di Roberto Gervaso
[dal “Corriere della Sera”, domenica 23 febbraio 1969]
Sui banchi di scuola la storia puzza spesso d’incenso e manicheismo e si digerisce male. Ci presenta tutti santi ed eroi e tratta i no stri nemici alla stregua di reprobi e bari. Quando si traduce in agiografia o denigra zione diventa noiosa e illeggibile. Per que sto tanti italiani l’ignorano. Se vogliono conoscere il loro passato senza sbadigliare devono, con le debite eccezioni, rifarsi agli stranieri, che gliel’imbandiscono senza fron zoli e senza squilli di tromba.
Un ennesimo esempio lo fornisce Gilbert Charles-Picard col suo Annibale, il sogno di un impero (ed. Casini, pp. 244, L. 3000). Charles-Picard insegna archeologia roma na alla Sorbona, è uno specialista d’epi grafia e numismatica. Eppure il suo libro si divora come un romanzo. Scivola via dalla prima pagina all’ultima. Anche quan do s’abbandona a dotte disquisizioni sul sistema monetario degli antichi romani rie sce a catturare il lettore.
Per Charles-Picard, Annibale fu un gran dissimo condottiero che carezzò il sogno d’unificare il Mediterraneo sotto le aquile puniche. Lo stesso obiettivo perseguiva Roma. Di qui l’urto. Due civiltà di diversa formazione, di differente struttura, ma di comuni ambizioni, si trovarono di fronte. Vinse quella romana, più giovane e più ricca.
La prima guerra punica, durata venti quattr’anni, fu un salasso d’uomini e di baiocchi per entrambi i contendenti, ma Cartagine ne usci assai più malconcia del la rivale. La sconfitta piombò la città fe nicia nell’anarchia, scatenando sanguinose lotte intestine. Ma, come spesso succede quando l’emergenza batte alle porte, la Provvidenza sfoderò il suo uomo, anzi i suoi uomini. Amilcare riuscì non solo a riportare l’ordine all’interno e a riguada gnare le posizioni perdute in Spagna, ma a fare della Penisola iberica la base d’ope razioni e il trampolino di lancio delle im prese dei successori. Quando mori, il ge nero Asdrubale ne raccolse l’eredità che, otto anni dopo, passò al cognato Annibale.
Charles-Picard ne ricostruisce la fisiono mia sulla scorta di monete coniate in Spa gna fra il 221 e il 219: testa arrotondata, sguardo energico e volitivo, sopracciglia sporgenti, naso lungo e gibboso, narici spic cate, bocca minuta con gli angoli spioventi, labbra carnose, mento prominente.
Gli storici romani non sono stati molto magnanimi con lui. L’hanno tacciato, Tito Livio compreso, d’avarizia, crudeltà e man canza di scrupoli. Polibio l’assolve dal l’accusa di crudeltà, ma non da quella d’avidità. Dione Cassio è più generoso: gli riconosce prudenza, duttilità e pazienza. Tutti, invece, sono concordi nell’attribuir gli eccezionali doti di condottiero e stra tega. L’assedio di Sagunto nel 218 fu un capolavoro di diplomazia e arte militare. La calata in Italia, attraverso le Alpi, fu un colpo da maestro, un’impresa degna d’Alessandro e di Napoleone.
Roma non se l’aspettava, e, lì per lì, fu colta dal panico. Corse precipitosamente ai ripari arruolando trecentomila uomini e quattordicimila cavalli. Annibale ne fece poltiglia al Ticino, alla Trebbia, al Trasi meno e seguitò la sua travolgente marcia sull’Urbe. Era certo ch’essa avrebbe capi tolato perché era convinto che i suoi al leati avrebbero fatto causa comune con lui. Ma s’ingannava. Dall’Appennino al Sannio l’Italia restò fedele a Roma. Il generale cartaginese dirottò allora l’esercito sul l’Adriatico e puntò a sud. Il nemico l’in seguì e forse avrebbe avuto finalmente ra gione delle sue forze, decimate dai com battimenti e dagli stenti, se la tattica temporeggiatrice del dittatore Quinto Fabio Massimo, che mirava a logorare i punici con scaramucce, imboscate, azioni di « com mandos », evitando una battaglia campale, che la superiorità della cavalleria carta ginese rendeva incerta e rischiosa, non fosse stata bocciata dal Senato che, dopo tante sconfitte, voleva una vittoria. A Canne si buscò, invece, la più sonora di tutte le sue batoste. Fu per Roma un monito terribile, ma fu anche il segnale della riscossa. Per Annibale fu il trionfo, ma fu anche l’inizio della fine.
Quali furono – si domanda Charles-Picard – le cause d’un rovescio così re pentino?
« La principale era naturalmente la soli dità dello Stato romano, un blocco di tren tacinque tribù esteso per venticinquemila chilometri quadrati attraverso l’Appennino dal golfo di Gaeta ad Ancona; un secolo di colonizzazione sistematica e capillare aveva portato al completo assorbimento degli an tichi abitatori nel popolo dominante, favo rendo quel processo d’unità nazionale che Annibale non aveva potuto sostanzialmente intaccare ».
Cause ce ne furono anche altre. Da trop po tempo il condottiero cartaginese man cava da casa, le vittorie gli avevano procu rato in patria gelosie e inimicizie, la truppa era stanca, aveva bisogno e reclamava ri poso. A Capua n’ebbe a iosa, ma il prezzo che per esso pagò, le fu fatale. L’Annibale che a Zama si trovò a viso a viso con Sci pione era un altro uomo, precocemente vec chio, spossato, sfiduciato. Un uomo che sen tiva che la partita si sarebbe chiusa a suo svantaggio.
Commenti
8 risposte a “Annibale sogna un impero”
Da non perdere il passo di Tito Livio – che tradussi al Liceo in un lontano pomeriggio di primavera – in cui il vecchio Annibale, prima della battaglia, chiede un incontro a Scipione e cerca di imporgli il suo carisma rammentando come la fortuna e il desiderio di gloria governino e scompiglino gesta e aspettative dell’uomo. Dunque, non si ritenga certo del successo.
E’ l’arma disperata di un grande stratega, accorto frequentatore dell’animo umano, che sa di essere allo stremo e ricorre alle astuzie del cuore per minare il giovane Romano. In realtà la fortuna ebbe non poco influsso sulle sorti di Zama. Dopo l’infruttuoso attacco con gli elefanti, sventato da Scipione con la disposizione a quadrati, Annibale aveva disposto l’esercito su tre file. Le prime due di mercenari che sapeva avrebbero disertato, ma non prima di aver sfiancato i romani, e l’ultima forte dei veterani di Italia, il nerbo dell’esercito. Le cose si svolsero come previsto. I legionari giunsero al cospetto dei veterani cartaginesi facendosi strada tra selve di fanti e opliti, restando inchiodati dalla vigoria della retroguardia punica. L’esito della battaglia fu a lungo incerto. Poi eccola la fortuna, sotto forma della cavalleria Numida di Massinissa, alleato di Roma. Ma che alleato: aveva militato in campo avverso fino a un mese prima, Scipione dovette convincerlo con oro e promesse di bottino. Quanto fosse inaffidabile, e perciò spregiudicata la mossa di Scipione, lo dimostra il fatto che in seguito dopo ripassò ai cartaginesi.
Dopo Zama Annibale restò solo e vilipeso in patria, vagò esule e braccato. Chi sa quante volte, nelle notti di Siria, del Ponto, di Bitinia, di Egitto, rivisse, lui gran conoscitore dell’animo umano ma non del suo, quel giorno in cui era giunto sotto Roma, una città in ginocchio dopo l’ignominia di Canne. E chi sa per quale timore reverenziale o esitazione dell’animo, più forte dell’odio per quella gente di cui si era nutrito, decise di deviare. Dentro quelle mura quella gente era fatta in un certo modo. Dopo la disfatta di Canne, in cui il console Terenzio Varrone era stato trucidato insieme al grosso dell’esercito, il Senato impose che le matrone non avrebbero vestito il lutto, anzi sarebbero sfilate con le vesti più belle e i gioielli migliori, e che al console superstite, Lucio Paolo Emilio, vero responsabile della catastrofe, sarebbero stati tributati gli onori del vincitore, ‘per non aver mai dubitato delle sorti della patria’
Mi fu raccontato da ragazzo, non ricordo da chi, un episodio relativo al passaggio di Annibale dopo la discesa dalle Alpi. Mi si disse (ed io non ho trovato il modo e, forse, la voglia di approfondire) che il grande condottiero cartaginese ebbe ad accamparsi nei pressi di Corfino (Comune di Villa Collemandina – in Garfagnana) in un mese d’inverno. Disposte le tende, Annibale si coricò nella sua. Durante la notte si verificò una grande nevicata, ma al mattino tornò a splendere il sole sulla coltre bianchissima. Annibale, svegliatosi, uscì dal buio della tenda e si trovò subito dinanzi il bagliore acceso del sole sulla distesa di neve. Quella improvvisa, forte, fulminante luminosità fu fatale per lo sguardo non abituato, sicché il condottiero ebbe a perdere l’uso della vista da un occhio.
Ora mi domando: è una leggenda questa che mi fu raccontata? Ha un principio di veridicità? Chi può, dia gentilmente una risposta alla mia colpevole mancata voglia di fare le opportune ricerche
Gian Gabriele Benedetti
Belli i vostri 2 arricchimenti, Carlo e Gian Gabriele.
Sull’episodio della perdita della vista di Annibale proprio lì in Garfagnana non ne so niente. Ma è un buon spunto per una leggenda. Ci penserò sopra…
Ho fatto una breve ricerca.
Non è certo se svernò in Garfagnana. Di sicuro a primavera discese l’Etruria, rischiando di annientare l’esercito nelle paludi dell’Arno. Qui si acuì fino alla cecità l’oftalmia ad un occhio. Una malattia, dunque, anche gli eroi ne soffrono….
Fonti: Polibio e Cornelio Nepote
Carlo, sei un fuoriclasse.
Grazie, Carlo! Puntuale e ben documentato come sempre
Gian Gabriele
Vi consiglio un libro affascinante, che lessi nei primi 80. Il titolo è ‘Annibale’, l’autore Gianni Granzotto, Mondandori l’editore. Si tratta di una biografia dell’eroe Cartaginese. Granzotto, da giornalista di razza, prende alloggio in un alberghetto vicino alle rovine di Cartagine e da lì ripercorre con l’empatia di un amico le tappe della vicenda di Annibale, indagandone l’animo e le passioni che lo agitarono. Annibale siamo noi, dice in prefazione Granzotto,cito a memoria, siamo noi di 2000 anni fa, se noi siamo così è perchè lui fu così.
Da non perdere
Un caro saluto a Bart e Gian Gabriele
Carlo
Grazie, Carlo.