di Arturo Colombo
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 11 settembre 1969]
L’invito a leggere (o a ri leggere) i grandi classi ci non significa solo l’ap prodo a una sponda sicura per chi chiede alla pagina scritta l’esempio di una le zione di vita; può diventare anche il più stimolante ri chiamo per seguire il filo rosso, che unisce la storia di ieri alla cronaca di oggi. Ecco perché chi ha veri in teressi culturali, soprattutto di tipo politico-ideologico, non deve lasciarsi scappare il fortunato « ritorno » di Tocqueville, che appare ades so in due grossi volumi di Scritti politici a cura di Ni cola Matteucci, nella prezio sa collana diretta da Luigi Firpo (ed. Utet, pp. 1082 + 884, L. 18.500).
Alexis de Tocqueville, l’aristocratico francese lonta no nipote di Malesherbes, è vissuto tra il 1805 e il 1859, negli anni inquieti che dalla avventura napoleonica porte ranno alla restaurazione, al la monarchia di luglio, alla breve parentesi del ’48, fino alla svolta del due dicem bre e alla metamorfosi del secondo impero. Ma in que sto mezzo secolo di continui rivolgimenti sociali e di al trettanto rapidi giri di valzer dell’intelligentsija europea (i socialisti utopisti o Marx, Hegel o il positivismo di Comte), Tocqueville occupa un posto particolare, perché non accetta gli schieramenti prestabiliti e rimane sempre il severo e solitario morali sta « incapace di andar d’ac cordo coi tempi ».
Ne offre un penetrante ri tratto a tutto tondo lo stes so Matteucci in un vivacis simo saggio, che va ben al di là di una occasionale in troduzione e serve a chiarire la singolare forma mentis, il temperamento complesso e i caratteristici tratti psi cologici di questo osservato re acuto e intransigente, ca pace come pochi suoi con temporanei di cogliere le af finità e i contrasti, i van taggi e le contraddizioni fra la vecchia Europa e il nuo vo mondo d’oltre atlantico.
Basta prendere il primo magistrale libro De la démocratie en Amérique, apparso nel 1835 dopo un attentissi mo soggiorno di studi negli Stati Uniti, o il lucido sag gio sulla « condizione poli tica e sociale della Fran cia », o certi vigorosi discor si pronunciati dai banchi dell’assemblea nazionale (do ve rimarrà fino al 1851, al colpo di stato di Luigi Na poleone), o la severa archi tettura che arricchisce l’ope ra della piena maturità, L’Ancien Régime et la Révo lution. I temi, ovviamente, cambiano; ma oltre i rilievi e i giudizi sugli avvenimen ti di cui è testimone, il mo tivo ispiratore del suo pen siero rimane sempre identi co: come garantire la par tecipazione di tutti alla vi ta politica, sfuggendo gli abusi del potere? come con ciliare l’obbiettivo dell’egua glianza senza cadere nel pe ricolo della tirannide della maggioranza? insomma, co me costruire la democrazia nella libertà?
Ideale discepolo di Machia velli, di Pascal e di Monte squieu, ha una concezione pessimistica ma virile della natura umana, che ritiene imperfetta eppure perfetti bile. Così, non crede nell’a stratto modello dell’autogo verno immaginato da Rous seau, né si fida dei falsi pro feti, che con la promessa del paradiso in terra potrebbero ripetere il terrore giacobino; ma nello stesso tempo è trop po realista per non avverti re che dietro la fragile fac ciata della restaurazione ser peggiano nuovi fermenti di idee, nuovi aneliti di con quista, nuovi richiami agli « immortali princìpi » dell’89.
Allora si lascia alle spal le la struttura centralizzata e accentratrice della Francia e va al di là dell’oceano, per farsi un’idea concreta di come funzionano i meccani smi interni di quel regime politico e nello stesso tem po per « trovare in America degli insegnamenti da cui noi (= noi europei) si possa trarre profitto ». Da questa specie di esemplare repor tage sull’America del primo ‘800 (e dai successivi scrit ti) viene fuori una serie di riflessioni, che giustamente Matteucci definisce « insie me freddamente descrittive e passionalmente moralisti che », perché danno un’idea chiarissima del modello di stato in cui Tocqueville cre de: un organico sistema di autonomie locali, che avvi cina i cittadini alla macchi na del potere; un rapporto partecipativo alle scelte po litiche, che impedisce ogni umiliante obbedienza servi le; una struttura pluralista di centri indipendenti e so vrani, che evita le fatali scor ciatoie autoritarie; un con vincimento radicato, genui no, quasi religioso, che la li bertà è l’unico bene da di stribuire a tutti, perché ri mane la condizione di un fecondo progresso civile.
Certo, dietro l’analisi del lo studioso, che ricostruisce con efficacia di sintesi le tappe della giovane America, o dietro le fertili ricerche per mettere a confronto i vincoli oppressivi dello sta to unitario (erede dell’asso lutismo) e la saggezza del sistema federale (aperto al contributo di ogni cittadino), si sente vibrare la passione civile di Tocqueville, la sua costante fedeltà etico-politi ca nel primato della demo crazia come migliore costu me per vivere nella libertà. Che è un obbiettivo diffici le da raggiungere, oggi non meno di ieri; ma che rap presenta un traguardo al trettanto decisivo per il fu turo che ci attende. Proprio come dicono le sue parole profetiche: « a seconda che avremo la libertà democrati ca o la tirannide democrati ca, il destino del mondo sa rà diverso ». Praga sta lì a dimostrarcelo.