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LETTERATURA: I MAESTRI: L’Officina del Parini

29 Agosto 2014

di Vittore Branca
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 20 agosto 1970]

Eccezionale √® l’attenzione prestata da critici e da lettori in questi nostri tempi tumultuosi e dissacranti a un poeta apollineo e di alta fede come il Panni (lo do ¬≠cumenta anche la recente Fortuna ed eredit√† del Parini di Febo Allevi, Le Monnier, pp. 284, L. 4000). Non √® certo a causa di quella ¬ę polemica sociale ¬Ľ che alcuni studiosi hanno voluto nella sua opera dilatare e forzare, con accu ¬≠se a volta a volta di ¬ę evolu ¬≠zione ¬Ľ e di ¬ę involuzione ¬Ľ. Il Parini inorridirebbe a que ¬≠sti travestimenti da tardo po ¬≠pulista o da scrittore enga ¬≠g√©. E’ piuttosto la singolare rispondenza a situazioni e a aspirazioni d’oggi a farlo, no ¬≠nostante le pi√Ļ esteriori ap ¬≠parenze, presente fra noi co ¬≠me pochi altri poeti.

*

Era anche allora un’epoca di crisi dei valori. Anche al ¬≠lora la societ√†, travolta da entusiasmi fanatici per la scienza e per la tecnica, cre ¬≠deva che la tradizione classi ¬≠co-umanistica e i suoi signifi ¬≠cati fossero al tramonto. E la classe politica, come gi√† os ¬≠servava l’Alfieri, prediligeva e favoriva scienziati e tecnici agevolmente dominabili, e diffidava invece degli storici e dei poeti che si richiama ¬≠vano a idee e a valori che sfuggivano al suo controllo. La cultura illuministica, sva ¬≠lutando qualsiasi verit√† e qualsiasi strumento di ricer ¬≠ca che non fossero fondati sulla ragione, anticipava la profezia hegeliana sulla mor ¬≠te dell’arte, destinata a risol ¬≠versi in scienza, e negava im ¬≠plicitamente la poesia. Le ri ¬≠servava al massimo il rango di amabile divulgatrice dei nuovi sommi veri tecnico-scientifici. D’altra parte, in quel periodo scarso di grandi personalit√† letterarie, le sem ¬≠pre pi√Ļ insistenti occasioni celebratorie tendevano a ri ¬≠durre l’esercizio di far versi a un rito mondano, a un ele ¬≠gante trattenimento.

Era la ¬ę riprova della dis ¬≠sacrazione ormai consumata della poesia: nessun poeta, tutti poeti ¬Ľ. Ma ¬ę nel momen ¬≠to in cui i campioni della cul ¬≠tura dei ‘ Lumi ‘ sembrano im ¬≠pazienti di sbarazzarsi del ¬≠l’ingombro di tutto il passa ¬≠to, il Parini dice: ‘la bellez ¬≠za della poesia, nella sublime serenit√† delle sue forme, √® l’espressione eternatrice dei massimi valori della civilt√†. Non nella tradizione classica √® spenta la vita, ma negli uomini d’oggi che non hanno la forza morale di ricreare quell’ardua bellezza, l’energia d’animo necessaria per col ¬≠marla di s√©, per riviverla. Poesia come moralit√† ‘ ¬Ľ.

Ha ragione Dante Isella a presentare così, acutamente e vigorosamente, quello che fu il senso nuovissimo e quella che è la prepotente attualità del Parini. E grazie a questa lucidissima comprensione di quel messaggio, insieme etico ed estetico, egli ha avuto una eccezionale illuminata fede filologica: quella che gli ha permesso, attraverso uno stre ­nuo e sottilissimo lavoro ecdotico, di ricostruire critica ­mente, per la prima volta e in modo esemplare, il testo del Giorno (Ricciardi, voll. 2, pp. C Р94 e 184, L. 16.000).

Pare impossibile. Fino a ieri leggevamo il capolavoro poe ¬≠tico del nostro Settecento in testi non solo infidi, ma fra di loro gravemente dissonanti perch√© contaminati diacroni ¬≠camente: come una Gerusa ¬≠lemme tassiana in cui fossero mescolati canti della Liberata e della Conquistata o un ro ¬≠manzo manzoniano in cui a capitoli di Fermo e Lucia ne seguissero vari dei Promessi Sposi. Solo recentemente gli studiosi (e fra questi anzi tutti il Bellorini e il Caretti) hanno rilevato la necessit√† di distinguere due diverse re ¬≠dazioni. La prima corrispon ¬≠de al progetto iniziale di una serie di tre poemetti: due in ¬≠teramente realizzati, Mattino e Mezzogiorno pubblicati ri ¬≠spettivamente nel 1763 e nel ’65, e l’ultimo, la Sera, pro ¬≠messo per la primavera del ’67, ma rimasto sempre un’at ¬≠tesa. La seconda, che rispon ¬≠de a un progetto pi√Ļ tardo di opera unitaria in quattro par ¬≠ti e risale verisimilmente ad anni posteriori al 1780, √® con ¬≠servata solo nelle carte auto ¬≠grafe dell’Ambrosiana: e com ¬≠prende il Mattino e il Merig ¬≠gio (gi√† Mezzogiorno), radi ¬≠calmente rielaborati, comple ¬≠tati dal Vespro e dalla Notte.

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Dalla prima edizione del Giorno, uscita postuma nel 1801, a quella presentata co ¬≠me critica dal Mazzoni nel 1925 (e da cui derivarono in generale le ristampe correnti) si mise insieme il testo del Mattino e del Mezzogiorno nella prima redazione (quella pubblicata nel ’63-’65) con il Vespro e la Notte ricavati da manoscritti di venti-trent’anni dopo, spesso anche conta ¬≠minando per gusti personali e impressionistici lezioni che appartengono a quelle due diversissime fasi. E in base a questo formidabile pastiche si elabor√≤ la fortunata tesi dell’ ¬ę ambiguit√† ¬Ľ pariniana, basandola proprio su certe dissonanze interne. Le quali sussistevano soltanto perch√© forzatamente si univano e si fondevano disinvoltamente due momenti lontani della poesia pariniana, anzi due poemi concepiti diversamente e realizzati su piani stilistici molto differenti: l’uno coevo agli esercizi giovanili, l’altro alle esperienze della piena maturit√†.

Ma tagliato questo nodo gordiano pubblicando separa ¬≠tamente le due radiazioni, re ¬≠censita e utilizzata completa ¬≠mente la tradizione mano ¬≠scritta (e non soltanto l’auto ¬≠grafo pi√Ļ completo secondo il criterio semplicistico del Bellorini nell’edizione laterziana del 1929), restava anco ¬≠ra all’Isella una intricatissima matassa da sbrogliare. Il Pa ¬≠rini, nei suoi vari autografi, non procede in senso rettili ¬≠neo, ma scrive e corregge con continue implicazioni e ritor ¬≠ni. Al di l√† delle innovazioni ripesca fasi anteriori, riam ¬≠mette in circolo lezioni gi√† dimesse ¬ę … quasi a cercare nel passato una sicurezza smarrita:… quanto pi√Ļ am ¬≠pio √® l’arco di tempo dell’ela ¬≠borazione tanto pi√Ļ alta √® la percentuale dei ritorni sui propri passi, da un massimo nel Mattino a un minimo nella Notte ¬Ľ.

*

In questo groviglio di le ¬≠zioni, quasi mai distinte da indicazioni cronologiche, l’Isel ¬≠la, superando lo scrutinio di ciascuna variante irrelata, ha genialmente identificato nel riconoscimento di un sistema correttorio la via per ordi ¬≠narle, sceglierle e studiarle. ¬ę Presa a s√© sola ¬Ľ egli scrive coloritamente ¬ę ogni variante √® come una banderuola im ¬≠pazzita che gira nella dire ¬≠zione di tutti i venti; inqua ¬≠drata invece nel sistema di tutte le altre varianti o degli istituti stilistici privilegiati dalla poetica dell’autore, in ¬≠dica necessariamente un solo punto cardinale: quello, non importa se pi√Ļ o meno accetto al gusto personale del critico, verso cui tendeva il poeta nel suo lavoro ¬Ľ.

Cos√¨ l’Isella nella sua edi ¬≠zione √Ę‚ÄĒ come gi√† prima in alcune anticipazioni √Ę‚ÄĒ d√† un esempio rigoroso e categorico di critica penetrante e rinnovatrice nata su una multi ¬≠forme acribia filologica: cio√® di una critica totale, di una critica tout court. Lontano cos√¨ da impressionismi come da problematicismi, penetran ¬≠do in punta di piedi nell’¬ę of ¬≠ficina ¬Ľ del Giorno e osser ¬≠vandone con umilt√† di servi ¬≠zio i meccanismi pi√Ļ segreti, egli pu√≤ giungere a conclu ¬≠sioni solide e rivelatrici. Il poema √® rimasto allo stato di opera in fieri, proprio come le Grazie del Foscolo, perch√© le forze centrifughe di un’ispi ¬≠razione sensibile soprattutto alle illuminazioni del ¬ę parti ¬≠colare ¬Ľ prendono a poco a poco il sopravvento sulle for ¬≠ze centripete dell’ispirazione unitaria. La disposizione sa ¬≠tirica, da cui i due poemetti, Il ¬† Mattino e Il Mezzogiorno, erano nati verso il ’60, viene ormai, vent’anni dopo, a man ¬≠care per lasciare il posto a una diversa situazione mo ¬≠rale-poetica. E’ quella delle grandi odi √Ę‚ÄĒ da La recita dei versi (1784) a Alla Musa (1795) √Ę‚ÄĒ e dei grandi fram ¬≠menti della Notte, ora tiepoleschi e ora guardeschi, reni ¬≠tenti al primitivo impianto satirico-didascalico.


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