di Giovanni Arpino
[da “La fiera letteraria”, numero 1, giovedì, 4 gennaio 1968]
Ore 20,30. C’è nebbia, stasera, e To rino riposa sciogliendo i muscoli dopo le contrazioni del Salone dell’Auto- mobile. Un Salone, una manifestazio ne che il torinese autentico detesta, perché gli ingolfa i caffè, gli sconvol ge i luoghi di sosta per la macchina, rende isterici i camerieri dei risto ranti, spacca le geometrie abituali, brutalizza la proverbiale gentilezza dei bottegai. Ora, finalmente, il tori nese può tornarsene lemme lemme a uscire in pace. E anch’io. Mi dirigo verso il centro tagliando obliquamen te i viali anneriti da un sonno fulig ginoso, e sono pronto al dribbling. Pri ma di raggiungere piazza San Carlo e i quieti amici al caffè, so di dover dribblare tre capelloni con velleità sindacali, due intellettuali di sinistra che tendono agguati dietro un plata no, un neo-kennediano isolato, un let terato impegnatissimo nel disimpe gno, un post-avanguardista incerto sul proprio destino, ovverossia di sotto messo all’Einaudi o alla Fiat o a tut ti e due.
Ore 21. Finalmente nell’oasi lumi nosa del caffè. Un’oasi pacifica, luci da, pulita, dove si legano i minuti at traverso parole semplici. Forse un poker, stasera, forse un film. Nessuno comunque che si azzardi a impiantare discussioni su teatro, politica. Nean che sul calcio. La crisi juventina fa appena sorridere i veri competenti. E allora: un caffè, magari corretto lat te, e un fernet alla menta. Ordinarlo col ghiaccio, così il cameriere compli ce potrà versarvelo in un bicchiere più grande, non in un affarino che ne terrebbe appena un mezzo cucchiaio. Si sta comodi, la saletta è tiepida, fuori piazza San Carlo è un pozzo di cui si conoscono tutte le ombre, i muschi, le particelle più occulte. Si volta e si rivolta il giornale della se ra per ritrovarsi immancabilmente sul la stessa pagina, anzi la stessa colonna, quella degli spettacoli. Western, spio naggio, poliziesco o commedia all’ame ricana? Non c’è fretta. Al lunedì se ra, Torino è vuota. Tranne alcuni aspiranti intellettuali di sinistra che si aggirano come lupi cacciati a valle dalle nevi, i torinesi austeri, siano av vocati o commendatori od operai, vanno a letto presto.
Lunedì â— come si dice â— delle ce neri, da versare per penitenza sulle follie piccolo-borghesi della trascorsa domenica. Rarissimi i ristoranti aper ti, dissanguati caffè e caffeucci, nelle platee cinematografiche i peccatori presenti si contano sulle dita lancian dosi occhiate di sbieco. Anche i tram, in sere come queste, limitano le ulti me corse, anche chi ti vende la prima copia del giornale notturno ti guarda in cagnesco, prendendoti per un pec catore. E sbaglia. Perché di peccatori, a Torino, da vari anni ce ne sono solo quattordici. Peccatori nel senso di nottambuli, beninteso. Sono quelli che frequentano ancora i cosiddetti tabarini, che qui non ci si sogna di chia mare night-clubs. Vagano con un whi sky in mano da un tabarin all’altro, sapendo tutto di quel piccolissimo mondo, conoscendo tassisti, lenoni, questurini, ballerine, camerieri e qua le qualità di risotto scegliere se notte tempo si prova appetito, quello spe ciale appetito tabarinesco che al not tambulo-peccatore, sia questi il nu mero uno o il numero quattordici, sventola come insegna di godimento proibito.
Ore 22. Tra pochi minuti comince rà l’ultimo spettacolo cinematografico, quindi bisogna decidersi. Per il poker, manca il fatale « quarto ». O meglio, circolano ancora alcuni « quarti » di sponibili, ma indebitati, pronti all’as segno postdatato, e quindi tollerabili solo al caffè.
« Queste cose a Milano non succe dono » si sente ripetere per la milio nesima volta,. Già. Torino guarda a Milano come un paesetto delle alte valli di Cuneo guarda a Torino. Con invidia, orgoglio, mestizia, rassegna zione, pudore, e un’improvvisa suffi cienza aristocratica che non molla.
Si dice anche: « Sai quando va su la Borsa? Quando vince l’Inter. Se l’Inter vince allora i milanesi com prano da matto. E sai quando com prano, anche? Quando sulle vignette del Giorno Arcibaldo la spunta su Pe tronilla. Beh, non crederci, vuol dire che non conosci di che terra son fat ti i milanesi… ».
Questo tipo di torinese giudicante è un utopista che neppure il più cal lido napoletano riuscirebbe a imitare.
Giudica le cose italiane, gli «affari », da una piega della bocca di Fanfani visto alla televisione, da come si ac cendono o si spengono certe insegne al neon, da quante buche e rappezzi si possono contare sui centoventisei chilometri d’autostrada che dividono le due capitali del settentrione. La ve na di follia che percorre austeri e ot timi cervelli torinesi è un sentiero insidioso non tanto per gli altri, quan to nei confronti di se stesso. Non per nulla diecine di proverbi piemontesi riguardano i matti, visti con tanto di credito. Il migliore, settecentesco, suo na: « Ne sa più un matto a casa sua, che un saggio in casa altrui ».
Ore 22,30. Perso il film.. Immedia tamente recriminazioni tra gli amici, che ora vorrebbero essersi decisi pri ma e trovarsi là, seduti al buio e co munque collocati per un paio d’ore. Che fare? Uno dei quattordici nottam buli ci guarda con aria soddisfatta. A lui basta aspettare ancora un’oretta, poi si sistemerà al banco del suo tabarin, e via col divertimento. Per reagire, si torna a parlar di calcio, di debiti, di giacche su misura. Bar zellette non ce ne sono più, di auto ci si è stufati, rimangono i favolosi racconti sul tizio o sul caio che rovi natisi a Sanremo o Saint Vincent ades so sgavazzano in Venezuela, chi con una terza, chi con una quarta moglie. Passa un primo brivido per il caffè semideserto, e c’è chi reagisce, si al za, confabula con una commessa, sog guarda, ingrugnisce, studia, e final mente riesce a trovare un marron gla cé come si deve.
Ore 23. La serata è persa. Ci si guar da negli occhi, sapendoci sazi, smarri ti, senza risorse. Tutti con le loro bel le cravatte, la piega al Pantalone co me Gastone, tutti nutriti, e privi di un immediato avvenire. Le proposte cadono nel vuoto. C’è sempre l’ignaro velleitario che vorrebbe provare quel la tal sala di bowling in periferia, c’è il talaltro che conosce per sentito di re una cantina dove si balla, si suo na, si mangiano acciughe al vérde. Ma gli altri scuotono la testa. Sono posti da ultimi capelloni rimasti, po sti da neo-avanguardisti che dopo aver amato i sindacati e l’impegno, oggi lottano assiduamente con la coscienza per essere intellettuali di sinistra, sì, ma con qualcosa di differente, di pre ziosamente nuovo… Pare che queste crisi di crescenza si medichino molto bene con un po’ di musica e un po’ di acciughe al verde. Ricetta torinese, garantita.
C’è anche â— l’immondo! â— chi pro pone un teatrino. Dove, nella platea che è poi anche un corridoietto, tutt’alpiù si trova seduta la zia di uno degli attori, venuta apposta da Casta gnole Monferrato e subito travolta dal la città tentacolare.
Inutile. Più bello rassegnarsi, tra un milione e centomila torinesi che dor mono e che domani scriveranno a Specchio dei tempi contro la moto retta indugiante per il viale deserto alle undici di sera.
Ore 23.30. Nella saletta del caffè c’è uno specchio, vasto nella cornice di gesso dorato. Ogni tanto si tira su il muso a fissarlo, perché lo specchio potrebbe sempre riflettere l’immagine di un nuovo venuto, appena varca la porta del caffè. Ma no, niente, l’im prevedibile non ci spetta, e adesso ol tre al film rimpiangiamo il poker ri masto sospeso. Improvvisamente, uno del gruppo si alza, rompe gli indugi, sfoglia il taccuino, telefona. Ha ricor dato un’amica turca, turca vera, cono sciuta due giorni prima. Confabula a lungo al telefono, la turca dormiva, poi non lo riconosceva, poi ha fìnto di riconoscerlo, poi ha rifiutato di passa re la sera con lui. L’amico torna a se dersi, offeso. Dopotutto, quella tipa aveva bevuto il « suo » champagne. Ma va a sapere cos’hanno in testa le turche…
Subito inizia una discussione, più o meno dotta e documentata, su donne di quel genere. La parola che ricorre più spesso è « loffie ». Cioè: svuotate, balorde allo stato puro, non perché imbroglione, ma perché prive di sa pore. Un bicchier d’acqua tiepida. Ma anche questo argomento cade, men tre il cameriere passa con aria an noiata, forse aspettando una seconda ordinazione, che potrebbe suonare fer net, camomilla, acqua brillante, digerseltz, raramente whisky. Una lista dello specchio sospeso rimanda l’im magine della piazza oltre i vetri, in clinata e buia, con file di auto immo bili, e il cavallo del monumento, cie co di nebbia.
Ore 24. Sarebbe meglio alzarsi, tor nare a casa, ma chi ce la fa? Le pol trone dei caffè sanno come aumentare la pigrizia degli arti, come intorpidire i ginocchi, le spalle. Ti ricevono in una cuccia, poi diventano restie a la sciarti, come letti d’ospedale. Ormai nuotiamo tra vane parole, preordinan do illogicamente sul prossimo sabato, il prossimo lunedì… E c’è chi si inal bera affermando che mai più, mai e poi mai, si lascerà ancora incastrare, tra un mese, dai soliti fine d’anno. Stavolta, quest’anno… Ebbene, cosa? Quant’è vero Iddio parto. Saint Vin cent, Nizza, insomma posti così. Sta volta proprio non mi vedrete… La minaccia è subita dagli altri con musi di marmo. Ah, parti? Ma bene, ma bra vo… E reagiscono costruendo menu complicati, per pranzi che cominceran no alle dieci di sera e termineranno alle sei del mattino. Quello che ha de ciso di partire s’offende, non parteci pa a tanta elaborazione, apre appena un angolo della bocca, alla fine, per ricordare cosa successe, due anni fa: al cinema di mezzanotte, con un film a sorpresa, cioè non annunciato, e che si rivelò la solita scemenza…
M’accorgo del mio orrore, e sento che avrei bisogno, per un paio di mi nuti, della presenza di un post-avan guardista o di un intellettuale di sini stra. Riuscirei a vaccinarmi ancora per un paio d’ore. Ma dove scovarli? Dove attaccarli? In questo momento saranno in qualche « piola » o magari in un lussuoso appartamento a bere vini con aria di intenditori, sghignaz zando su Marcuse, o Lacan, o Mac Luhan, o Foucault. Loro, sanno sem pre come divertirsi, come sghignazza re. Non si sentono mai traditi dalla Storia, e nemmeno bastonati. Per loro va tutto bene. Anche la morte di Guevara. Era scontata, anzi favorirà que sto e quell’altro. Comunque se ne può fare un manifesto da attaccare ai mu ri, accanto a quello dei Beatles.
Ore 24,30. Bisogna cominciare una lunga geremiade, tutta una serie di genuflessioni, di inchini, di omaggi, di grazie e prego, per respingere le of ferte di auto. Perché tutti sono pronti ad accompagnare a casa me, l’unico amico pedone. Hanno le chiavi in ma no, e affettuosamente, sinceramente, non capiscono questo mio vizio di senza-macchina. Me lo perdonano, però non lo capiranno mai. In fondo, è l’unica vera differenza che corre tra noi. E così rimango solo, su e giù per i portici, vuoti e sonori come una tomba egizia, grondanti di vetrine me ravigliose, dove gli abiti da sera, le scarpe lucide, i cappelli di vicuna, le giubbe imbottite di pelliccia urlano il nostro benessere, e sottolineano quanto possa riuscir comoda, felpata, morbida, la nostra vanità. Per via Ro ma, negli intervalli dei semafori, di stanti cinquanta metri l’uno dall’al tro, tentano i duecento all’ora le auto di chi, come me, è restato ignavo al caffè dalle nove a mezzanotte. Terza e quarta, senti la ripresa, visto come risponde? Cinquanta metri brucianti, poi stridìo davanti al semaforo. Fin ché alle spalle di Porta Nuova si apri rà un viale deserto e allora si potrà correre e provare le frizioni non per cinquanta, ma addirittura per due cento metri…
Qualche nottambulo esita ancora sot to i portici, forse anche lui in atte sa della prima copia del giornale, che arriverà grazie a un ciclista nero co me il fumo. Quando apparirà il cicli sta, subito dai portici metteranno fuo ri le teste strani personaggi rimasti occulti fino a quel momento. Di solito, non si ritira il resto delle cento lire e i « grazie » sussurrati dal ciclista suoneranno nella nebbia come una giaculatoria.
Per adesso, non rimane che studia re bene le vetrine, sempre scarpe, giubbe imbottite pellicce, sempre marche di whisky, di champagne, l’itinerario di una felicità gastronomi ca ed elettrodomestica che ti porge le sue poppe grasse, i suoi fianchi umi di e odorosi, la sua lingua brillante, agile.
Ma: dove sei Einaudi? Dov’è lei, Av vocato? Dove siete, voi, Torinesi? Cam mino per la vostra città, sempre più vostra, sempre meno mia. Quella che è mia è diventata un nocciolo, un os so chiuso nel cuore del mio cuore. Ma questa, che è Vostra, cos’è, se io vi passeggio dentro come farei a Istambul? Ditemi dove siete, o Grandi Fra telli…
Ore 1. Tra poco arriverà il giorna le e così sarò già nel domani. Porta Nuova è diventata una schiuma di umanità sotterranea. Squallidi lenoni ruotano sulle loro « 850 », fischia un treno chissà dove, a una tavola calda c’è un tipo che si ingozza di spaghet ti, appollaiato sullo sgabello, la vali gia tra le ginocchia.
Mi detesto. Perché vorrei essere ad dormentato, in modo da potermi sve gliare un po’ meno vagotonico domat tina, e mi detesto perché non mi pia ce trovarmi in giro solo. Come sem pre, pagherei una cifra per farmi una risata. Ma dove, e grazie a chi? E tut tavia so che anche questa accidia è buona, produce pensieri, oppure sot terra i pensieri inutili e bavosi.
Insomma, aspetto il giornale. Le ul time sigarette si accendono da sole, amarissime. Forse mangerei anch’io un piatto di spaghetti. Ingozzarsi, ma sì. E invece non mi muovo da questo angolo di portico, laggiù nei giardini stanno volando schiaffoni tra due vec chie prostitute, già una « 850 » ha fre nato ai bordi del cespuglio.
E, finalmente, il giornale che ti ri mette in sesto, ti dà spinta dorsale, e tutti quei pochi, o lenoni, o nottam buli, o tranvieri in sosta davanti al loro tabernacolo, chinano la faccia sul foglio, voltano perché in prima pagi na c’è solo Moro, si rifugiano in quel la fetta di sport astratto che è la cro naca spettegolata e falsa e rumorosa di un lunedì qualunque, quando or mai si è visto, discusso, giudicato fino alla nausea di Inter e Juventus, e l’uni ca cosa di cui non ci si ricorda bene è se quel centravanti atalantino è an cora in testa alla classifica dei canno nieri o no.
Ore 1,30. Riprendo il viale, ora la nebbia si è rappresa intorno alle chio me degli ippocastani, non spogli del tutto, e vi costruisce sagome spesse, fittamente contorte. Alcune insegne mastodontiche, perse ai margini del la città, dicono Fiat. Dal mio viale non le leggo, ma vedo il fumo rosato che spargono in cielo, macchie di un rosa che si attenua, si muove, sem bra disfarsi e invece resiste.
Quanti amici morti. Spazzapan, Mi no Rosso, Velso Mucci, Beppe Fenoglio… Morti col Torino nel cranio o ai margini di mille pensieri stipati. Li ricordo con rimpianto, con pena, ma anche con allegria, perché non erano intellettuali, erano gente rissosa, mangiona, pigra, accanita, che intorno al proprio talento, per tenerselo isolato e in salvo, aveva naturalmente eretto le trincee del cibo, degli intrighi amo rosi, del denaro, delle amicizie ignare.
So che Torino li ha immolati, per dirgli un gelido grazie subito dietro i funerali e stop. Lasciandoli perdere. Ma anche lasciandoli vivere, prima, com’era necessario a lei, città, e a lo ro, uomini in questa città.
E svicolo, a viale finito. Magari die tro qualche ippocastano un neo-kennediano solitario ancora rimuove in testa le sue mappe, via via convergen do verso un ex-disimpegnato a sua volta reduce da spunti avanguardistici in poesia e romanzo e ora nuova mente attratto da un lume a sinistra.
Infilo la chiave nel portone, a que st’ora ho sempre paura che la porti naia mi scopra. Non è « decente » rien trare così tardi, non è « perbene ». Mi ca ho qualcuno all’ospedale, pense rebbe, o almeno io temo che possa pensare…
Nelle luci dell’ascensore con volut tà spiego il giornale e vedo anch’io che sì, il giovane centravanti atalanti no è riuscito anche per questa setti mana a mantenersi in testa alla clas sifica dei cannonieri. Meno male. An che per stanotte, posso dormire tranquillo.