di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, domenica 12 aprile 1970]
Miracolo: passano sempre meno macchine, non si sen tono più i clacson abbaiare, il cielo è limpido, al mattino l’auto lasciata sul marciapiedi non è più sozza di smog, il telefono non chiama più in continuazione, la cassetta del la posta è quasi vuota. Cosa succede? Che consolazione, che pace, che silenzio. Però, però, come erano belli i vec chi tempi!
In pieno centro, passa una giardinetta azzurra delabrée guidata da due torvi macel lai. Dietro, un giovanotto biondo singhiozza curvo, la testa fra le mani.
Come mi affaccio all’unica finestra del mio appartamen tino, o semplicemente dischiu do i lembi della tenda, sem pre uno, o una, mi sbircia dall’opposta parete del cor tile. Anche nelle ore più stra ne.
Da dodici anni era in bili co sùbito sotto la cresta del Tribolaun. Ogni estate uno spostamento di qualche cen tesimo di millimetro. I lugu bri tonfi, quando alla fine si staccò frantumandosi giù per la parete, si confondono con l’ultimo urlo atterrito dei due scalatori.
Con tutto quello che ha avuto. Con tutto quello che ha patito. Piccina. Dentro e fuori degli ospedali. Però che bel faccino, rosa, riposato. Pa re una madonnina.
Mentre egli discuteva col professore di materialismo dia lettico, mentre conversava con padre Alfonso generalissimo dei gesuiti, mentre seguiva il funerale del vecchio amico di infanzia, passò una, stivali ne ri lucidi morbidi aderenti ai polpacci, e poi un bel pezzo di coscie scoperte fin quasi al l’inguine.
« Ah, se il Dick dovesse morire, basta con i cani per sempre, proprio basta. Dispia ceri e nient’altro. Come lo prenderemo? Ne prenderemo uno di quelli neri, col pelo lungo, sai?… »
La signora scherzava e ride va col prete, andato a tro varla. Era in letto, leggermen te indisposta. Toccavano an che argomenti scabrosi, in somma una conversazione pia cevole. A un tratto il prete si fece serio: « Bene, adesso, si gnora, le do l’assoluzione ».
Di tanto in tanto, ogni due tre mesi, a una certa ora del la notte, i rumori della città all’improvviso si spengono. E allora si ode il ticchettio del l’orologio, per mesi e mesi nessuno se ne era ricordato. Eppure continuava a camminare. E anche adesso conti nua. Cammina, dici? Corre, galoppa, vola. Capisci? E’ il tempo. Precipita, divorando la vita nostra, olé.
L’uomo sfortunato in amo re, dopo anni e anni di spa simi, riesce finalmente ad an dare in letto con la bellissi ma di cui è perdutamente in namorato. In letto lei si sente male. Il dottore, l’ospedale, eccetera. Alla fine egli capi sce che la bella era venuta con lui soltanto perché sape va di dover morire.
Per sfoltire un po’ la casa, egli si è sbarazzato del vec chio armadio, dopo averlo vuotato. Ma gli uomini dei traslochi lo trovano esagera tamente pesante. Lo aprono, guardano, scoprono una mas sa di orribili pesantissimi se greti, di cui egli si era com pletamente dimenticato.
L’arcangelo ispettore va a fare un sopraluogo all’inferno. Trova tutto in disordine, deteriorato, sporco. Poi si fa dare il registro, e smarca una quantità di nomi: « Questi hanno finito ». Il diavolo: « E’ assurdo. Come la mettiamo con la pena eterna? ». L’ispet tore: « La pena eterna non esiste, è soltanto un deterren te ». E l’altro: « Ma tu li ro vini. Questi qui sono incalliti. Si sono abituati. Non saprebbero dove sbattere la testa ».
Ha la mania di essere ma lato, ne parla con tutti, la voce gira, finché ritorna a lui. Viene così a sapere che gli altri lo considerano molto gra ve. (Eppure sta benissimo). Allora lui rilancia la notizia in chiave di catastrofe. Fin ché, amplificata di bocca in bocca, la notizia per la se conda volta lo raggiunge a « boomerang ». E così viene a sapere di essere morto.
La ragazza innamorata sof friva tanto, che perfino il de monio se ne impietosì. Andò da lei e gli promise l’amato. A una sola condizione: che mai, mai, per tutta la vita, neppure con una semplice carezza, con un semplice pen siero, lei lo tradisse; pena, la morte sua, di lui e dei figli. Singhiozzando, fu costretta a rinunciare.
Vedrai. Dove ragazzetto gio cavi con la palla di pezza dei poverelli, ecco un palazzo nuo vo bellissimo, venticinque pia ni, di ferro e cristallo, miliar dario. Nell’atrio, rincasato not tetempo, il banchiere di san gue svizzero, il Cecè, crac, morto secco.
Il generale in altissima uni forme si sbraccia, per ore e ore, a decorare il caporalmaggiore vittorioso impettito. Medaglie di qua, medaglie di là, come una sonagliera. Scende la sera e lui non è ancora riuscito a ricoprirlo intera mente.
« Ti ammazzerei, guarda ». « Va là, scemo. E poi con che cosa? ». Lui ridendo alza la destra come se. In quel mo mento hanno battuto alla porta.
Sulla soglia della casa del l’oculista che ha pronunciato una diagnosi infausta. Piove gelido. Intorno, il delirio del 24 dicembre. Oramai sola al mondo. Col vecchio cane ma lato e quasi cieco; il quale non parla e tossisce. Un tas sì, per misericordia di Dio. Sera di festa, di serenità, di Natale.
E’ una casa nuova ma da qualche tempo comincia ad avere una brutta cera. Nien te di preoccupante, si inten de. Non passano molti mesi che di notte esala l’ultimo re spiro. E dopo? Dopo, tutto prosegue ugualmente. Nessuno ci fa caso. Gli inquilini abi tano ugualmente, i camini fu mano ugualmente. Solo che la casa è morta.
Alla grande festa, la bellis sima rifiuta orgogliosamente di indossare la maschera. E da principio trionfa. Poi co minciano a trascurarla. Poi addirittura la sfuggono. Fin ché per caso lei si vede allo specchio: è diventata vecchia, decrepita. E l’alba è ancora lontana.
Ai bambini, perché non va dano a disturbare il vecchio zio sacerdote, dicono che nel l’anticamera del suo apparta mentino stanno due angeli di guardia; e che se un estraneo tenta di forzare il passaggio, prendono e lo portano al l’inferno. Comunque, una se ra, i due bambini vanno. Nes suno li ha mai più rivisti.
Sul balcone. Poltroncina di vimini. Bretelle. A contempla re i treni che passano nel bre ve spiraglio tra le due case davanti. La locomotiva bel lissima. Il tender. I vagoni. I vagoni. I finestrini illumi nati. I vagoni. Uno ancora. Un pezzo ancora. Ancora un fettino. L’ultimo svolazzo di fumo. Treno! Treno!
Rientrando dal retro nel grand hotel di montagna, â— corridoio, la dépendance, l’odore di cucina â— il cele bre filosofo e giurista notò le gambe nude della servetta inginocchiata a lavare, i piedi scalzi con la pianta nera di sudicizia. Presidente onorario del tribunale dei minorenni.
Dal prato periferico un fia to sollevò due foglie secche. Turbinarono, toccandosi, scan sandosi. Scherzavano! Malinconico flirt. Giacquero. Dal Nord scendevano lunghe nubi cariche d’inverno.