « Ma perché l’immaginazione abbia pote re bisogna che parta da un dato reale: più una forma d’arte è fondata nella cro naca essenziale del suo tem po, più ha probabilità di far si amare, e di attraversare il tempo ».