di Giovanni Arpino
[da “La fiera letteraria”, numero 51, giovedì, 21 dicembre 1967]
Ore 20. E’ ormai notte fonda, con globi asimme trici di nebbia appesi ai lampioni della luce, il piaz zale antistante la stazione Nord è percorso da schiume e rivoli di gente che corre ai treni per Va rese, Como, le buie province sprofondate alle spalle di Milano. Catarrose le voci degli strilloni dei gior nali, e sotto un ombrellone dai lividi spicchi colora ti, alla luce di una lampada a petrolio, un tizio in cappotto ma con mezzemaniche bianche spiega al tavolo davanti a tre soldati e pochi distratti ritar datari come funziona un tritatutto per le verdure. Fettine di carote, patate, riccioli di insalata giaccio no sul tavolo, residui di operazioni già morte. Il mezzemaniche ricomincia la sua giaculatoria, sedu ta su una cassa lo sorveglia e aspetta la moglie, in vecchio cappotto rosso. Già si sono sciolte le rissose colonne d’auto, Milano cala nella nera caligine im preziosita da gigantesche insegne al neon, sono aperti sei o sette teatri, un centinaio e più di cine ma, non si sa quanti cabaret, night-club, whisky a gogo, locali beat ed ex-beat. In cinque o sei librerie annunciano dibattiti, al planetario si possono vede re le stelle e seguire dotte spiegazioni, al fondo dei giardini pubblici muggiscono sorde le foche. Alle tre di notte si potrà ancora mangiare abbastanza decentemente in qualche locale pulito. Ma per Fin- tanto: che fare?
Ore 20,30. Il metrò è piccolo, bello, un giocattolo di lusso, che sembra favorire partenze per chissà dove e chissà quali godimenti. Invece si arriva su bito in altri spiazzi acciecati da neon, su altri mar ciapiedi unti di nebbia. E’ proibito fotografarlo, il metrò, tenuto sotto sorveglianza da circuiti tele visivi, guardie, sentinelle, molto più di un « Sa turno » a Capo Kennedy. Se una troupe televi siva vuole filmarvi qualcosa, deve precisare i centimetri che intende inquadrare, e si muoverà sempre sotto l’occhiuta attenzione dei poliziotti. Se un utente qualsiasi, con macchina fotografica, si azzar dasse a scattare un’immagine qualunque, subito do vrà consegnare la pellicola, chiedere scusa, pro mettere di non farlo mai più. Quelle trappolette di latta in cui infili il biglietto per accedere al trenino sono tenute sotto segreto come un supernuovissimo armamentario di James Bond.
Ore 21. Evitate le trattorie dove sarebbe impossi bile sedersi senza sbattere il muso in intellettuali, romanzieri, critici, pittori, poeti, più o meno festosi solo quando ti incontrano, tantovale mangiare qual cosa in piedi al bar, in attesa del film. I bar del cen tro cambiano faccia, in queste ore. Di giorno, sono attraversati dal via vai di commesse, impiegate, che mangiano risotti riscaldati o tramezzini alla ve neziana. Hanno povere facce foruncolose, le sot tovesti che sfuggono dal grembiule e dall’imper meabile, si muovono a gruppi ostentando stivaloni rossi, gialli, travolte da rigidi orari. Ma a sera tor nano le vecchie. Dicono che a Milano non si vedo no quasi persone anziane e ormai ai margini del « lavurà ». Invece gremiscono i caffè, fioriti di cap pellini incredibili, accompagnate da figlie inzitellite, leggono qualche giornale, scambiano chiacchiere frenetiche al di sopra di collane finte, ostentando denti d’oro, rughe, mani venose cariche di anelli. E i vecchi? O fanno due passi in Galleria, o si rasse gnano alle loro vetuste consorti, o li vedi al riparo dietro i vetri della Stipel, sempre in Galleria. Lì, al caldo, mentre gli altri telefonano, loro si scambiano incredibili opinioni politiche, parlano di com’era meglio quand’era peggio, sbadigliano, scrutano gli orologi, accennano a motivi della Traviata e dell’Otello.
Ore 21,30. Un panino mi può bastare e forse avanza. In questi grandi caffè (che dopo una certa ora chiudono il « reparto seduti », forse perché la tradizione milanese vuole tutti in piedi e per sem pre…) puoi mangiare salame, acciughe, gelati, babà, agnolotti nel piattino di carta, Ciò che vuoi. E tutto ha identico gusto, tanto che è non solo possibile ma normale prendere il panino con l’insalata e l’arro sto assieme al brodo. Un caffè, dopo, cancellerà ogni cosa disciogliendo l’affanno del piloro. Un pa nino mi basta, dunque, anche perché stamattina ho mangiato con Dario Fo, seduti a tavola a ora tarda in trattoria e abbiamo addirittura finito con due Grand Marnier. Dario Fo ha mimato alcune vecchie scene della commedia dell’arte, oscenissime e quindi purtroppo improponibili all’Italia pappagonica attuale. Arte gestuale pura, che una volta correva da Napoli, dalla Brianza, fino a Varsavia, e che ora se ne sta chiusa negli archivi. Con passio ne, modestia, genio vero, Dario Fo si commuove a rispolverare queste cose che nessuno conosce. Di qui il prolungamento amichevole fino al secondo Gran Marnier. Purtroppo mancava Gianni Brera.
Se non altro, stamattina, non ho avuto una delle solite maledette « colazioni d’affari », cioè quei modi feroci di stare a tavola a parlare di libri, o di articoli, 0 di sciocchezze commesse dal tale o dal talaltro, mentre ci si ingozza di carne ai ferri e 0P- talidon. Perché l’autentica « colazione d’affari », al l’americana, prescrive menu rigidi, caos di parole, almeno due cachet, e poi qualcuno si ficca in tasca il conto per dirottarlo sull’azienda. Da simili cola zioni si esce stremati, incapaci di condurre un serio pomeriggio di lavoro. Però non le si può sbeffeg giare troppo, queste « colazioni ». Ci rimetteresti in modernità. E per me, che già vengo accusato di non possedere telefono, sarebbe grave.
Ore 22. Sotto i portici di corso Vittorio il passeg gio è fitto, nervoso. Sono gli unici cinquecento me tri milanesi dove è possibile muoversi al riparo, dove c’è un libraio e un giornalaio aperti, dove si addensano le bocche dei cinema. La gente fa ressa davanti ai negozi di abiti. C’è di tutto, cravatte in credibili, vernice dovunque, per la cintura, il cap pello, le fibbie, le borse, l’impermeabile. Le donne, che di giorno non hanno potuto godersi le vetrine per colpa del lavoro d’ufficio, si fanno largo a gomi tate per lanciare uno sguardo, per poter giudicare con una smorfia, un sospiro. Milano è calda di que ste cose. E io, che comprerei sempre tutto, gioco a perdere tempo, a precipitarmi da un negozio all’al tro, a chinarmi fino a scrutare tra le maglie d’infer riata.
Tra la gente, qua e là, sostano prostitute. Viste da anni sempre agli stessi posti, esattamente lo stesso tacco sulla stessa mattonella. Consunte, ri tinte, confuse anch’esse dalla moda attuale, per cui non sanno più se imitare la tradizionale bellona bo lognese o la Francoise Hardy. Alcune immobili, con sguardi vuoti, musi rincagnati, alcune invece che fingono una passeggiata veloce da un angolo al l’altro, come fossero donne rese nervose da un mancato appuntamento.
Ore 22,30. Oh, finalmente, sdraiarsi, con la modica spesa di millecinquecento-milleottocento lire, nella poltrona del cinema e leggere lettera per lettera la pubblicità di un aperitivo, che conforto… Poi un do cumentario, ovviamente idiota, poi il cinegiornale gremito di pubblicità, frigoriferi, tessuti, utensili vari benedetti dal sorriso melenso di un sottosegre tario o addirittura di un ministro. Ed ecco il film, nientemeno che con Sofia Loren. Favola per adulti. Mica male. Divertente, anche se non spinto a fon do. Ma Sofia Loren… Ecco una donna inimmagina bile nel clima lombardo, che non dà clangorosi po modori, ma sobrie cimerape, e radicchi sottili, sur reali, amari. La gente guarda a Sofia Loren come a un’apparizione del Tintoretto, come a una marzia na gravida di latte, saggezza, desideri primordiali, superfluità fisiche. Non ha più età, Sofia Loren, an che lei.
Nel film ha a che fare con un certo principe, che mi pare un bassotto tenuto su dai tacchi. Ma forse sbaglio, o è colpa dell’imponenza di Sofia. E poi il Sud fa troppo Spagna, o viceversa. E senza tori, il che è grave, per me. Già uscirei per raggiungere un altro cinema, dove forse il film è appena comin ciato. Mi è successo più di una volta, soprattutto dopo film cosiddetti impegnati. Al termine del film impegnato, come un assetato nel deserto mi preci pitavo sul primo giallo di spionaggio vicino, per ri farmi la bocca, gli occhi, per ripulirmi la testa e si stemare le cose. Sempre vergognandomi di essere così, ma non potendo resistere alla spinta.
Ore 24. Sgoccioliamo fuori del cinema con rasse gnazione soddisfatta. E adesso? C’è la tale trattoria, il tal ristorante, ancora un libraio aperto… Un tassì, subito, perché è giovedì, meglio arrivare di corsa da Gianni Brera. Fulminiamo per viali deser ti, su e giù per cavalcavia che di giorno bollono di auto ma ora sono vuoti e poggiano pateticamente le loro immense curve nella nebbia.
Ed ecco Brera, gli amici, già impegnati a sette e mezzo sul tavolo del ristorante, in un tripudio di briciole, di bottiglie piene e vuote, di noci, noccioli ne americane, monete da cento necessarie al gioco. Vengo accolto come un figliol prodigo, a cui si può voler bene ma che è in torto per troppe assenze. Ecco le mie carte, il mio bicchiere, la mia sedia, un abbraccio, un altro. Cos’è questo? Barbaresco del ’64. E quello? Borgogna. E quell’altro? Già, cos’era quell’altro? Rifiuto cibi, e perdo immediatamente le prime cento lire a sette e mezzo.
Brera, trincerato dietro la pipa, col volto liscio di bambino, guarda, morde una battuta, stringe o spa lanca gli occhi chiari. Non si diverte, lui, lo so, o forse anche, ma nel buio di una sua profonda ras segnazione umana, che esige compagnia, e magari la rissa tra amici, però non è medicabile del tutto, mai. E non ha voglia di parlare di sport, e si rag grinza dietro la pipa se gli dici bello quel tuo arti colo, magnifico quel tuo verbo, ed è vero che Mariolino Corso è solo più il participio passato del verbo correre… Brera ride, s’intimidisce, si perde cercando una nuova mira agli occhi chiari. Ci vo gliamo bene dicendocelo troppo di rado, e brusca mente, o non dicendolo affatto. Ma ecco che arriva altro vino e poi persino champagne per perdonare e insieme confondere il figliol prodigo, e Carlo Mo fa ondeggiare tutti con una tremenda risata aven do, lì pronto, il sette e mezzo. Qui, il vino diventa Cartesio, signori miei…
Ci ramasseranno fuori alle cinque del mattino, indomiti, feroci, neppure uno sbadiglio, neppure un lieve stordimento, neppure una sillaba di rimpianto per la notte consumata come fosse l’ultima notte di questo mondo.
Ore 5. Bisogna pur riconnettere. Tantovale legge re qualcosa. Ma poco dopo, grida di aiuto. Vengono da lontano, è una voce di donna. Si strozza contor cendosi nel vuoto. O è una prostituta che stanno picchiando per strada, o è una moglie che se la sen te suonare in un portone, dietro la finestra d’un al loggio. Ancora aiuto, aiuto, poi silenzio, e il vuoto che si espande lunghissimo. Nessun rumore è stato sollevato dal richiamo, nessuna imposta s’è aperta. La nebbia ha inghiottito il fatto, morte o vita o niente che fosse, e torno alla pagina del libro posata sul cuscino, e tremo pensando alle cose che dovrò fare domani. Non vere « cose », ma incontri. Lavo rare non costa fatica, ma parlare col prossimo sì. Enormemente, per me. E domani dovrò trottare a destra e a sinistra, « contattando » il prossimo mio. Una robetta alla televisione, un tizio che sta facen do disegni per un libro di favole, un amico che si occupa di pubblicità, un fotografo… Piccole cose, cioè proprio quelle che impediscono le grandi cose. Le piccole cose che Milano ti sparge davanti, come monetine d’oro. Se tu ti chini a raccoglierle, smar risci la strada che porta al tesoro vero. Puoi riem pire il tuo sacco di queste monetine, ma sicco me il sacco è bucato la tua corsa, il tuo affanno, il tuo chinarsi e insaccare non finiranno mai. E in tanto il tesoro si troverà molto più lontano, forse perduto per te.
Ma tu hai sempre avuto il coraggio di non chi narti sulle monetine, mi dico. Sì? Davvero? Non so. Proprio non so.
Chiudo il libro e stavolta perdio accendo il sigaro. So bene che appesterò la stanza e mi sveglierò con tremendo mal di testa, ma non importa. Non rac colgo monetine, io. Anche se non arriverò al tesoro.
Ore 6. Potrei anche uscire. Non è venuto il son no, quindi potrei muovermi fino alla stazione Nord, prendere un caffè, i giornali, dare il via alla giorna ta. Se poi crollerò a mezzogiorno, pazienza.
Una volta mi alzavo più o meno a quest’ora, a Milano. Per vincere il vagotonismo, uscivo e mi infilavo in un negozio di generi alimentari. Mi in gozzavo di mozzarelline gelide, appena uscite dal frigorifero. Poi andavo al lavoro, in tram, e vedevo altri ingozzati, verdi sotto gli occhi, non solo nel tram accanto a me, ma anche al volante di automo bili milionarie. Inferociti e verdi al semaforo, con le occhiaie anch’esse milionarie che non potevano usufruire di requie alcuna. Il « lavurà ». Altro che leggende…
E così esco, non c’è più nebbia ma uno spessore d’aria grigia, un sudario che ti cola addosso le sue pieghe, ti modella la nuca, i gomiti, insaccandoti. Non è neppure il freddo, ma il disagio dell’aria, dove gli occhi sbarrati dei lumi ruotano torvi. Fiu mi di gente aggrediscono i tre caffè attorno alla stazione Nord. Si mangia, si scrutano i giornali, si guarda l’orologio. Milano comincia a stritolare la sua mattina ruminandola tra denti d’acciaio. Vien fretta solo a vedere gli altri, ma posso sbadigliare in pace, come chi si è alzato troppo presto. I came rieri dietro i banconi scaraventano caffè e cappucci ni a mitraglia, tutto già si muove, corre, assalta.
Ripiego i giornali sotto il braccio e rientro, facen domi forza per camminare a passo lentissimo. Che corro a fare? Ho tempo, io. Anche se questo tempo me lo fanno pagar caro. Senza rete, ecco ciò che sono. Un acrobata che ripete il suo esercizio, senza rete sotto. Quindi, perche correre? Ma mi ci voglio no cinque minuti per ottenere questo passo calmo, per impedirmi di cedere al mimetismo automatico che mi gravita addosso e mi vorrebbe in furia e operoso come tutti.
Ore 7. Tutta la casa ronza, la portinaia manovra un suo aggeggio rumorosissimo, che dovrebbe luci dare i pavimenti dei corridoi, negli uffici al primo piano e al pianterreno trottano impiegati, garzoni di bar con vassoi e caffè incappucciati di plastica, campanelli suonano, sul tetto di fronte c’è già in bi lico un tizio che nell’aria nera si dà da fare intorno a un’antenna televisiva.
Ora ho la testa piena di ombre e le mani non si cure come sempre. Barbaresco e champagne va bene, ma dopo si dovrebbe dormire dodici ore filate. Sennò tutto il mondo assume un aspetto sini stro. Non è la volgare ciucca, magari!, ma l’altera zione prodotta dalla stanchezza, grazie alla quale gli spigoli maligni della vita delle facce altrui, delle stesse tue memorie, ti vengono incontro come lame, e ti tagliano i pensieri, ti avvelenano con qualche centinaio di dubbi fino a ieri ben chiusi nell’incoscienza.
Apro i giornali, guardo, le solite cose, la solita vita morta di ieri. Non succede mai niente. Non c’è più disastro o sterminio che sposti di un millimetro il tuo sorriso o la tua voglia d’un caffè. Il mondo diventato mostruoso è piccolo come una famiglia. Si parla delle tare pericolose dello zio come di una cosa consueta, a cui si è fatto il callo.
Fuori della finestra, i colombi. Sono neri, tituban ti, sporchi, arruffati. Vanno su e giù per i tetti con la loro fame, le loro malattie. Talora, decrepiti, re sistono su una tegola per ore e ore. Nemmeno gli operai che si arrampicano a riparare continuamen te le antenne televisive riescono a smuoverli.
Tra un minuto mi lavo, mi rado, mi ricompongo intorno alle mie ossa ed esco. Posso andare a piedi fino agli studi della televisione, ho tempo abbondante. E che non mi raccontino storie, stamattina, ho la testa troppo fredda perché” qualcuno possa farmi su con le sue storie, credendo che abbocchi. Non abbocco da nessuna parte. Stamattina.
Ore 8. Con ultimi sussulti, Milano ha preso il via e ora tutto sembra procedere come sempre. Ho in tasca l’elenco delle persone a cui debbo telefonare, la barba rasa mi ha ridato un minimo di presenza, anche se la sigaretta è amarissima, anche se un reumatismo sta cominciando a pungere nella spal la. Il viale che porta alla Rai è lungo, diritto, napo leonico, roba tutt’altro che milanese, le auto gli si infilano dentro in pomposa triplice fila. A quest’ora portano già a spasso lenti cavalli, a San Siro, imba cuccati in lane di vario colore, denso fumo alle na rici. E intorno a Milano, in circolo come mostruose torce funerarie, si alzano le fiamme degli impianti di raffineria. Se la fiamma è troppo alta, significa una delle due cose: o il prodotto grezzo è scadente o l’ingegnere di turno non vale un granché.
Si impara tutto, a Milano.
Chissà chi urlava aiuto, stanotte.