Citazioni da alcuni autori antichi

Purtroppo al tempo di queste letture non indicai sempre l’edizione, per cui si troverà indicato il numero della pagina, forse inutilmente. Ricercare l’edizione è impresa per me oggi proibitiva. Me ne scuso. (bdm)

Terenzio: “È facile quando si sta bene dar consigli agli ammalati.”

Seneca: “Non c’è cosa tanto avversa in cui un animo giusto non sappia trovare qualche consolazione.”

Epicuro: “Il più rabbrividente dei mali, la morte, nulla è per noi, perché, quando noi siamo, la morte non è presente, e quando è presente la morte, allora noi non siamo.”

Decimo Giunio Giovenale (Prima satira, pag. 11, trad. Guido Vitali): “Se pur Natura non mi fe’ poeta,/l’ira i versi mi fa.”; (Sesta satira): “Litigi sempre e sempre ingiuriose/dispute ha il letto dove c’è una moglie;/è quello il luogo ove si dorme meno.” (pag. 129); “Primo introdusse i barbari costumi/l’impudico denaro, e la ricchezza/molle snervò col turpe lusso i tem-pi.” (Pag. 131); (Decima satira, pag. 19, riferendosi ad Alessandro): “un’urna sola/gli basterà. Sola la morte svela/quanto piccola cosa è un corpo umano.”; (Tredicesima satira, pag. 75): “niun malvagio/dalla sua coscienza è assolto mai.”; (Quattordicesima satira, pag. 113): “Chi vuol esser ricco/anche presto vuol esserlo.”; “l’insanabile cancro dello scrivere” (Libro terzo, VII, vv 51-52.

Marco Valerio Marziale (la sua donna: Galla), epigrammi I, pag. 5: “lasciva è la mia pagina, ma la mia vita è pura.”; pag. 11: “I versi che tu reciti, o Fidentino, son miei;/quando li reciti male, ecco diventan tuoi.”; pag. 23: “I tuoi versi non pubblichi, o Lelio, ma critichi i miei./Smetti di criticarli, o metti fuori i tuoi.” Epigrammi III, pag. 77: “Non scrive, chi i suoi versi non li legge nessuno.” Epigrammi IV, pag. 127: “Lo so; lodano quelli, ma poi leggono i miei.”; “La lingua, o Tàide, non invecchia mai.” Epigrammi V, pag. 141: “non c’è premura, se vien sol dopo morte la gloria.”, pag. 143: “Non m’importa che rendano; basta che piacciano a me.” E: “piace la mia pagina a patto che sia gratis.”, pag. 145: “Odio l’ipocrita arte dei regali.”, pag. 151: “vera ricchezza sarà quello che tu hai donato.”, pag. 155: “Fuggi tutti i grammatici e i retori.”; pag. 163: “oggi soltanto ai ricchi si donan le ricchezze.” Epigrammi VI, pag. 183: “a raderti la chioma basta una spugna, o Febo.”; pag. 187: “La vita non è vivere; è star bene.” Epigrammi VIII, pag. 219: “Forse parrà che tu canti sovr’una zampogna sottile;/ma di molti le trombe vincerà la zampogna.”; pag. 223: “inchinarsi all’ingegno, ecco una cosa rara.” Epigrammi IX, pag. 259: “i piatti ch’io dono alla mensa/voglio che agli invitati piacciano, e non ai cuochi.”; pag. 275: “non aggredir le persone, ma censurare i vizi.” Epigrammi XI, pag. 307: “Non sei vizioso, o Zòilo; sei il vizio in persona.”, pag. 309: “Amo la ciccia, non mi piace il grasso.” Epigrammi XII, pag. 317: “A che mi chiedi un titolo? Due versi, tre versi; e poi tutti/a gran voce diranno che tu, libro, sei mio.” E: “La fortuna/dà troppo a molti, ed a nessuno assai.”, pag. 327: “non esser troppo amico di nessuno:/meno godrai, e meno penerai.”, pag. 333: “chi misura il suo carico, ben lo può sopportare.”

Gaio Valerio Catullo (la sua donna: Lesbia): “Carmi”, pag. 35:” Voi di qui intanto addio, ve ne tornate/là, donde il vostro malo piè moveste,/sconci del secol, pessimi poeti.”; pag. 75: “…Ciò che una donna dice all’amante bramoso/scrivilo sopra il vento, sopra l’acqua veloce.”

Publio Ovidio Nasone (la sua donna: Corinna): “L’arte d’amare”, pag. 29: “al giorno chiedi se una donna vale.”; pag. 37: “E fai promesse, ché finché prometti,/non soffri danno alcuno: promettendo/diventa ogni cialtrone un milionario.”; pag. 37: “Una speranza si mantiene a lungo,/una volta creduta.”; pag. 43: “È vecchia strada e spesso la più cer-ta/tradire altrui fingendoglisi amico.”; pag. 45: “o brutta o bella,/ogni donna s’immagina piacente.”; pag. 49: “Spesso s’insinua amore più sicuro/ricoperto con manto d’amicizia.”; pag. 72: “In uno stesso luogo s’incontrarono/un uomo ed una donna. Ed essi, soli,/appresero così, senza maestro,/l’arte d’amare; Venere li spinse/senza lusinghe alla fatica dolce.”; pag. 101: “Bellezza sconosciuta non dà frutto.”; pag. 101: “Che chiedono i poeti ai santi numi/se non la fama? È questo alla fatica/ il voto estremo.”; pag. 106: “solo donna contenta c’innamora!”.

Quinto Orazio Flacco (la sua donna: Lidia): “CARMI”, pag. 9: “Nulla c’è d’impossibile ai morta-li:/folli aggredimmo il cielo, e i nostri crimini/vietano a Giove di deporre il fulmine.”; pag. 11: “La pallida morte batte con piede/imparziale al tugurio del povero/e ai turriti palagi dei re.”; pag. 17: “l’acqua del biondo Tevere.” (anche pag. 67); pag. 20: “carpe diem”; pag. 31: “Promèteo aggiunse al primo fango umano/una piccola parte/da tutti gli animali/tagliata, e ai nostri petti/infuse anche la rabbia del leone.”; pag.51: “non lasciarmi, ti supplico, avvizzire/in deforme vecchiezza; né mi sia/tolta la cetra, questa/che solo mi conforta.”; pag. 55: “Così eleva la Fortuna/rapace con stridore acuto i serti,/e poi gode di lasciarli cadere.”; pag. 79: “Devi mostrarti forte nell’avversa/fortuna e offrire esempio di saggezza/ammainando le vele quando il vento/le gonfia troppo.”; pag.99: “Ma la morte/sorteggia i grandi e gli umili per tutti/eguale: l’urna vasta tiene ed agita/di tutti il nome.”; pag. 103: “di rado la Vendetta/zoppa lasciò davanti a sé il colpevole.”; pag. 113: “Oh scandalo,/oh Cartagine grande che t’innalzi/su l’ignominia ove l’Italia affonda!”; pag. 117: “L’età dei padri venne a peggiorare/quella degli avi e fece noi più tristi,/che daremo di noi prole più guasta.”; pag. 133: “Molto manca/a chi molto domanda: bene quello/sta veramente cui un Dio ha donato/con parca mano quanto è sufficiente.”; pag. 251: “Quando nell’aia avrai battuto cento/mila moggi di grano, il ventre tuo/non potrà contenerne più del mio.”; pag. 257: “accade/ben raramente di trovare un uomo/che nei suoi giorni dica d’esser stato/felice e giunto il tempo si distacchi/contento dalla vita come un sazio/convitato.”; pag.265: “quando ti si gonfia/l’inguine, se per caso ti si mette/lì davanti un’ancella o uno schiavetto/dove tu possa subito far impeto,/preferisci crepare di libidine?/ Io no: voglio l’amore pronto e facile.”; pag. 411: “Adesso il tempo è un altro, un altro l’animo.”; pag. 421: “Cominciare significa aver fatto/metà dell’opera.”; pag. 423: “Sprezza i piaceri: ché il piacere nuoce,/perché si paga col dolore.” e “non fu mai trovato/un tormento più grande dell’invidia.” e “L’ira è breve pazzia.”; pag. 443: “Chi ha provato una volta quanto valgano/le cose abbandonate torni presto/indietro e cerchi quello che ha lasciato./Il vero sta nel misurar se stessi/con la misura della propria gamba.”; pag. 449: “Chi più del giusto nella sorte buona/ha goduto sarà poi dall’avversa/prostrato. Se una cosa t’è piaciuta/troppo, ti sarà duro abbandonarla.”; pag. 467: “chi paventa/una mendace infamia se non l’uomo/vizioso e marcio dentro?”; pag. 477: “Ma la virtù è qualcosa che sta in mezzo/tra i due difetti ed è lontana tanto/dall’uno che dall’altro.”; pag. 485: “le dolci Muse all’alba/odorano di vino.”; pag. 487: “Piace a chi compone cose/nuove esser letto da gente sincera.”; pag. 493: “l’invidia si può vincere/soltanto con la morte.”; “Arte poetica”, pag. 533: “Per fuggire un difetto s’incorre in un altro: quando manca l’arte.”, e: “A chi avrà scelto un soggetto secondo le proprie capacità non verranno mai meno né l’abbondanza dell’eloquio né la chiarezza dell’ordine.”; pag. 535: “Non basta che le poesie risultino belle artisticamente: devono commuovere e trascinare l’animo di chi ascolta.”; pag. 547: “lo scrittore divenuto famoso, prolunga la vita di secoli.”, e: “in un’opera lunga ci si può appisolare.”

Petronio Arbitro, Satyricon, pag. 53: “chi si fida troppo non combinerà mai nulla di buono, specie negli affari.”, pag. 55: “Quello che non è oggi sarà domani.”; pag. 59: “Che è un povero?” (lo domanda Trimalcione); pag. 95: “anche il caso, spesso, ha una sua logica.”; pag. 96: “l’amore per l’arte non ha mai fatto ricco nessuno.”; pag. 107: “chi fa il male a uno sconosciuto è un furfante, ma chi lo fa a un amico è poco meno che un parricida.”; pag. 126: “non esiste donna, anche la più onesta, che non sia lì tutta disposta a far pazzie pur di provarne, magari, uno nuovo.”; pag. 151: “Il soldato era pronto, ma l’armi gli son mancate.”

Albio Tibullo (la sua donna: Delia), “Elegie”, pag. 19: “la Morte/verrà presto col capo/ricoperto di tenebre.”; pag. 34: “Allora corrimi incontro,/o Delia, come sarai,/con i lunghi capelli/scomposti, a piedi nudi.”; pag. 36: “Il lungo tempo riduce/docili all’uomo i leoni,/con la molle acqua il lungo/tempo rode la pietra.”; pag. 39: “Fin che la terra avrà quercie,/fin che astri il cielo, fin che acque/i fiumi, vivrà l’uomo/che canteran le Muse.”; pag. 43: “e a me piaccia il non essere/nulla in tutta la casa.” E : “No, non incanta con formule,/ma con il viso e le morbide/braccia la mia fanciulla,/e coi biondi capelli”; pag. 45: “la ruota con cui l’agile/sorte si gira è rapida.”; pag. 51: “o Delia, noi due/si sia, con bianco il capo,/un modello d’a-more.”; pag. 56: “E tu rivieni, o Natale/da celebrarsi per molti/anni, più luminoso,/sempre più luminoso.”; pag. 59: “Doni, non chiederne: i doni/li dia l’amante maturo,/per scaldare le fredde/membra a un tenero seno./Giovane a cui brilla il volto/liscio, né punge con l’aspra/barba quando ti abbraccia,/vale più che non l’oro.” e: “Tardi l’amore, ed, ahi, tardi/la gioventù si richiama,/quando ha tinto l’età/bianca il capo vetusto.”; pag. 60: “Ma tu, finché ti fiorisce/la giovinezza, approfittane:/essa non se ne fugge/via con un passo lento.”; pag. 71: “Non vi son campi sotterra,/non ricche vigne: v’è Cerbero/lo spietato, e il nocchiero/dell’acque Stige, squallido.”; pag. 72: “La Pace crebbe le viti,/e serbò il succo dell’uva/perché l’anfora al figlio/desse il vino del padre:/La pace fa brillar vomeri/e zappe, mentre nel buio/le tristi armi del rude/soldato irruginiscono.”; pag. 73: “Tu vieni a noi, alma Pace,/ed abbi in mano la spiga,/e davanti il bianco abito/ti trabocchi di frutti.” e: “Ah, chi percuote la propria/fanciulla è un cuore di ferro,/una pietra: egli tira/giù dal cielo gli dèi.”; pag. 94: “Riposa bene ed in pace,/sta tranquilla, e sull’ossa/tue sia lieve la terra.”; pag. 104: “Oh, quante volte ho giurato/di non varcar più la soglia!/Quando ho bene giurato,/da sé vi torna il piede.”; e: “Ma mi dà vita la credula/ Speranza, e mi ripete/che domani andrà meglio:”; pag. 164: “perché, voce crudele,/strazi un misero? Taci.”

Sesto Properzio (la sua donna: Cinzia): “Elegie”, pag. 29: “Cerchi dell’acqua,/e non t’accorgi che sei in mezzo a un fiume.”; pag. 31: “Felice sempre/sarà con la sua donna chi, scordando/tutto di sé, di lei si farà schiavo.”; pag. 33: “Fu per me/Cinzia la prima: sarà Cinzia l’ultima.”; pag. 34: “Non c’è donna migliore. L’hai voluta,/sia per sempre il tuo bene. Ed ella sola/ti basti d’ora in poi ad ogni voglia.”; pag. Pag. 47: “se poi scioglie le sue vesti/e combatte con me, nuda, oh, vi giuro,/sono pronto a riscrivere una Iliade!”; pag. 59: “non c’è nel mondo inimicizia acerba/quanto quella che nasce dall’amore.”; pag. 61: “Oh, è facile per voi/compor bugie e inganni! È un’arte questa/che la femmina ha sempre conosciuta.”; pag. 69: “O me felice, o notte luminosa,/o letto, che il piacer fece beato!” e: “Ma nel buio, amore/com’è sprecato! Non lo sai che gli occhi/son la guida migliore nel piacere?”; pag. 68: “amanti, fate in modo che ella creda/che non l’amate più: quella che ieri/vi si negava, sarà oggi vostra.”; pag. 75: “è la Fama/pronta a volare per le terre e i mari.”; pag. 77: “Ciò che di te mi dicono, io ascolto/con sorde orecchie.”; pag. 81: “oggi m’è dolce/persin l’acqua di pozza, quando ho sete.”; pag. 89: “Sol l’amante,/lui solo sa quando dovrà morire/e di che morte, né gli dan spavento/Borea furioso o i lampi delle spade./Anche se già egli siede curvo al remo/lungo i foschi canneti dello Stige,/e alzando gli occhi vede su di sé/le buie vele della barca nera,/se mai per l’aura lo raggiunga un grido,/da lontano, di lei, che lo richiama,/contro ogni legge rifarà il cammino.”; pag. 92: (“il vostro regno” è l’Averno, il regno di Persefone e Plutone) “Il vostro regno/ha già rapito tante belle donne:/lasciate sulla terra questa sola!”; pag. 105: “Non è molto larga/la strada che conduce alla poesia.”; pag. 118: “Dolce, sotto le fiaccole stanotte,/litigare con te, con i tuoi strilli,/con le tue furie. Ma perché rovesci,/resa dal troppo vino furibonda,/la mensa a terra e scagli contro me/come una folle tazze ancor ricolme?/Mettimi le tue mani nei capelli,/senza paura, e segnami la faccia/con l’unghie belle, e grida pur che gli occhi/mi abbrucerai con i tizzoni, e scoprimi/tutto il petto, strappandomi la veste!/Oh, finalmente, questo è un segno vero/di vero amore!”; pag. 123: “E ad ora tarda/quando avremo bevuto ed ai suoi riti/Venere dea s’appresti nella notte,/nel nostro letto insieme questo giorno/celebreremo e chiuderem così/la lieta festa del tuo dì natale.”; pag. 138:”Triste viaggio,/ma che tutti faremo. Là, tra l’ombre,/dovrem placare il cane che ci latra/con le tre gole e saliremo insieme/col torvo vecchio sulla nostra barca.”; pag. 141: “E quando è lei/che viene alla mia casa, s’addormenta,/lei, la mia amante, a capo del mio letto.”; pag. 167: “Bada all’oro,/non badare alla mano che te l’offre.”; pag. 171: “Sono qualcosa i Mani; nella morte/non tutto muor di noi: squallida l’ombra/si leva dalle ceneri del rogo.”; pag. 173: “Nei tuoi libri/per lungo tempo ho avuto un regno anch’io.”; pag. 174: “Quando vien la notte/noi andiamo vagando sprigionate/dai cupi regni;/ tolte via le spranghe,/anche Cerbero vagola dintorno./Ma Lete vuol che all’alba si ritorni/alle nostre paludi. Là il nocchiero/prima ci conta e poi ci porta ancora.”.

Antonio Diogene: “Le meraviglie di là da Tule”, pag. 24: Paapis, sacerdote egiziano insegue la giovane Dercillide e le attacca il malanno (muore durante il giorno e resuscita di notte) sputandole in faccia in pubblico.

Carití³ne, in “Le avventure di Chèrea e Callìroe” (in “il romanzo antico greco e latino”), pag. 40: “Una donna, quando crede di essere amata, è cosa facilmente espugnabile.”; pag. 53: “una cosa sconosciuta ha bisogno di essere difesa, mentre quello che si vede si raccomanda da sé.”; pag. 60: “Vedendo Afrodite, ragazza mia, crederai di vedere il tuo ritratto.” (Plangon, ruffiana [pag. 67 e seg.] e moglie del fattore Foca [pag. 68], a Callìroe); pag. 63 (Callìroe, così bella, eppure è stata venduta per un talento); il dioscuro tebano Anfione ha costruito le mura di Tebe col suono della cetra, pag. 71 e nota pag. 1373; pag. 175: “tutto ciò che non si dice, per il fatto stesso che viene taciuto, ha in sé motivo di più sinistri sospetti.”

Senofonte Efesio, in “Abrocome e Anzia” (in “il romanzo antico greco e latino”), pag. 192: “Giacevano ambedue ammalati, ridotti proprio in precarie condizioni, aspettandosi di morire da un momento all’altro” (n.d.r.: per le pene d’amore); pag. 205: “quello che faccio è forse sconveniente per una fanciulla, ma è necessario per un’innamorata”;

Omero, Odissea, 296; Pindemonte, 371 – 372 (in “il romanzo antico greco e latino”, pag. 163): “con pari vaghezza i due consorti/del prisco letto rinnovaro i patti.”

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