di Vittore Branca
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 22 gennaio 1970]
Forse nessuno dei nostri massimi scrittori ha avuto sulla fine del ‘69 tanta for tuna con testi editi ed inedi ti quanto il Leopardi. Anzi tutto con due imprese vera mente memorabili: le utilissime e accurate Concordanze dei « Canti » di Antonietta Bufano (ed. Le Monnier, pa gine 450, L. 7000); e la pratica, accurata e relativamente economica edizione di Tutte le Opere a cura di Walter Binni ed Enrico Ghidetti (ed. Sansoni, 2 vol. ril., di pagine CLVIII-1488 e 1500, L. 10 mila). Introdotta da un im pegnativo e ampio saggio di un autorevole leopardista, come il Binni, condotta ripro ducendo tutti i testi già editi (compresol’epistolario) dalle stampe più sicure, accompa gnata da utili notizie per ogni componimento e da rapide note ermeneutiche, fornita di preziosi indici analitici e fi lologici, la silloge diverrà d’ora innanzi la compagna indispensabile di ogni lettore del Leopardi.
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Oltre alle chiose a classici (come quelle al Petrarca e alla Crestomazia) restano di chiaratamente esclusi dalla raccolta â— ad eccezione della Lettera sopra il Frontone â— i lavori e le note filologiche: e questa è lacuna compren sibile ma non trascurabile. Già il Giordani, pur nella genericità di un elogio, definiva il Leopardi « sommo fi lologo, sommo poeta, sommo filosofo »: e tutta la più nuo va e acuta critica leopardia na â— dal Bigi e dal Galim berti al Timpanaro e al Lonardi â— insiste ragionata mente sulla intima solidarie tà, nel Leopardi, di filologia, pensiero e poesia. E vi insi ste ora anche un raffinato e acuto lettore di poesia come Sergio Solmi (Scritti leopar diani. All’insegna del Pesce d’Oro, pp. 128, L. 2000): il quale pure giustamente sot tolinea che il filologo e il pensatore (troppo accantonato da Croce e troppo rilevato da Luporini) si inverano so prattutto nel poeta.
E’ questa una realtà che si impone ora anche più evi dente con la pubblicazione de gli Scritti filologici a cura di Giuseppe Pacella e Sebastia no Timpanaro (Le Monnier, pp. XXVI – 742, L. 10.000), opera che rimarrà esemplare non solo negli studi leopar diani, ma nella filologia mo derna: per la sicura metodo logia, per l’estrema e rigo rosa cura delle indagini e di tutti i particolari. Farà me raviglia al pubblico sapere che di un grande e studia tissimo poeta, come il Leo pardi, il Timpanaro e il Pa cella hanno ritrovate e stam pate più di duecentocinquan ta pagine assolutamente ine dite e un altro centinaio di praticamente sconosciute. E’ il complesso più notevole di nuovi scritti leopardiani che sia pubblicato dopo quello del lo Zibaldone nel 1898-1900.
Proprio queste nuove pagi ne, stese fra il 1817 e il 1832, rivelano anzitutto â— contro l’opinione più diffusa, ma già confutata dal Timpanaro stesso nel ‘55 (La filologia di Giacomo Leopardi) â— che per il Leopardi la filologia non rappresentò soltanto un noviziato, come l’antiquaria della Storia della astronomia (1813) e del Saggio sopra gli errori popolari (1815). Fu un interesse che operò inve ce vivissimo in sincronia al la nascita delle più grandi poesie. Le note su Filone e quelle su vari dialoghi di Platone sono del ‘23, cioè al la fine della già prodigiosa stagione delle canzoni e dei primi idilli; le postille ai taumasiografi (cioè « scrittori di cose straordinarie ») furo no stese fra il ‘25 e il ‘29 e altre note filologiche nel ‘30-“31, cioè al tempo dei « gran di idilli ».
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Si potrebbero anche indi care in qualche nota filolo gica precise filigrane di im pennate liriche o di abban doni sentimentali: come quando il Leopardi raccoglie studiosamente, nel ‘25-‘26, te stimonianze greche sui po poli soliti a prendere il lutto per chi nasce e a far festa per chi muore, e annota in sieme « Età di 27 anni. Pen sieri. Ingegno divino ». Si pensa naturalmente al ro manzo autobiografico allora vagheggiato, ma ancor più alle Operette morali e ai lo ro temi dominanti, la « na tura nemica » e la irrimedia bile infelicità dell’uomo. So no concezioni formulate si stematicamente dal Leopar di solo dopo il ‘24 proprio nel suo « far poesia in prosa », ma da lui chiaramente anticipate negli appunti fi lologici stesi fra il ‘19 e il ‘22. Giunge persino nel ‘19 ad in ventare estrosamente, nelle annotazioni su Eusebio (co me acutamente propone il Timpanaro), varie citazioni greche del tipo « Sappi bene che la virtù è la più inutile di tutte le cose della vita », alla Bruto Minore, e ad af fermare â— come poi nel Dia logo della natura e di un Islandese â— la sua sfiducia nel mondo moderno domi nato dalla ragione e « nella squisita esattezza di questi poveri tempi » al confronto della felice unità di intellet to e fantasia nella antichità « quando l’immaginazione e il fantasma della grandezza delle cose governava una gran parte di questa vita e la natura non avea ceduto per ogni verso alla ragione ». Lo stesso rapporto â— forza tamente rilevato in questi anni e dal Binni stesso â— tra la mente del poeta e la tematica politico-sociale ap pare mediato da una lettura dei classici, e soprattutto di Omero, intesa come scoperta di un mondo non alienato (secondo l’acuta intuizione del Lonardi nel recente Clas sicismo e utopia nella Lirica leopardiana, ed. Olschki, pa gine VI-152, L. 2500).
Ma questo naturale e insi stente riferirsi alla lirica e alla prodigiosa « poesia in prosa » non vuole certo rele gare gli Scritti filologici in una zona quasi servile. Sa rebbe incomprensione gravis sima: che per se stessi e in se stessi sono nella cultura non dico italiana ma euro pea opera di livello altissi mo e di acutezza straordina ria, come possono conferma re gli echi nei grandi greci sti e latinisti tedeschi e in glesi dell’Ottocento. Questo giovane e già acclamato poe ta non disdegnava nella mol le Roma stendhaliana di in chiodarsi lunghe ore a un ta volo della Barberiniana per descrivere codici greci (e ancora oggi essi portano inte- stazioni di sua mano). E i procedimenti di tipo meccanico e paleografico, linguistico e ritmico, culturale e psicologico (fino all’identificazione di errori e varianti di autore) sono veramente esemplari: addirittura divinanti quando sono guidati dal folgorante senso, o meglio estro, del Leopardi per la parola poetica. La grande tradizione filologica italiana, quella che nel restaurare testi e parole sentiva di reintegrare idee e fatti, non aveva conosciuto dopo il Poliziano un filologo cosi rigoroso e geniale.