Di Dino Buzzati
[dal “Corriere della Sera”, domenica 8 febbraio 1970]
Sapevo in partenza che Poema a fumetti, libro fatto più di disegni che di parole, rischiava di avere, anche da parte dei critici, strane accoglienze. Prima di tutto, quali critici? Quel li letterari? O i critici di arte? Siccome l’assunto era fondamentalmente narra tivo, si è seguita la consue tudine che vige per i ro manzi. E le copie d’omag gio sono state spedite so prattutto ai titolari delle rubriche e delle pagine letterarie. Del resto non è il critico musicale, il quale di pittura può non capir ne un’acca, a giudicare an che le scenografie?
Confesso che mi aspetta vo reazioni di scandalo, di disapprovazione, e anche di silenzio, dato che era umano che un critico si trovasse seriamente imbarazza to a dover parlare di un prodotto simile. Devo dire che della critica italiana non avevo quasi mai avu-to a dispiacermi. Nel com plesso, neppure questa vol ta. Ci sono stati sì dei set tori di completo silenzio, sinonimi appunto di im barazzo, se non di fasti dio o disprezzo. Ma colo ro che si sono occupati del libro l’hanno in genere preso molto sul serio, con una comprensione che sin ceramente non avrei osa to sperare.
Naturalmente qualcuno, magari apprezzando il mio lavoro, non ha mancato di rimpiangere il me stesso di una volta, come se io lo avessi tradito. E in questo non so dargli ragione. Se mai, il nuovo libro mi sem bra segnare un deciso ri torno ai motivi e all’atmo sfera che frequentavo in gioventù. (E’ del resto fata le, nella vita di uno scrit tore â— e qui non mi riferi sco ai critici â— sentir loda re altamente le proprie opere di una volta, che ma gari a lui sembrano abba stanza insignificanti; gli amici infatti sono dispo stissimi a riconoscere che tanti anni fa si era bravi, pur di far intendere impli citamente che oggi siamo rincitrulliti).
Parecchi mi hanno rim proverato l’eccessiva fre quenza, nelle pagine, di ra gazze nude, disegnate con accento libertino. Io l’ho fatto per tre motivi: primo, la nudità mi sembrava il costume più adatto nel mondo dei più; secondo, disegnare dei nudi è più gradevole e stimolante che disegnare delle persone ve stite (almeno per me): ter zo â— e qui direte che mi do la zappa sui piedi, ma perché essere ipocrita? â— pensavo che l’ingrediente fosse producente agli occhi del pubblico. (Tra parente si, nonostante il noto boom del sesso, regna ancora da noi una curiosa pruderie, per cui basta una donna svestita a far parlare di pornografia). Ma può an che darsi che io abbia un poco esagerato.
Parlare dei propri criti ci, si sa, è impresa delicata A essere sinceri, si fa la fi gura di presuntuosi. Chiaro che piacciono più di tutti i recensori i quali ci defini scono geni. Però è il tono del discorso che soprattut to conta, più che l’inten sità delle lodi. Ci possono essere delle critiche nega tive che tuttavia, fanno mol to piacere. L’importante è che ci decapitino in Cam pidoglio, non in un deposi to di immondizie.
Per citare un esempio, Cesare Garboli, sul Mondo, nega che il mio proposito di fare un libro a fumetti sia riuscito. E fa sul tema un discorso preciso e intel ligente. « La fatica di Buzzati â— dice tra l’altro â— ci defrauda di una novità saporosa nello stesso mo mento in cui ce la pro mette… Difetta in velocità, in suspense, in ritmo nar rativo. Ignora quella simul taneità, quell’automatismo nelle immagini per cui un vero fumetto è sempre un film misteriosamente spiac cicato sulla carta… ». Ma é un giudizio negativo che automaticamente si rove scia, in quanto Garboli so stiene (e qui non sono d’accordo) che «la forza dei fumetti sta tutta nella loro volgarità, nella loro immediatezza corrotta e puerile, mitica e onirica. I nostri sogni sono forse dei Magritte, dei Delvaux? ». E io rispondo a Garboli: sì i sogni, almeno i miei, sono molto spesso di una straor dinaria bellezza surrealista.
Allo stesso modo, le ri serve di Claudio Marabini, sul Resto del Carlino, ( «Let teratura e immagine non si sposano. La letteratura non consente contaminazio ni di nessun genere… Vor remmo poter isolare queste contaminazioni dentro la giovanile parentesi di un di vertimento fantastico… ») sono fatte su un piano di grande considerazione, a parte la lusinghiera vetri na dell’elzeviro. E cosi quel le, sul Tempo, di Enrico Falqui (« … il Poema è in dubbiamente destinato ad essere affidato, per la discri minazione, non al critico letterario bensì al critico d’arte… al sociologo… allo psicologo e magari allo psi canalista. A tutti fuorché al critico letterario… ») sono così cortesi e amichevoli da riuscire decisamente grate.
E’ ovvio, comunque, che mi ha fatto piacere soprat tutto chi ha sottolineato la novità del mio lavoro, che io tuttavia, non ho intrapre-so per « essere moderno » o per fare qualcosa di origi nale ad ogni costo, ma mi è venuto del tutto naturale (già da ragazzo facevo, con parole e immagini mescola te, delle storie di monta gne, di spiriti e di gnomi).
Non so poi se in questa sede, tra quanti si sono oc cupati del mio libro, mi sia lecito ringraziare Carlo della Corte, Piero Dallamano, Ferdinando Giannessi, Giuseppe Prezzolini, Vladimiro Lisiani, Paolo Gran-zotto, Lorenzo Gigli, Alfre do Pigna, Alberico Sala, Giulio Nascimbeni, Antonio de Lorenzi, Oreste del Buo no, P. Giorgio Martellini, Claudio Quarantotto, David Borioni, Mario Portaluppi e Franco Passoni. Da loro mi sono giunte le parole più simpatiche e confortanti. Un piccolo discorso a parte, infine, per Indro Montanelli. L’estate scorsa, quando seppe che io stavo per finire un libro a fumet ti, da quel grande amico che è sempre stato, si of ferse subito di scriverne lui sul Corriere. E figurarsi se non lo presi in parola. Se-nonché, quando ha avuto il libro in mano, deve essere rimasto parecchio sconcer tato, se non sgomento. Ma non ha avuto il coraggio di dirmi: «Senti, Dino, questa non è roba per me. Meglio se ne occupi qualcun altro ». D’altra parte è troppo schietto per dir bene di una cosa che non gli piace. Ed ecco entrare in gioco la sua diabolica bravura. Che cosa ha fatto? Ha sottoli neato, secondo me forzando apposta la situazione, la componente sessuale («Lo ritrovate anche qui l’autore del Deserto dei Tartari, ma con in più tutto quello che c’era sotto. E cosa c’era! E cosa c’è!… Il pennello è la sua psicanalisi, la tenaglia che gli consente di afferra re il mostro che si porta annidato nelle viscere »), e via via rincarando le dosi, così attizzando e riattizzan do la curiosità più o meno morbosa del lettore. Insom ma, a parte il fatto di aver mi onorato di elzeviro, Mon tanelli è riuscito a realiz zare il più paradossale dei virtuosismi: attraverso una stroncatura (ma sì, in fon do può essere definita così), invogliare maledettamente il pubblico a comperare il volume.