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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Mosaico

21 Novembre 2014

di Dino Buzzati
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, domenica 12 aprile 1970]

Miracolo: passano sempre meno macchine, non si sen ¬≠tono pi√Ļ i clacson abbaiare, il cielo √® limpido, al mattino l’auto lasciata sul marciapiedi non √® pi√Ļ sozza di smog, il telefono non chiama pi√Ļ in continuazione, la cassetta del ¬≠la posta √® quasi vuota. Cosa succede? Che consolazione, che pace, che silenzio. Per√≤, per√≤, come erano belli i vec ¬≠chi tempi!

In pieno centro, passa una giardinetta azzurra delabrée guidata da due torvi macel ­lai. Dietro, un giovanotto biondo singhiozza curvo, la testa fra le mani.

Come mi affaccio all’unica finestra del mio appartamen ¬≠tino, o semplicemente dischiu ¬≠do i lembi della tenda, sem ¬≠pre uno, o una, mi sbircia dall’opposta parete del cor ¬≠tile. Anche nelle ore pi√Ļ stra ¬≠ne.

Da dodici anni era in bili ¬≠co s√Ļbito sotto la cresta del Tribolaun. Ogni estate uno spostamento di qualche cen ¬≠tesimo di millimetro. I lugu ¬≠bri tonfi, quando alla fine si stacc√≤ frantumandosi gi√Ļ per la parete, si confondono con l’ultimo urlo atterrito dei due scalatori.

Con tutto quello che ha avuto. Con tutto quello che ha patito. Piccina. Dentro e fuori degli ospedali. Però che bel faccino, rosa, riposato. Pa ­re una madonnina.

Mentre egli discuteva col professore di materialismo dia ¬≠lettico, mentre conversava con padre Alfonso generalissimo dei gesuiti, mentre seguiva il funerale del vecchio amico di infanzia, pass√≤ una, stivali ne ¬≠ri lucidi morbidi aderenti ai polpacci, e poi un bel pezzo di coscie scoperte fin quasi al ¬≠l’inguine.

¬ę Ah, se il Dick dovesse morire, basta con i cani per sempre, proprio basta. Dispia ¬≠ceri e nient’altro. Come lo prenderemo? Ne prenderemo uno di quelli neri, col pelo lungo, sai?… ¬Ľ

La signora scherzava e ride ¬≠va col prete, andato a tro ¬≠varla. Era in letto, leggermen ¬≠te indisposta. Toccavano an ¬≠che argomenti scabrosi, in ¬≠somma una conversazione pia ¬≠cevole. A un tratto il prete si fece serio: ¬ę Bene, adesso, si ¬≠gnora, le do l’assoluzione ¬Ľ.

Di tanto in tanto, ogni due tre mesi, a una certa ora del ¬≠la notte, i rumori della citt√† all’improvviso si spengono. E allora si ode il ticchettio del ¬≠l’orologio, per mesi e mesi nessuno se ne era ricordato. Eppure continuava a camminare. E anche adesso conti ¬≠nua. Cammina, dici? Corre, galoppa, vola. Capisci? E’ il tempo. Precipita, divorando la vita nostra, ol√©.

L’uomo sfortunato in amo ¬≠re, dopo anni e anni di spa ¬≠simi, riesce finalmente ad an ¬≠dare in letto con la bellissi ¬≠ma di cui √® perdutamente in ¬≠namorato. In letto lei si sente male. Il dottore, l’ospedale, eccetera. Alla fine egli capi ¬≠sce che la bella era venuta con lui soltanto perch√© sape ¬≠va di dover morire.

Per sfoltire un po’ la casa, egli si √® sbarazzato del vec ¬≠chio armadio, dopo averlo vuotato. Ma gli uomini dei traslochi lo trovano esagera ¬≠tamente pesante. Lo aprono, guardano, scoprono una mas ¬≠sa di orribili pesantissimi se ¬≠greti, di cui egli si era com ¬≠pletamente dimenticato.

L’arcangelo ispettore va a fare un sopraluogo all’inferno. Trova tutto in disordine, deteriorato, sporco. Poi si fa dare il registro, e smarca una quantit√† di nomi: ¬ę Questi hanno finito ¬Ľ. Il diavolo: ¬ę E’ assurdo. Come la mettiamo con la pena eterna? ¬Ľ. L’ispet ¬≠tore: ¬ę La pena eterna non esiste, √® soltanto un deterren ¬≠te ¬Ľ. E l’altro: ¬ę Ma tu li ro ¬≠vini. Questi qui sono incalliti. Si sono abituati. Non saprebbero dove sbattere la testa ¬Ľ.

Ha la mania di essere ma ¬≠lato, ne parla con tutti, la voce gira, finch√© ritorna a lui. Viene cos√¨ a sapere che gli altri lo considerano molto gra ¬≠ve. (Eppure sta benissimo). Allora lui rilancia la notizia in chiave di catastrofe. Fin ¬≠ch√©, amplificata di bocca in bocca, la notizia per la se ¬≠conda volta lo raggiunge a ¬ę boomerang ¬Ľ. E cos√¨ viene a sapere di essere morto.

La ragazza innamorata sof ¬≠friva tanto, che perfino il de ¬≠monio se ne impietos√¨. And√≤ da lei e gli promise l’amato. A una sola condizione: che mai, mai, per tutta la vita, neppure con una semplice carezza, con un semplice pen ¬≠siero, lei lo tradisse; pena, la morte sua, di lui e dei figli. Singhiozzando, fu costretta a rinunciare.

Vedrai. Dove ragazzetto gio ¬≠cavi con la palla di pezza dei poverelli, ecco un palazzo nuo ¬≠vo bellissimo, venticinque pia ¬≠ni, di ferro e cristallo, miliar ¬≠dario. Nell’atrio, rincasato not ¬≠tetempo, il banchiere di san ¬≠gue svizzero, il Cec√®, crac, morto secco.

Il generale in altissima uni ­forme si sbraccia, per ore e ore, a decorare il caporalmaggiore vittorioso impettito. Medaglie di qua, medaglie di là, come una sonagliera. Scende la sera e lui non è ancora riuscito a ricoprirlo intera ­mente.

¬ę Ti ammazzerei, guarda ¬Ľ. ¬ę Va l√†, scemo. E poi con che cosa? ¬Ľ. Lui ridendo alza la destra come se. In quel mo ¬≠mento hanno battuto alla porta.

Sulla soglia della casa del ¬≠l’oculista che ha pronunciato una diagnosi infausta. Piove gelido. Intorno, il delirio del 24 dicembre. Oramai sola al mondo. Col vecchio cane ma ¬≠lato e quasi cieco; il quale non parla e tossisce. Un tas ¬≠s√¨, per misericordia di Dio. Sera di festa, di serenit√†, di Natale.

E’ una casa nuova ma da qualche tempo comincia ad avere una brutta cera. Nien ¬≠te di preoccupante, si inten ¬≠de. Non passano molti mesi che di notte esala l’ultimo re ¬≠spiro. E dopo? Dopo, tutto prosegue ugualmente. Nessuno ci fa caso. Gli inquilini abi ¬≠tano ugualmente, i camini fu ¬≠mano ugualmente. Solo che la casa √® morta.

Alla grande festa, la bellis ¬≠sima rifiuta orgogliosamente di indossare la maschera. E da principio trionfa. Poi co ¬≠minciano a trascurarla. Poi addirittura la sfuggono. Fin ¬≠ch√© per caso lei si vede allo specchio: √® diventata vecchia, decrepita. E l’alba √® ancora lontana.

Ai bambini, perch√© non va ¬≠dano a disturbare il vecchio zio sacerdote, dicono che nel ¬≠l’anticamera del suo apparta ¬≠mentino stanno due angeli di guardia; e che se un estraneo tenta di forzare il passaggio, prendono e lo portano al ¬≠l’inferno. Comunque, una se ¬≠ra, i due bambini vanno. Nes ¬≠suno li ha mai pi√Ļ rivisti.

Sul balcone. Poltroncina di vimini. Bretelle. A contempla ¬≠re i treni che passano nel bre ¬≠ve spiraglio tra le due case davanti. La locomotiva bel ¬≠lissima. Il tender. I vagoni. I vagoni. I finestrini illumi ¬≠nati. I vagoni. Uno ancora. Un pezzo ancora. Ancora un fettino. L’ultimo svolazzo di fumo. Treno! Treno!

Rientrando dal retro nel grand hotel di montagna, √Ę‚ÄĒ corridoio, la d√©pendance, l’odore di cucina √Ę‚ÄĒ il cele ¬≠bre filosofo e giurista not√≤ le gambe nude della servetta inginocchiata a lavare, i piedi scalzi con la pianta nera di sudicizia. Presidente onorario del tribunale dei minorenni.

Dal prato periferico un fia ¬≠to sollev√≤ due foglie secche. Turbinarono, toccandosi, scan ¬≠sandosi. Scherzavano! Malinconico flirt. Giacquero. Dal Nord scendevano lunghe nubi cariche d’inverno.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart