Storia difficile per D’Annunzio

di Renzo De Felice
[dal “Corriere della Sera”, sabato 5 ottobre 1968]

Il centenario della nascita di Gabriele D’Annunzio  offrì nel 1963 l’occasione per un ricco e meditato bilancio dell’arte del poeta abruzzese e della sua presenza nella nostra vita cultura ­le. In questi giorni, ricorrendo il trentesimo anniversario della morte di D’Annunzio, la fonda ­zione del Vittoriale degli Italiani ha voluto riprendere e portare ancora innanzi il discorso di cinque anni or sono e ha organizzato a Gardone (28-29 settembre) una riuscitissima tavola rotonda tra studiosi di storia letteraria e politica e, in genere, di D’Annunzio. Per l’occasione la Fondazione ha pubblicato anche gli atti del convegno del ’63 (L’arte di Gabriele D’Annunzio, ed. Mondadori)     e la     prima     parte     dell’inventario delle carte     conservate nell’archivio del Vittoriale, relativa ai manoscritti di D’Annunzio (alla quale seguirà â— speriamo presto â— quella relativa alla corrispondenza del poeta).

Sull’importanza della seconda di queste due iniziative edito ­riali non è il caso di soffermar ­si, tanto essa è evidente. Non solo essa è â— come scrive il presidente della Fondazione Aleardo Sacchetto nella sua prefazione â— « l’indispensabile pre ­messa di quell’organico pro ­gramma culturale, la cui attua ­zione sembra essenziale ai fini dell’assolvimento da parte del ­la Fondazione, del suo compito primario », ma viene incontro ad un’esigenza vivissima di tut ­ti gli studiosi dell’opera di D’Annunzio e segnerà un mo ­mento decisivo per gli studi dannunziani, costituendo infatti la premessa indispensabile per tutta una serie di ricerche, sin qui impossibili o quasi.

Apparentemente meno clamo ­rosa, anche la prima iniziativa â— quella di raccogliere e pub ­blicare gli atti del convegno del ’63 â— non è però meno importante e sarà certo altrettanto fertile di risultati. Al contrario di molte altre raccolte del ge ­nere, questo volume è sicuramente destinato a segnare un momento assai importante negli studi dannunziani. La migliore riprova di ciò è nella relazione con la quale Mario Sansone ha introdotto i lavori della tavola rotonda di Gardone. Una relazione tutta centrata appunto sull’esposizio ­ne e sulla discussione delle posizioni emerse nel convegno del ’63. Posizioni molteplici e spes ­so discordanti, ma che dimo ­strano â— come ha detto Sansone â— «che qualche cosa si muove pure nella critica dan ­nunziana »: che molto spesso quanto sembrava acquisito ri ­vela in realtà provvisorietà e precarietà.

Carducci, Verga, Pascoli sono ormai stati storicizzati e han ­no trovato una loro collocazio ­ne critica. D’Annunzio rimane invece     ancora     per     molti     un contemporaneo » che sconta le aporie, le passioni, le contraddizioni di questa sua contemporaneità.     A     questo     proposito la relazione di Sansone è stata estremamente chiara ed espli ­cita: tutti o quasi gli aspetti della civiltà italiana affrontati a suo tempo da D’Annunzio «sono ancora in atto, sono an ­cora contemporanei, si aprono ora, probabilmente, verso solu ­zioni radicali ». È questa la persistente contemporaneità dan ­nunziana pari alla sua ancora attuale pregnanza storica: don ­de l’ambiguità e problematicità critica della sua opera, ancora sospesa ad un odi et amo, che, ora come ora, ci pare addirittura irresolubile.

La     relazione     introduttiva     di Mario Sansone ha trovato piena riconferma     nelle     due     relazioni particolari che ad essa sono seguite,     quella     sulla     situazione della critica dannunziana dal ’63 ad oggi e quella su D’Annunzio e la vita politica italiana dal 1918 al 1936. Dalla prima (di G. Luti) è venuta la conferma che in questi ultimi anni la tendenza prevalente tra gli stu ­diosi di D’Annunzio (e soprat ­tutto tra quelli di orientamento strutturalista) è stata a un pa ­ziente lavoro filologico, a una ricostruzione delle varie com ­ponenti stilistiche, linguistiche, sintattiche, metriche dell’espe ­rienza dannunziana e â— per dirla con Contini â— a «esplicitare l’unità dannunziana ». Dalla relazione Luti si è però anche ricavata l’impressione che se questa strada è indub ­biamente fertile e giusta (i re ­centi studi del Mengaldo, di M. Guglielminetti e di A. Rossi so ­no a questo proposito significativi), essa è però anche assai lunga e difficilmente basterà da sola a rimuovere tutti gli osta ­coli che ancora impediscono una piena storicizzazione della figura e dell’opera di D’Annunzio. In particolare, difficilmente si potranno rimuovere que ­gli ostacoli che trovano la loro origine nella posizione e nel ­l’azione politiche del poeta.

Da qui la necessità di affron ­tare contemporaneamente an ­che il problema della «politi ­ca » dannunziana, allargando e portando innanzi il discorso su D’Annunzio e il fascismo av ­viato tanto proficuamente alcu ­ni anni or sono da Nino Valeri, ma poi rimasto interrotto e di portarlo avanti non solo in re ­lazione al «poeta-comandante » ma a tutto il movimento dan ­nunziano e affrontando la com ­plessa questione di come la cul ­tura più propriamente fascista si atteggiò di fronte alla conce ­zione della vita e all’arte di D’Annunzio. Che è stato, appunto, il tema della seconda relazione particolare della tavola rotonda di Gardone. Dire se lo sforzo di storicizzare gli aspetti principali del ­l’azione politica di D’Annunzio e del dannunzianesimo fatto con questa relazione sia riuscito non spetta certo all’autore di que ­ste righe che è stato anche l’au ­tore della relazione della quale si parla. E’ però un fatto che, grazie all’apporto di tutta una nuova documentazione solo da poco a disposizione degli stu ­diosi, i termini reali del rap ­porto D’Annunzio-fascismo ven ­gono ormai assumendo un vol ­to ben diverso da quello che anni di interessate strumentalizzazioni (sottili o grossolane a seconda delle necessità) e di accese polemiche hanno finito per accreditare. Sicché non è avventato affermare che il ri ­sultato più tangibile di questa tavola rotonda di Gardone sta proprio nell’aver sperimentato l’utilità che per gli studi dan ­nunziani possono avere una stretta collaborazione, un lavo ­ro in comune tra storici della letteratura, filologi, critici e sto ­rici politici.

La perdurante contempora ­neità di D’Annunzio è troppo legata al riverberarsi nella per ­sonalità e nell’opera del poeta di tutta una serie di aspetti della storia politica, sociale, morale del nostro tempo e, al tempo stesso, la sua «politica » è troppo impregnata della sua concezione della vita e dell’arte perché si possa praticare una distinzione netta tra il letterato e il politico e l’uomo d’azione. L’unico modo di uscire dalle secche dell’«ambiguità » di D’Annunzio è quello di una se ­rie di ricerche, parallele e col ­legate le une alle altre, che ci permettano di scoprire il vero volto di D’Annunzio e di capi ­re cosa veramente egli ha si ­gnificato per i suoi diretti con ­temporanei, esaltatori ed av ­versari.

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