[dal “Corriere della Sera”, giovedì 28 maggio 1970]
Questi due articoli apparvero in prossimità del centenario della morte del grande scrittore inglese Charles Dickens (7febbraio 1812 – 9 giugno 1870)
Uomo d’oggi
di Angus Wilson
Cent’anni fa, la morte di Dickens fu pianta da milioni di persone in tutto il mondo. Oggi egli è l’unico fra gli scrittori vittoriani, a conservare un vasto pubblico grazie alle versioni cinematografiche e televisi vive dei suoi romanzi. Ciò l’a vrebbe rallegrato â— il suo rapporto col pubblico fu certo molto migliore del suo rapporto con la società del tempo, con la moglie, i nove figli e l’amante â— ma non credo l’avrebbe sorpreso perché conosceva il proprio genio e c’era solo una punta di ironia quando si defiiniva il «Grande Inimi tabile ». Ciò che l’avrebbe sorpreso è che dopo decenni di scarsa attenzione i maggiori critici anglosassoni e stranieri lo considerino oggi il massimo genio creativo della sua epoca, un rivoluzionario e sottile poe ta in prosa e un penetrante osservatore della società industriale, talvolta confu so sulle risposte da dare ai nostri mali sociali ma capace come pochi altri di co gliere la crudele assurdità della condizione umana del Novecento. Che nel passato sia stato spesso negletto ci appare oggi una straordinaria miopia critica, specie considerando la varietà di grandi scrittori che ne subirono l’influsso â— da Dostoevskj a Tolstoj, Strindberg, Shaw, Proust, Joyce, Lawrence, Conrad, Kafka, Graham Greene e Evelyn Vaugh.
Il significato di Dickens per noi oggi sta in due aspetti della sua opera: la sperimentazione linguistica, provocata dal bisogno di espandere il linguaggio per esprimere ciò che aveva da dire e non dal desiderio di innovare fine a se stesso; e la commedia d’orrore, la nera assurdità con cui cer cò di risolvere, piangendo e ridendo al tempo stesso, la disperazione di fronte alla alienazione umana di Lon dra, il primo mostro indu striale dei tempi moderni, l’inferno proletario – indu striale rispetto al quale la Parigi di Balzac è un in ferno borghese-commerciale, come vide Dostoevskj nel 1862. La grandezza lingui stica di Dickens e la sua straordinaria analisi della condizione sociale dell’uomo sono ovviamente tutt’uno: e questo è il suo retaggio per noi (per il suo secolo inven tò il simbolo borghese del Natale e il personaggio nar rativo del bambino).
La sua originalità lingui stica ha interessanti radici. Conosceva bene la prosa settecentesca corrente al suo tempo ma, da autodi datta qual era, le sue let ture affondavano le radici nella bellissima Versione Autorizzata della Bibbia, in Shakespeare (che egli cita con più libertà di ogni al tro scrittore inglese), nel dramma violento ed esacer bato dei giacobini (Webster e Ben Jonson), nelle fiabe e soprattutto nelle Mille e una notte. E’ da queste fon ti primitive che deriva la straordinaria poesia della sua prosa. Si veda questo passo, che descrive la gran de casa vuota di Mr. Dombey: «All’interno le tende, pesantemente abbassate, perdevano le antiche pieghe e la forma, simili a ingom branti sudari. Gli specchi erano come offuscati dal l’alito del tempo. Sbiadiva no i disegni dei tappeti, di venendo come insignificanti episodi dell’anno scorso. Le assi, sobbalzando sotto pas si inusitati, scricchiolavano e fremevano. Le chiavi ar rugginivano nelle toppe e gli orologi non segnavano mai l’ora, o se per caso erano stati caricati, segnavano l’o ra sbagliata e battevano ore arcane inesistenti sul qua drante ». Ogni cosa inani mata ha qui un suo ruolo attivo, vivente. Dickens ci fa fare un bel passo avanti dal mondo della « Bella Ad dormentata » all’espressio nismo, al mondo di lonesco.
O si ascolti ancora l’af fannoso monologo di Flora Finching, un assurdo col lage delle banalità roman tiche sull’Italia: « E’ pro prio in Italia, uva a fichi crescono dappertutto e col lane di lava e braccialetti quella terra della poesia dalle montagne ardenti in credibilmente pittoresca e se i suonatori d’organetto se ne vengono via per non farsi bruciare non c’è da meravigliarsi giovani come sono con i loro topini bian chi così umani, è davvero in quella terra favorita cir condata d’azzurro e gladia tori morenti e Belvederi… » (con quel che segue). Sia mo nel mondo dei monolo ghi di Mollie Bloom, o del la Winnie di Beckett, con il contrappeso del teatro del la banalità di Pinter. La poesia del ricordo di Proust viene da David Copperfield, e la prosa, paranoica dì Kafka dalle scene dell’Uffi cio delle Circomlocuzioni di La piccola Dorrit. Questo per il linguaggio.
Ma il mezzo è il messag gio, e ciò che dice Dickens parla alla nostra epoca quanto il modo in cui lo dice. Qui più di ogni altro autore egli si avvicina a Dostoevskj â— scrutarono entrambi nel profondo, ma interpretarono confusamen te. Dickens proveniva dalla stessa frangia piccolo-borghese del padre di Dostoev skj, era come Dostoevskj ossessionato dalle prigioni e dall’assassinio, sondò la terribile brutalità della so cietà urbana. Entrambi co noscevano la disperazione del borghese pretenzioso ca duto nell’abisso della pover tà, creando da tutto questo grandi mostri perduti, iso lati, goffi e chiacchieroni come Mr. Micawber e Mr. Dorrit, ovvero Marmeladov e il generale Ivolgin. Sape vano entrambi come gli umiliati ed offesi di questo mondo nutrissero i loro ran cori fino ad essere avvele nati dall’odio, disperavano entrambi dell’autorità e del le riforme, pur rifuggendo dallo scatenare il sottobosco brutalizzato dei poveri che sostenevano per paura della violenza di massa. Propose ro entrambi un’idiozia divi na o una Maddalena penti ta per sciogliere il cuore indurito della nuova società industriale, sapendo bene entrambi che il divino idio ta doveva essere comico ol tre che buono (Myshkin e il Joe di Grandi speranze).
Eppure entrambi, io cre do, dubitavano seriamente che una semplice risposta cristiana bastasse a guari re la malattia diagnostica ta. Si rifugiarono entrambi nell’arte dell’assurdo, giac ché Dostoevskj è stato certamente sottovalutato come artista comico quanto Di ckens lo è stato come tragico indagatore del cuore uma no. I mali da essi diagnosti cati sono i nostri, il loro disperato dilemma su ciò che è la società e sul ti more di ciò che può provo care il suo rovesciamento, è il nostro; l’esplosione di violenta assurdità è anche per noi l’ultima risorsa quando il dilemma si fa troppo disperato. Linguag gio e situazioni in Charles Dickens hanno profonda at tinenza con le nostre stesse ansietà.
Selva di eroi
di Sergio Perosa
La morte di Dickens a cinquantotto anni, il 9 giugno 1870, parve affrettata dall’e norme dispendio di energie fisiche, emotive e nervose pro fuse nelle letture pubbliche dei suoi romanzi, a cui s’era abbandonato per celebrare il rito dell’incontro diretto col pubblico ed esorcizzare i mo stri della disillusione e del dissidio interiore. L’esuberan za corrosa dal tarlo della mor te: la sua fine parve a Ed mund Wilson (a cui è dovuta la rivalutazione novecentesca di Dickens) quasi una resa dinanzi all’inconciliabile duali smo fra accettazione e ribel lione, giovialità e senso del male, fede nella bontà del cuore e impotente percezione delle orribili condizioni sociali del tempo. L’accentuarsi del dissidio serve a tracciare una convincente parabola della sua vicenda di uomo e di scrittore: ma il dualismo è solo uno degli elementi di cui si componeva la vulcanica personalità di Dickens e l’e strema varietà della sua opera.
Come Shakespeare, con cui ebbe in comune il senso dram matico, Dickens è scrittore versatile e proteiforme, capa ce delle più goffe cadute nel ridicolo e nell’eccesso, e delle riuscite più sorprendenti in condizioni impossibili. Non te meva il rischio, la sfida e l’e saltazione dell’eccesso. Uomo prorompente e dilagante, do tato di forti spiriti animali che traspone direttamente nel coacervo dell’opera, segnato da un’infanzia di crude espe rienze e da una maturità di lancinanti conflitti â— di cui i contemporanei non seppero nulla, fissandolo nella ma schera del « grande intratte nitore » â— più che di roman zi Dickens è autore di un mondo narrativo vasto e ab norme, di una sterminata fo resta di personaggi, trame e luoghi che abbisogna di map pe, guide toponomastiche, di zionari e manuali per dipa narne l’intrico. Una galassia narrativa, che si espande a spirale, perdendo senza risen tirne sfilacci di stelle e za vorra, crescendo del proprio moto: e non s’è ancora riu sciti a sondarla.
Aveva iniziato nel 1836 con gli schizzi di vita londinese, ap prodando quasi per caso alla stesura del Circolo Pickwick, il libro che ne consacrava il successo precoce, grazie alla struttura episodica, aneddoti ca, settecentesca in cui si ri flette panoramicamente la vi ta inglese del tempo, vivifica ta da uno schietto umorismo ma già venata di amarezza. Nasceva qui il Dickens gio viale, che però passava subi to, con Oliver Twist, all’e splorazione del mondo dere litto dell’infanzia su uno sfon do di cupe avventure e atmo sfere d’incubo e di terrore: ecco il Dickens « sinistro », teatrale e melodrammatico, contemporaneamente affasci nato dal macabro, dal sadico e dagli abissi di patetismo, come in Nicholas Nickleby, nella Bottega dell’antiquario e nei famigerati « libri di Na tale ». Portato naturalmente all’esasperazione della carica tura e alle trame posticce e sensazionali richieste dalla pubblicazione a puntate, inon dava il mercato dei periodici: al di là dell’Atlantico folle si accalcavano sui moli per at tendere l’arrivo delle nuove puntate, dovunque il nuovo pubblico di lettori borghesi gioiva e piangeva con i suoi eroi e le sue eroine. E Dickens stava fin troppo al gioco.
Con occasionali ambienta zioni in America (Martin Chuzzlewit) e sortite nel cam po del romanzo storico (Barnaby Rudge e Le due città », si avvicinava però ai roman zi della maturità in cui, scio gliendosi dalle avventure in dividuali di fanciulli perse guitati da mostri di crudeltà o dalla delineazione di tipi e ambienti caricaturali, si apri va all’analisi sempre più ar ticolata e complessa delle terribili condizioni umane e sociali determinate dalla rivo luzione industriale. Sono i ro manzi oggi « privilegiati », da Dombey & Figlio, che affron ta le conseguenze familiari dello spirito commerciale, a Casa desolata, con il suo ter ribile quadro realistico-simbolico di Londra, a Tempi dif ficili, sulle deformazioni urnane e sociali indotte dall’industrialesimo.
Umorismo, caricatura e satira sono qui valvole di sca rico per l’ira impotente, per una visione sempre più oscu rata del mondo. David Cop perfield poteva rappresenta re un’evasione nel mondo dol ce-amaro dell’infanzia; in La piccola Dorrit e Grandi spe ranze (forse il più maturo dei romanzi di Dickens, nono stante l’appiccicaticcio lieto fine a cui non seppe rinun ciare) le deformazioni psico logiche si mescolano alle di storsioni sociali, la « tenebra impregna l’animo dei perso naggi », secondo la frase di Edmund Wilson. Il cumulo di immondizie diviene simbolo centrale del Nostro comune amico, nell’incompiuto Edwin Drood prende il sopravvento il mistero e la morte, il dua lismo incapace di soluzione.
Come non si compone il dualismo, non esiste formula che abbracci Dickens. C’è il « Signor Sentimento Popola re » di Trollope accanto al tormentatore di se stesso di E. Wilson; lo scrittore « ne ro » che soffre di allucinazio ni sentimentali (come ha det to G. Manganelli) e quello vi sceralmente autobiografico; il magistrale creatore di perso naggi, atmosfere e scene di vita vissuta accanto al mani polatore di trame e all’intrat tenitore di superficie. Reali sta e visionario a un tempo, non ha senso dell’architettura narrativa, della misura o del lo stile raffinato, ma crea af fascinanti coacervi narrativi, un universo di figure, ambien ti e cose; sopperisce con la vitalità e la ricchezza emoti va. Ride e deforma per sop portare, incontra a mezza strada il pubblico borghese ma lascia una terribile imma gine di quel mondo. Protago nista e forse vittima del com promesso vittoriano, di un’e poca che ammanta di ottimi smo i lancinanti conflitti e il male che nutre in seno quan do riesce a scorgerlo, potrem mo definire storicamente Dickens il vittoriano che più di ogni altro seppe vedere angosciato ciò che celava â— e teneva in serbo per noi â— il mondo degli « altri vitto riani ».