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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “La fontana di Lorena”

28 Agosto 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Il ricordo de “La battaglia di Alamo”, il film diretto e interpretato nel 1960 da John Wayne, ma soprattutto la sua colonna sonora costituita da La ballata della morte El Degüello, apre le pagine di questo romanzo del 1990, e quella musica dolorante comparirà altre due volte. I protagonisti, che vivono in una casa al limitare del bosco del forzato (detto così poiché nel passato vi si era nascosto un forzato), odono, una tarda sera, un suono che ricorda questa musica. Stanno in ascolto, ma non passa molto che esso si rivela per ciò che è: un tornado che si scatena proprio sulla loro proprietà, “La Suturne”, che significa “qualcosa come scura, cupa, immusonita, malinconica.”. Per fortuna, i danni si riveleranno limitati al tetto e ad alcuni alberi caduti, ma quella tromba d’aria è l’avvio di un’altra delle storie tra miti e misteri a cui ci ha abituati la magistrale scrittura di Sgorlon. Leggete la descrizione di Eva, che sarà l’interprete maggiore: “Eva era una donna alta, ben modellata, con una faccia un po’ tonda e una capigliatura abbondante e compatta, di color castano, ma aveva una guardatura un po’ strabica, e a volte era attraversata da strane intuizioni, come vedesse nel cuore delle cose.”. Astrid è sua sorella: “Quando Astrid parlava era quasi sempre per dire cose strane.”. Eva è sposata a un ex minatore belga, Etienne Lafitte, che ora fa il costruttore edile, ma non naviga in buone acque. Ha due figli ancora ragazzi, Arriano (un po’ “schizoide”) e Giulia. Astrid, la sorella, è stata sposata per pochi mesi con Olivier, capitano di un peschereccio purtroppo inghiottito dal mare, dopo aver avuto un’esperienza traumatica con un giovane marinaio di Palinuro, Michele: “bello come una statua”. Tornate in Italia si sono rifugiate alla Suturne, la proprietà degli avi, i Gortan, dove Eva, affianca le fatiche domestiche alla sua passione per la pittura. Astrid, invece, è una scrittrice di libri per ragazzi conosciuta con lo pseudonimo di Isabelle Blanchot: “alta, ossuta, con gli zigomi sporgenti, i tratti del viso marcati, lunga di gamba e stretta di fianchi, aveva qualcosa delle donne nordiche”.

Scopriamo così che le due sorelle Gortan sono immerse nella natura e la vivono attraverso la loro arte. Il padre, farmacista, umanista e bibliofilo, ha lasciato loro una collezione di libri antichi per la quale: “I maggiori bibliofili del mondo si sarebbero sfidati fino all’ultima lira, nelle grandi aste, pur di possederli.”.
Sgorlon ci fa capire che la storia che si è appena avviata, in un luogo che pare sperduto, avrà a che fare con personaggi del tutto eccezionali, dotati di un’anima capace di leggere il mondo circostante e trarre da esso il meglio da trasmettere agli altri. In ciò aiutate da un vecchio notaio, che ogni tanto visita la loro casa, Baldassarre Sandrini, bibliofilo e appassionato di storia antica e di ricerche archeologiche, il quale immagina che proprio nei boschi della Suturne siano presenti sepolture antiche, tra cui quella della regina longobarda Teodolinda, che ebbe una corrispondenza con papa Gregorio Magno. “Scrittura carolina, onciale o gotica non avevano segreti per lui.”. Baldassarre ha un curioso aspetto: “Era un vecchio alto e asciutto, con i capelli brizzolati e i baffi filiformi, sempre vestito di scuro, con la cravatta a farfalla.”.
Eva è talmente presa dalle ricerche di lui nel bosco che ha la sensazione di avere attraversato molte vite, tra le quali anche quella della regina longobarda.

Per Sgorlon, dunque, la realtà è un insieme di ciò che cade sotto i nostri sensi e di ciò che la complessità del sentimento universale riversa e mescola dentro ciascuno di noi.
Nel villaggio vicino, ad esempio, i bambini nascono con il gozzo e nonostante tanti studi ancora non se ne è compresa la ragione. Si dubita dell’acqua. Più tardi accadranno altre disgrazie: “ci fu la nascita di un bambino con le ossa del piede sovrapposte e deformi.”.

C’è nell’universo una forza misteriosa e potente e Sgorlon, impossibilitato a identificarla, cerca di svelarne la costante e misteriosa presenza: “Tutte queste regole e leggi dell’universo si fondevano nel grande codice dell’essere, infinitamente complesso, di fronte al quale l’insieme delle leggi umane impallidivano e diventavano sillabari per bambini.”.
È l’occasione per l’autore friulano di criticare l’uomo e le sue manie di grandezza, il suo ottundimento, la sua confusione. Non risparmia parole durissime contro le forme deviate del progresso: “Era lo sviluppo che avanzava, ma ormai non in modi sani e allegri, bensì tortuosi e sovvertiti.”.

A poco a poco Eva occuperà il centro del romanzo; a lei faranno capo le sensibilità più acute, e i collegamenti misteriosi con l’universo: “Eva si sentiva sempre e soltanto un tramite della vita, una sorta di ponte, uno strumento in cui la creatività immensa dell’essere si rivelava come desiderio di forme e di colore. Un arcano senza fine.

La pittura è il modo con cui ella interpreta i misteri dell’universo. I suoi quadri arrivano ad avere perfino un mercato e saranno apprezzati da uno strano individuo, Marc, incontrato – come se si fosse smarrito – nel bosco del forzato. Eva lo terrà alla Suturne per una quindicina di giorni, sfamandolo e dandogli del denaro finché farà ritorno a casa, in Francia, a Vence, e solo dopo qualche settimana saprà di aver ospitato a casa sua, per uno strano disegno del destino, nientemeno che il suo pittore preferito. Sarà costui a dare il nome della fontana di Lorena (una fontana tutta speciale) alla sorgente incontaminata della Suturne, quando i paesani verranno ad attingervi l’acqua dopo che quella pubblica risulterà avvelenata e causa di nascite deformi.

In questo romanzo Sgorlon condensa nella parola “terrestrità”, che userà di frequente, il suo pensiero sul mistero universale, e così la definisce, parlando di Giulia: “Tutte le vocazioni venivano da lì, perché gli uomini non erano che uno strumento attraverso il quale la realtà misteriosa realizzava se stessa. Ogni vocazione, per umile e modesta che fosse, era un fatto straordinario perché era un modo dell’essere di uscire dal buio e di mostrare la propria sostanza profonda.”.

Il buio più di una volta riesce a farsi luce in questo romanzo, e sembra che Sgorlon abbia in animo di riuscire a compiere con la sua scrittura proprio questo speciale prodigio. Il bosco del forzato, dove tanti anni prima aveva vagato un condannato dalmata abbandonato dalla sua nave poiché colpito dal vaiolo, e infine miracolosamente guarito, diventa per Sgorlon il luogo dove un tale miracolo può facilmente compiersi. Il forzato prima, poi lo speciale Marc, e poi ancora il lèttone Göran Stenius vengono da lì. Eva ne avverte lo straordinario potere, e ogni volta che vi passeggia si ridesta l’universalità che è contenuta nella propria anima.
Quando il bosco del forzato sarà minacciato, impiegherà tutte le sue energie per cercare di difenderlo e di salvarlo.


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Bart