di Piero Chiara
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 4 settembre 1969]
Conobbi l’avvocato Carlo Parietti nell’ultimo decennio della sua vita, quando entra vo nel mondo e lui già ne usciva. Non è quindi attin gendo al deposito della mia memoria, ma bensì valendo mi delle informazioni di qual che suo collega e coetaneo campato più a lungo di lui ed ora scomparso, che mi è possibile a tanta distanza di tempo risalire alla sua giovi nezza, dentro la quale mi pare d’intravedere un’epoca e un paesaggio ormai cancellati per sempre. Parvenze! Come la sua vita, che fu vana immagi ne di se stessa, non avendo egli lasciato né un parente né un amico né un beneficato qualsiasi, debitore di quel po’ di pietà necessaria a conser varne il ricordo.
Negli anni in cui cominciò ad attirare la mia attenzione, l’avvocato Parietti, uomo in dubbiamente superato dai tem pi, pur formando oggetto di scherno per i suoi colleghi, riscuoteva il più timoroso ri spetto dai contadini e dalla piccola borghesia che forma va la base della sua clientela. Nonostante i suoi modi anti quati e troppo cerimoniosi, nessuno gli poteva infatti ne gare una disinvoltura da vero signore, dei modi naturalmen te autoritari e una fine elo quenza, appoggiata ai mezzi toni di una voce melliflua e talvolta pungente, che era fon te di grande irritazione per i suoi avversari, più rozzi anche sé più scaltriti nell’uso e nel l’abuso del diritto penale e civile.
L’avvocato Parietti eserci tava la professione forense do po aver abbandonato la car riera giudiziaria, nella quale aveva raggiunto il grado di Procuratore del Re, vale a di re quel che è oggi in Italia un Procuratore della Repub blica. Grado allora assai con siderevole, che egli aveva sa puto portare con una risonan za, un prestigio, una grinta, oggi inimmaginabili. Conside rato e temuto dalla piccola gente che non riusciva a dis sociare quella qualifica da qualche rapporto diretto con la persona del regnante, aveva saputo imporsi anche alla ric ca borghesia ed ai ceti pro fessionali.
Passato dal podio solitario dell’accusatore pubblico al banco tumultuoso dei difen sori, dove nel calderone delle udienze settimanali di due o tre mandamenti si mescolava no insieme avvocati e patro cinatori legali, il Parietti ave va dovuto assumere il tono dimesso e lusingatore di chi piatisce e invoca. Tono che gli andava stretto come un ve stito maltagliato, e del quale cercava di liberarsi chiaman do a raccolta tutta la cattive ria e l’acidità che aveva ac cumulato in una lunga vita di scapolo senza dolcezze fa miliari, eterno cliente del mi glior albergo nelle cittadine dove aveva risieduto, ma sem pre senza amicizie e sdegnoso d’ogni rapporto coi pari gra do, presidenti di tribunale, capi d’altre amministrazioni o anche prefetti e questori, che aveva avuto di fronte e coi quali gli era capitato più volte di scontrarsi.
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Rimasto orfano nell’adole scenza, la sua vita era sem pre trascorsa in solitudine, senza neppure la compagnia di qualche sorella o nipote. Aveva avuto soltanto, non si sa da quando, la dura com pagnia di una gamba di le gno che nessuno sapeva se fosse conseguenza di una di sgrazia o di un difetto di nascita, né se fosse intera o par ziale, cioè innestata a un ter zo o a due terzi dell’arto, perché era possibile vederne solo l’estremità, culminante in una scarpa ortopedica lucidis sima, munita di un alto tacco, probabilmente di ferro tanto era risonante e imperioso sui pavimenti delle sale di giustizia.
Aveva un carattere così ri sentito il Parietti, e una così assoluta sicurezza di sé nei piccoli occhi grigi sempre in agguato sotto i folti soprac cigli, che nessuno, neppure l’avvocato Gervasini suo coe taneo e costante avversario nel foro, poteva rivolgergli una qualsiasi domanda che esulas se dagli argomenti legali. Prov videnziale difesa, senza la quale la sua gamba di legno sarebbe servita a molti come una chiave per penetrare nell’intimo di una vita preclusa all’amore, per scoprirne le segrete tristezze e farne scempio, all’occorrenza, con quella fa cile disposizione a distruggere le barriere morali degli indivi dui che è propria delle piccole società provinciali.
Pieno di rispetto per il suo passato, e avendo concepito per lui un’ammirazione quasi incondizionata, mi posi ad os servarlo cercando di raccoglie re dati e indizi utili a deli neare il percorso a me ignoto della sua vita precedente. Non esitai neppure a visitare, in sua assenza e con la compli cità del fattore, il parco e il frutteto che circondavano la sua villa, nel paese di collina dal quale calava sui capoluoghi di mandamento come un falco nei giorni di udienza, prendendo possesso per poche ore dei suoi vari recapiti, sulle cui porte spiccavano targhe di smalto con scritto: «Avv. Car lo Parietti – Patrocinante in Cassazione ». Dicitura per nul la indicativa di rare capacità, ma fascinosa agli occhi dei villici che ricorrevano al suo ministero e non priva di ef fetto anche per me. Non con tento di osservarlo e di stu diarlo, per aggiungere elemen ti alla mia indagine giunsi a provocare la malignità del suo collega e coetaneo avvocato Gervasini, uomo incline alle confidenze e facile a prendere il largo con i suoi discorsi sul tempo passato.
« Il Parietti! » esclamò l’av vocato Gervasini in tono di sprezzo quando gli vantai il collega come un famoso magi strato che aveva fatto tremare alcune provincie d’Italia.
« Il Parietti, lo ricordo quando era pretore di Cuvio ».
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Essere stato pretore di Cu vio, un paese di poca impor tanza dove la pretura da forse trent’anni era stata soppressa, pareva all’avvocato Gervasini misera cosa. E di quel titolo secondo lui risibile, cercava di accentuare la meschinità descrivendomi il collega quan do in gioventù scendeva dal suo paese ogni giorno a Cuvio, con lo zelo di un princi piante.
« Arrivava » diceva il Ger vasini « con un carrozzino a due ruote tirato da un cavallo alto e magrissimo che pareva una giraffa. Dietro, legato al la scocca, si portava da casa un fastello di fieno per il ca vallo, che ricoverava dentro una cella della prigione onde evitare la spesa dello stallazzo alla trattoria del Barisone ».
« A quei tempi » gli doman dai « l’avvocato Parietti ave va già la gamba di legno? ».
Ma il Gervasini non ricor dava.
Privato di quella informa zione che mi sembrava impor tante, cercavo nondimeno di immaginare il Parietti giova ne e già pretore, che usciva di buon mattino dalla sua vil la col carrozzino e frustava verso Cuvio. Lo vedevo pas sare lungo le prode erbose, abbassare il capo sotto i rami dei noccioli che sporgevano dai dirupi lungo la strada, guardare con le redini in ma no gli sfondi celesti della sua valle, fino ad indovinare, die tro i pioppi lontani, il lago Maggiore al quale volgeva le spalle per andare a render giustizia nel paese di Cuvio. Doveva avere, a quel tempo, trent’anni. Proprietario di ter re e di un’antica villa, magi strato in carica e despota del proprio modo di vivere perché senza più alcun prossimo pa rente tra i vivi, il Parietti mi appariva come un favorito dalla sorte. Forse non aveva ancora la gamba di legno e alla sera, con quel suo carroz zino a due ruote e il bel ca vallo che solo l’invidia del Gervasini poteva assomigliare a una giraffa, andava a feste e a conviti nelle nobili dimore dei suoi pari.
Lo aspettava una lenta ma sicura ascesa fino al grado di Procuratore del Re, il passag gio da una sede all’altra, al cuni famosi processi nei qua li avrebbe chiesto condanne memorabili, qualche conflitto procedurale e, a quanto si di ceva, anche una ricusazione per legittima suspicione; poi le dimissioni volontarie, date forse per nostalgia dei suoi luoghi nativi, e infine il ri torno alle preture della giovinezza, con la toga dai cordoni d’oro, che ricordava ai suoi modesti colleghi l’imperio so pra ben altre platee, dall’alto di un seggio che egli aveva, « onorato con la sua probi tà », come si leggeva in una pergamena incorniciata nella anticamera di uno dei suoi recapiti.
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Alto di statura, con una te sta da apostolo quasi comple tamente calva e un po’ di baf fi spioventi agli angoli della bocca, paludato nella lunghis sima toga che gli copriva an che il piede ortopedico, lo guardavo volteggiare negli emicicli delle sale d’udienza, simile a un burattino col man to regale, quando puntando il tacco e piegandosi sull’ultima vertebra in un inchino appe na accennato si rivolgeva al pretore: « Ella, signor giudice… ». Teneva sempre in mano una carta da sventolare e spesso, volgendosi verso il banco della difesa a cercare con lo sguardo l’avvocato Ger vasini quasi fosse un verme nascosto fra l’erba, faceva sa lire i registri della sua voce a toni drammatici che poteva no far ridere solo sprovveduti colleghi, ignari della grande strategia forense.
Ottimo percorso mi pareva essere stato il suo, anche se era terminato nelle basse giu risdizioni. Prestigioso e addi rittura invidiabile, senza quel guasto della gamba di legno: una disgrazia di quelle che possono, di una splendida sor te, fare un lungo e segreto tor mento, una lenta distillazione di fiele capace di avvelenare una vita.