L’Officina del Parini

di Vittore Branca
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 20 agosto 1970]

Eccezionale è l’attenzione prestata da critici e da lettori in questi nostri tempi tumultuosi e dissacranti a un poeta apollineo e di alta fede come il Panni (lo do ­cumenta anche la recente Fortuna ed eredità del Parini di Febo Allevi, Le Monnier, pp. 284, L. 4000). Non è certo a causa di quella « polemica sociale » che alcuni studiosi hanno voluto nella sua opera dilatare e forzare, con accu ­se a volta a volta di « evolu ­zione » e di « involuzione ». Il Parini inorridirebbe a que ­sti travestimenti da tardo po ­pulista o da scrittore enga ­gé. E’ piuttosto la singolare rispondenza a situazioni e a aspirazioni d’oggi a farlo, no ­nostante le più esteriori ap ­parenze, presente fra noi co ­me pochi altri poeti.

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Era anche allora un’epoca di crisi dei valori. Anche al ­lora la società, travolta da entusiasmi fanatici per la scienza e per la tecnica, cre ­deva che la tradizione classi ­co-umanistica e i suoi signifi ­cati fossero al tramonto. E la classe politica, come già os ­servava l’Alfieri, prediligeva e favoriva scienziati e tecnici agevolmente dominabili, e diffidava invece degli storici e dei poeti che si richiama ­vano a idee e a valori che sfuggivano al suo controllo. La cultura illuministica, sva ­lutando qualsiasi verità e qualsiasi strumento di ricer ­ca che non fossero fondati sulla ragione, anticipava la profezia hegeliana sulla mor ­te dell’arte, destinata a risol ­versi in scienza, e negava im ­plicitamente la poesia. Le ri ­servava al massimo il rango di amabile divulgatrice dei nuovi sommi veri tecnico-scientifici. D’altra parte, in quel periodo scarso di grandi personalità letterarie, le sem ­pre più insistenti occasioni celebratorie tendevano a ri ­durre l’esercizio di far versi a un rito mondano, a un ele ­gante trattenimento.

Era la « riprova della dis ­sacrazione ormai consumata della poesia: nessun poeta, tutti poeti ». Ma « nel momen ­to in cui i campioni della cul ­tura dei ‘ Lumi ‘ sembrano im ­pazienti di sbarazzarsi del ­l’ingombro di tutto il passa ­to, il Parini dice: ‘la bellez ­za della poesia, nella sublime serenità delle sue forme, è l’espressione eternatrice dei massimi valori della civiltà. Non nella tradizione classica è spenta la vita, ma negli uomini d’oggi che non hanno la forza morale di ricreare quell’ardua bellezza, l’energia d’animo necessaria per col ­marla di sé, per riviverla. Poesia come moralità ‘ ».

Ha ragione Dante Isella a presentare così, acutamente e vigorosamente, quello che fu il senso nuovissimo e quella che è la prepotente attualità del Parini. E grazie a questa lucidissima comprensione di quel messaggio, insieme etico ed estetico, egli ha avuto una eccezionale illuminata fede filologica: quella che gli ha permesso, attraverso uno stre ­nuo e sottilissimo lavoro ecdotico, di ricostruire critica ­mente, per la prima volta e in modo esemplare, il testo del Giorno (Ricciardi, voll. 2, pp. C – 94 e 184, L. 16.000).

Pare impossibile. Fino a ieri leggevamo il capolavoro poe ­tico del nostro Settecento in testi non solo infidi, ma fra di loro gravemente dissonanti perché contaminati diacroni ­camente: come una Gerusa ­lemme tassiana in cui fossero mescolati canti della Liberata e della Conquistata o un ro ­manzo manzoniano in cui a capitoli di Fermo e Lucia ne seguissero vari dei Promessi Sposi. Solo recentemente gli studiosi (e fra questi anzi tutti il Bellorini e il Caretti) hanno rilevato la necessità di distinguere due diverse re ­dazioni. La prima corrispon ­de al progetto iniziale di una serie di tre poemetti: due in ­teramente realizzati, Mattino e Mezzogiorno pubblicati ri ­spettivamente nel 1763 e nel ’65, e l’ultimo, la Sera, pro ­messo per la primavera del ’67, ma rimasto sempre un’at ­tesa. La seconda, che rispon ­de a un progetto più tardo di opera unitaria in quattro par ­ti e risale verisimilmente ad anni posteriori al 1780, è con ­servata solo nelle carte auto ­grafe dell’Ambrosiana: e com ­prende il Mattino e il Merig ­gio (già Mezzogiorno), radi ­calmente rielaborati, comple ­tati dal Vespro e dalla Notte.

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Dalla prima edizione del Giorno, uscita postuma nel 1801, a quella presentata co ­me critica dal Mazzoni nel 1925 (e da cui derivarono in generale le ristampe correnti) si mise insieme il testo del Mattino e del Mezzogiorno nella prima redazione (quella pubblicata nel ’63-’65) con il Vespro e la Notte ricavati da manoscritti di venti-trent’anni dopo, spesso anche conta ­minando per gusti personali e impressionistici lezioni che appartengono a quelle due diversissime fasi. E in base a questo formidabile pastiche si elaborò la fortunata tesi dell’ « ambiguità » pariniana, basandola proprio su certe dissonanze interne. Le quali sussistevano soltanto perché forzatamente si univano e si fondevano disinvoltamente due momenti lontani della poesia pariniana, anzi due poemi concepiti diversamente e realizzati su piani stilistici molto differenti: l’uno coevo agli esercizi giovanili, l’altro alle esperienze della piena maturità.

Ma tagliato questo nodo gordiano pubblicando separa ­tamente le due radiazioni, re ­censita e utilizzata completa ­mente la tradizione mano ­scritta (e non soltanto l’auto ­grafo più completo secondo il criterio semplicistico del Bellorini nell’edizione laterziana del 1929), restava anco ­ra all’Isella una intricatissima matassa da sbrogliare. Il Pa ­rini, nei suoi vari autografi, non procede in senso rettili ­neo, ma scrive e corregge con continue implicazioni e ritor ­ni. Al di là delle innovazioni ripesca fasi anteriori, riam ­mette in circolo lezioni già dimesse « … quasi a cercare nel passato una sicurezza smarrita:… quanto più am ­pio è l’arco di tempo dell’ela ­borazione tanto più alta è la percentuale dei ritorni sui propri passi, da un massimo nel Mattino a un minimo nella Notte ».

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In questo groviglio di le ­zioni, quasi mai distinte da indicazioni cronologiche, l’Isel ­la, superando lo scrutinio di ciascuna variante irrelata, ha genialmente identificato nel riconoscimento di un sistema correttorio la via per ordi ­narle, sceglierle e studiarle. « Presa a sé sola » egli scrive coloritamente « ogni variante è come una banderuola im ­pazzita che gira nella dire ­zione di tutti i venti; inqua ­drata invece nel sistema di tutte le altre varianti o degli istituti stilistici privilegiati dalla poetica dell’autore, in ­dica necessariamente un solo punto cardinale: quello, non importa se più o meno accetto al gusto personale del critico, verso cui tendeva il poeta nel suo lavoro ».

Così l’Isella nella sua edi ­zione â— come già prima in alcune anticipazioni â— dà un esempio rigoroso e categorico di critica penetrante e rinnovatrice nata su una multi ­forme acribia filologica: cioè di una critica totale, di una critica tout court. Lontano così da impressionismi come da problematicismi, penetran ­do in punta di piedi nell’« of ­ficina » del Giorno e osser ­vandone con umiltà di servi ­zio i meccanismi più segreti, egli può giungere a conclu ­sioni solide e rivelatrici. Il poema è rimasto allo stato di opera in fieri, proprio come le Grazie del Foscolo, perché le forze centrifughe di un’ispi ­razione sensibile soprattutto alle illuminazioni del « parti ­colare » prendono a poco a poco il sopravvento sulle for ­ze centripete dell’ispirazione unitaria. La disposizione sa ­tirica, da cui i due poemetti, Il   Mattino e Il Mezzogiorno, erano nati verso il ’60, viene ormai, vent’anni dopo, a man ­care per lasciare il posto a una diversa situazione mo ­rale-poetica. E’ quella delle grandi odi â— da La recita dei versi (1784) a Alla Musa (1795) â— e dei grandi fram ­menti della Notte, ora tiepoleschi e ora guardeschi, reni ­tenti al primitivo impianto satirico-didascalico.

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