di Arturo Lanocita
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 14 maggio 1970]
Tutto speroni e baffi, Etienne Gerard, guascone co lonnello degli ussari a ventotto anni e a trentuno co mandante di brigata; una carriera al rullo dei tamburi napoleonici, nel primo ven tennio dell’Ottocento. Quando Arthur Conan Doyle, in se dici racconti lunghi, narrò le millanterie di Gerard, gli die de, di suo, il nome e l’intrec cio delle storie, ma il model lo del personaggio era già stato confezionato dalla na tura, un tipo che si chiama va colonnello Marbot, servì Bonaparte e lasciò un libro di memorie che specchiava la sua indole. Da quelle me morie Conan Doyle trasse la creta per abbozzare il suo guascone; il Gérard inventa to fu, come il Marbot auten tico, il ritratto della spocchia a cavallo.
Una nuova edizione italia na dei sedici racconti (Le av venture di Gérard, Rizzoli, pp. 389, L. 2800) e l’appari zione imminente di un film che, in qualche modo, vi si è ispirato, interpreti l’ingle se Peter McEnery e la no stra Claudia Cardinale, fan no attuale questa napoleoneria scritta ottant’anni fa, o poco meno, da Conan Doyle. E se si dice Conan Doyle è Conan Doyle che s’intende, quello che divenne famoso fa cendo divenire famoso Sherlock Holmes.
A questo signore, alto un metro e novantacinque (se c’è chi applica il sistema de cimale alla letteratura), e per ciò detto il gigante buono, che fu medico ma ebbe in antipatia la medicina e tra sudò sciovinismo inglese seb bene fosse di famiglia irlan dese, doveva capitare di in ciampare in quest’altra con traddizione, di aver successo sperando fortemente di non averne. Desiderava di essere avvolto nei suffumigi della gloria solo per via dei suoi romanzi storici, alla Walter Scott, e perciò s’era nutrito di Macaulay; o dei suoi sag gi ispirati all’origine delle origini, la preistoria popolata di dinosauri, e qualcuno ri corda, se non il suo libro Mondo perduto, almeno il film che ne fu tratto. Dei rac conti polizieschi, invece, si vergognava; ma qualcosa di poliziesco c’era, e come, an che nelle avventure napoleo niche dello spaccone Gérard, insidiato a ogni passo da emissari nemici camuffati da ciò che non erano: frati, as salitori di diligenze, inecce pibili vecchie zitelle, bettolieri, tutto per nascondere ciò che invece erano, soldati irti di pistole e di pugnali.
Se Conan Doyle odiava Sherlock Holmes, giacché lo odiava, sebbene gli avesse da to ricchezza e reputazione, era perché l’indagatore dal berretto a scacchi e dal man tello con la pellegrina gli fal ciava tutta l’erba disponibile nel prato della sua popolari tà postuma, mentre egli ave va puntato sui romanzi sto rici. Si sentiva come un musicista che componga sinfo nie, e le sventoli come la per sonale bandiera, e sia applau dito per le sue canzonette.
Arbitrarie ma non sgrade voli, chi ha mai detto sgra devoli, le sue ricostruzioni del l’epopea napoleonica, sia pu re deformate dall’intenzione di satira affettuosa, come in Gérard, presa in giro della vanagloria soldatesca, ricalca rono infiniti modelli, il Mar bot a parte. Chi muova dal Miles gloriosus plautino e, passando per il Don Chisciot te e i moschettieri dumasiani, non abbia voglia di fer marsi alle stazioni seconda rie, s’è già incontrato con i massimi archètipi degli smar giassi, e un’idea del colon nello Gérard se l’è fatta. E non si stupirà apprendendo che fu lui, il guascone sim patico, a dare una mano a Napoleone per fargli vincere le battaglie e lui a salvare la vita dell’imperatore, a Wa terloo, obbligando, fra l’altro, prussiani e inglesi a consta tare che, se l’imperatore tre mava di paura, un certo suo ufficiale degli ussari, invece, eccolo lì, a menar fendenti con la sciabola, sino all’ulti mo, e la gloria seduta sullo stesso suo cavallo, in arcio ne dietro di lui.
E tuttavia, se Conan Doyle non avesse scritto di Sher lock Holmes non sapremmo che fu autore dei bozzetti na poleonici, garbati ma provin cialotti, tartarinate senza la spuma di Daudet; forse sa rebbero stati stampati, ma di sicuro non ristampati, ad uso dei posteri. Al poliziesco lo scrittore fu indotto, pare, dal la lettura del Lecoq di Gaboriau e più ancora dei rac conti di Poe; ma il modello vivo di Sherlock lo incontrò nella città della sua giovinez za, Edimburgo. Era un poli ziotto allampanato, facile al l’ironia, che indagava, sem pre olimpico, con metodo in duttivo; si chiamava Joe Bell. Questo Joe Bell, più gli scrit ti di Lombroso e di Bertillon, padri della criminologia scien tifica, contribuirono a produr re un tipo detto prima Sherrinford e poi Sherlock Hol mes, il più famoso personag gio della letteratura inglese.
Il fango, la cenere, la pol vere, le impronte, le macchie, le briciole, studiati con il cri stallo curvo della lente d’in grandimento, dovevano fare del glaciale indagatore una specie di precursore del com puter che, ricevuti i dati del problema, emette la soluzio ne. Computer con fiore al l’occhiello; quell’attributo che era poi un giudizio falsomodesto di merito, ripetuto da Holmes a ogni sbrogliamento di matassa, per sbalordire l’amico Watson: « Elementa re ». Elementare e convincen te; dal primo poliziesco, « Stu dio in rosso », sino agli ulti mi della serie famosa, Hol mes non solo cercò di far luce, ma anche di non lasciare zone d’ombra. (Pensare a cer ti « gialli » d’oggi, con infiniti perché rimasti appesi all’un cino, dopo la conclusione). La soluzione Holmes era l’unica possibile; non si trattava di racconti aperti, a mantice, di quelli che tollerano ogni tipo d’epilogo.
Conan Doyle non barava con il lettore; prima che un poliziotto, il suo era un gen tiluomo inglese; era lui stes so, Conan Doyle. Non distri buiva carte segnate; forniva i dati esatti, da cui scaturi vano certe mosse, e non cer te altre. Con la calma nazio nale, denominata flemma, fa ceva venir fuori dal guscio il colpevole, che sin dal prin cipio era il commesso del no taio e non poteva passar la mano ad un altro lungo la strada; ma bisognava saper frugare nella polvere, per ri conoscerlo. Quando il gioco entusiasmò i lettori Conan Doyle, spaventato, vide com promesso l’esito dei predilet ti romanzi storici; ebbe pau ra d’esser preso per ciò che non si sentiva, un autore di romanzi polizieschi, e, pur di liberarsene, uccise Sherlock Holmes, facendolo precipita re in una cascata svizzera. Per quella morte, molti, a Londra, misero una fascia di lutto al cappello, e guaì a Co nan Doyle, se non si fosse convinto, un po’ con le sup pliche un po’ con le minacce un po’ con le sterline, a resu scitare il morto.
Forse, se non per i roman zi storici, avrebbe preferito esser ricordato come pionie re degli sci in Svizzera e del l’automobile in Gran Breta gna; o perché al biliardo fa ceva una carambola a tre sponde; tutto, meno Holmes. Eppure, in Baker Street, a Londra, c’è ancora un museo che raccoglie i cimeli di un illustre inglese, i vestiti i li bri le matite gli appunti; e Conan Doyle in quel museo ci starebbe come a casa sua. Non è, però, il suo museo, è il museo di qualcuno che, seb bene non sia mai esistito, non cessa d’esser vivo, il detective Sherlock Holmes. Il solo mu seo, supponiamo, che espon ga le reliquie di un personag gio: dalle camicie che non indossò alle pipe che non fumò.