Le farfalle di Colette

di Luigi Bàccolo
[da “La Fiera Letteraria”, numero 15, giovedì 13 aprile 1967]

Colette ha scritto tanto di sé (non ha mai scritto che di sé) che basta pren ­der le sue donne, Claudine Léa o Rézy, e il gioco torna sempre. Con i suoi uomini, o ma ­schi, è la medesima cosa, tutti sono un piccolo frammento di Colette, fanno parte del suo gi ­neceo. Ma ci voleva la pazienza e la devozione infinite di un pa ­tito, l’americano Robert Phelps, per tirar fuori questa Colette, autobiographie tirée des oeuvres de Colette che esce ora presso Fayard.

Di inedito, sono passati quasi tredici anni dalla sua morte (3 agosto 1954), c’è poco o nulla da leggere: la scrittrice, in cui tut ­to era fisico, non aveva la mente ai posteri. Qualche raccolta di lettere (a Marguerite Moreno, a Proust, a de Jouvenel, a Renée Hamon) non può essere che una piccola parte dell’epistolario di una donna che non ebbe limiti nelle relazioni e negli interessi sentimentali o intellettuali, e di cui il meglio e â— ma raramen ­te â— il peggio che si può dire è che tutto ciò che tentava di scri ­vere o di dire era della più pura Colette. Quasi una imitazione, talvolta; ma molto meno di quel che si potrebbe temere.

Non c’è stata insomma una nuova Colette da conoscere. E nessuno avrebbe potuto augu ­rarselo. Non tanto perché stilista perfetta fino ai limiti dell’artificio, e in un certo senso ferma ­ta in tempo dalla morte, quanto perché scrittrice dalle chiare di ­mensioni fisiche («la morte non mi interessa, neanche la mia ») a cui non si devono chiede ­re messaggi nemmeno dall’aldi ­là. Non che fosse sorda o muta a quello che sogliamo chiamare il mistero â— benché per lei il vero mistero era quello delle co ­rolle che si allargano, dei frutti che maturano e della forza che spinge il maschio verso la fem ­mina, o anche « le tendron vers le barbon ou le barbon vers le tendron »; e anzi quando nell’agosto del 1954 l’arcivescovo di Parigi rifiutò a Colette il fu ­nerale religioso, l’abate André Fontagnères, che aveva avuto molte « ore d’oro » nella conver ­sazione con lei, si rivestì della stola, e pronunciò qualche paro ­la davanti alla tomba aperta del cimitero del Père-Lachaise.

Una conferma è invece da ri ­cercare in questa Autobiogra ­phie compilata da un innamora ­to postumo (Colette non finirà mai di averne): della sostanzia ­le virilità di questa poetessa del ­le sensazioni femminili, che dif ­fidava dei sentimenti, anzi ne fiutava il frequente cattivo odo ­re, ma trovava una buona com ­pagnia nella meditazione. La sua visione della vita, ha ragione il Philps, « era austera, priva di sentimentalità, dura qualche volta ». Si direbbe addirittura che, mescolato a quello delle sen ­sazioni, il profumo della filoso ­fia, piuttosto stoica che epicurea, la incantasse.

Il colettismo ha tenuto poco conto di ciò, come si avverte an ­che a una sola pagina dei suoi imitatori o delle più numerose imitatrici. Delle Lettres à Mar ­guerite Moreno, per esempio, pubblicate nel 1960, è facile os ­servare il divario tra lo stile ini ­mitabile di Colette e la maniera della sua corrispondente: in al ­tre parole, il raffronto tra una regina, per dirla con Roger Judrin, e la sua dama.

Il colettismo ha avuto vita breve anche in Francia, ma qui ne osserviamo la prima nascita. Cinquant’anni di corrispondenza tra due grandi amiche (la Moreno era attrice), e non una lettera tradisce un interesse che vada al di là del mondo fisico, che faccia presen ­tire un brivido o magari sola ­mente uno sguardo curioso a quello che non si vede: nulla se non la « infallibilità sensuale » di una donna che, avida com’era di sensazioni e di prove, si rifiuta di viaggiare in aereo perché « in aria si annoia ».

Questo rifiuto al volo è signi ­ficativo se lo si interpreta, come è giusto, su un piano più intel ­lettuale che fisico e insomma di ­scretamente simbolico. La More ­no, rispondendo, si sforza di ade ­guarsi da buona allieva, e le sue lettere sono piene di « poponi che non son che zucchero rosa ­to », di « gigli che addormentano la bestia rossa che morde loro il cuore », di « vasi di fiori che san ­no di rosa e di muffa ». Manie ­ra, appunto, che una volta assi ­milata è esercizio meno difficile di quanto possa sembrare, come in fondo fare del dannunziane ­simo o del pirandellismo. Man ­ca il gusto agile e vigile della vi ­ta che rende unica la pagina di Colette, la sua aderenza al mon ­do della natura, miracolosa al punto che i suoi pensieri stessi sugli animali paiono aderire con stupenda semplicità alla sempli ­cità loro, o la sua sensibilità a quella delle piante e dei fiori, il dono dell’immagine ogni volta sorprendente perché nata da una comunione insostituibile con la cosa. Non è pagàno chi vuole. Chi lo è sul serio, può sempre riservare delle sorprese.

La più grossa, è certo quella delle lettere al petit corsaire, re ­se note dall’infaticabile Goudeket nel 1903. Il petit corsaire era Renée Hamon, una bretone bionda e minuta, innamorata di Colette e delle isole perdu ­te del Pacifico ( « tu les auras, tes iles! »). La scrittrice sedenta ­ria segue trepidamente l’avven ­tura della sua giovane amica, con una ansia materna che non manca di scrupoli: « La tenerez ­za, le scrive, è il peggior perico ­lo. Parole affettuose, buone la ­crime tumultuose, ecco ciò che dobbiamo rifiutarci ». Per lei trac ­cia in una lettera del 1939 una vera ars poetica (Renée scrive ­va per i giornali il resoconto dei suoi viaggi): « Rappresenta so ­lo ciò che hai veduto. Non guar ­dare quello che non ti piace; os ­serva invece a lungo ciò che ti fa della pena. Sii fedele alla pri ­ma impressione, o non modifi ­carla che in omaggio a una ve ­rità più completa. Non andare in cerca di parole rare; una pa ­rola è rara solo quando ha la fortuna di incontrarne un’altra capace di rinnovarla » (la calli ­da junctura di Orazio). « Non scrivere un libro appassionato mentre vivi l’amore. Ma pensa al libro quel tanto che basti per avvelenarti l’esistenza ».

Nella giovane bretone doveva aver sentito la creatura che ren ­de testimonianza della vita al di là della letteratura, come le bestie e le piante. E sentiva di essere stata scelta lei misterio ­samente per farne sbocciare la tragedia e accompagnarla verso l’epilogo. Alla vigilia della guer ­ra, presentò Renée alla sua tra ­duttrice tedesca, Erna Redten- bacher, rifugiatasi a Parigi dopo l’Anschluss. Erna si uccise insie ­me a Christiane, un’altra breto ­ne « de fort bonne souche », al ­l’indomani di Dunkerque, mentre i tedeschi dilagavano in Breta ­gna. Renée fu la prima a scopri ­re i due cadaveri.

Chi legga attentamente l’auto ­biografia compilata dal Philps, non si sorprenderà più che quel ­la Colette che scriveva nel 1928 « la morte non mi interessa… Il dolore è la grande decadenza », non si sia poi rifiutata al dolore e alla morte, e anzi si sia impe ­gnata ad accostarli con il mede ­simo rispetto e la medesima de ­licatezza che aveva riservato al piacere e alla gioia. Non parlia ­mo perciò di una crisi di Colet ­te in occasione di quella tragedia che coincise con la più vasta tra ­gedia della guerra, e anzi ne fu mortificata. Ma è indubbio che la sua sensibilità ne risultò allar ­gata, con l’entrata, nel cerchio dei suoi interessi, di sentimenti e anche di problemi nuovi: for ­se non è eccessivo dire che ini ­zia il secondo momento della sua filosofia, in cui epicureismo e stoicismo (ma son definizioni ap ­prossimative e anguste per uno spirito libero, femminilmente li ­bero) si mescolano senza resi ­dui. Penso non sia lecito dubi ­tare della testimonianza dell’abbé André Fontagnères, che af ­ferma di aver sentito dire alla scrittrice: « Io penso alle cose eterne, ma senza inquietudine. E non provo alcun bisogno di accusarmi ». Possedeva una Imi ­tazione e un libro di preghiere, dono di una ammiratrice italia ­na, la contessa Orbeliani, che le aveva fatto conoscere anche quel pensiero di San Giovanni: « Dio è amore, e se il tuo cuore ti con ­danna, Dio è più grande del tuo cuore ». Credeva, racconta anco ­ra l’abate, a certe forze misterio ­se (non per niente idolatrava la sua Provenza, la terra della ma ­gia), e le accadeva di far accen ­dere ceri a Notre-Dame-des-Victoires. Quando Renée Ha ­mon, il piccolo corsaro delle Iso ­le, muore nell’ottobre del 1943, Colette scrive a un amico: « Re ­née ha presso di sé delle religio ­se che le insegnano a pregare. E’ una buona compagnia, ed è un buon suono sommesso il mor ­morio delle preghiere ».

Andare più in là nei pensieri di Colette, sarebbe ancor più leggerezza che imprudenza. Ma è un mondo insospettato a molti che rivelano queste lettere, inso ­spettato forse a causa della no ­stra superficialità di lettori, men ­tre in realtà forse già coesisteva con quel mondo « fisico ». Mauri ­ce Goudeket, che fa la cronisto ­ria dei suoi ultimi giorni, la rap ­presenta intenta a sfogliare libri di immagini, piante, insetti, uc ­celli. Sfuggendo a ogni sospetto di metamorfosi postume, Colet ­te, prossima a quello che chia ­miamo « mistero », impiegava le sue ultime ore, a scrutare con una lente il mistero delle sue far ­falle. Le sue ultime parole furo ­no, indicando le farfalle, i libri, gli uccelli del giardino: « Regarde, Maurice, regarde! ». Il 3 ago ­sto morendo, dice Goudeket, « il capo di Colette piegò lentamen ­te, con un movimento di grazia infinita ».

« Tendere al compiuto, è ritornare al proprio punto di origine… »

E’ dunque, già tanti anni pri ­ma scrivendo questo, Colette stessa aveva preparato un profilo di sé a cui Robert Philps ha avuto il pregio di tenersi stretto con amoroso scrupolo.

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