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LETTERATURA: I MAESTRI: Le farfalle di Colette

20 Giugno 2015

di Luigi Bàccolo
[da ‚ÄúLa Fiera Letteraria‚ÄĚ, numero 15, gioved√¨ 13 aprile 1967]

Colette ha scritto tanto di s√© (non ha mai scritto che di s√©) che basta pren ¬≠der le sue donne, Claudine L√©a o R√©zy, e il gioco torna sempre. Con i suoi uomini, o ma ¬≠schi, √® la medesima cosa, tutti sono un piccolo frammento di Colette, fanno parte del suo gi ¬≠neceo. Ma ci voleva la pazienza e la devozione infinite di un pa ¬≠tito, l’americano Robert Phelps, per tirar fuori questa Colette, autobiographie tir√©e des oeuvres de Colette che esce ora presso Fayard.

Di inedito, sono passati quasi tredici anni dalla sua morte (3 agosto 1954), c’√® poco o nulla da leggere: la scrittrice, in cui tut ¬≠to era fisico, non aveva la mente ai posteri. Qualche raccolta di lettere (a Marguerite Moreno, a Proust, a de Jouvenel, a Ren√©e Hamon) non pu√≤ essere che una piccola parte dell’epistolario di una donna che non ebbe limiti nelle relazioni e negli interessi sentimentali o intellettuali, e di cui il meglio e √Ę‚ÄĒ ma raramen ¬≠te √Ę‚ÄĒ il peggio che si pu√≤ dire √® che tutto ci√≤ che tentava di scri ¬≠vere o di dire era della pi√Ļ pura Colette. Quasi una imitazione, talvolta; ma molto meno di quel che si potrebbe temere.

Non c’√® stata insomma una nuova Colette da conoscere. E nessuno avrebbe potuto augu ¬≠rarselo. Non tanto perch√© stilista perfetta fino ai limiti dell’artificio, e in un certo senso ferma ¬≠ta in tempo dalla morte, quanto perch√© scrittrice dalle chiare di ¬≠mensioni fisiche (¬ęla morte non mi interessa, neanche la mia ¬Ľ) a cui non si devono chiede ¬≠re messaggi nemmeno dall’aldi ¬≠l√†. Non che fosse sorda o muta a quello che sogliamo chiamare il mistero √Ę‚ÄĒ bench√© per lei il vero mistero era quello delle co ¬≠rolle che si allargano, dei frutti che maturano e della forza che spinge il maschio verso la fem ¬≠mina, o anche ¬ę le tendron vers le barbon ou le barbon vers le tendron ¬Ľ; e anzi quando nell’agosto del 1954 l’arcivescovo di Parigi rifiut√≤ a Colette il fu ¬≠nerale religioso, l’abate Andr√© Fontagn√®res, che aveva avuto molte ¬ę ore d’oro ¬Ľ nella conver ¬≠sazione con lei, si rivest√¨ della stola, e pronunci√≤ qualche paro ¬≠la davanti alla tomba aperta del cimitero del P√®re-Lachaise.

Una conferma √® invece da ri ¬≠cercare in questa Autobiogra ¬≠phie compilata da un innamora ¬≠to postumo (Colette non finir√† mai di averne): della sostanzia ¬≠le virilit√† di questa poetessa del ¬≠le sensazioni femminili, che dif ¬≠fidava dei sentimenti, anzi ne fiutava il frequente cattivo odo ¬≠re, ma trovava una buona com ¬≠pagnia nella meditazione. La sua visione della vita, ha ragione il Philps, ¬ę era austera, priva di sentimentalit√†, dura qualche volta ¬Ľ. Si direbbe addirittura che, mescolato a quello delle sen ¬≠sazioni, il profumo della filoso ¬≠fia, piuttosto stoica che epicurea, la incantasse.

Il colettismo ha tenuto poco conto di ci√≤, come si avverte an ¬≠che a una sola pagina dei suoi imitatori o delle pi√Ļ numerose imitatrici. Delle Lettres √† Mar ¬≠guerite Moreno, per esempio, pubblicate nel 1960, √® facile os ¬≠servare il divario tra lo stile ini ¬≠mitabile di Colette e la maniera della sua corrispondente: in al ¬≠tre parole, il raffronto tra una regina, per dirla con Roger Judrin, e la sua dama.

Il colettismo ha avuto vita breve anche in Francia, ma qui ne osserviamo la prima nascita. Cinquant’anni di corrispondenza tra due grandi amiche (la Moreno era attrice), e non una lettera tradisce un interesse che vada al di l√† del mondo fisico, che faccia presen ¬≠tire un brivido o magari sola ¬≠mente uno sguardo curioso a quello che non si vede: nulla se non la ¬ę infallibilit√† sensuale ¬Ľ di una donna che, avida com’era di sensazioni e di prove, si rifiuta di viaggiare in aereo perch√© ¬ę in aria si annoia ¬Ľ.

Questo rifiuto al volo √® signi ¬≠ficativo se lo si interpreta, come √® giusto, su un piano pi√Ļ intel ¬≠lettuale che fisico e insomma di ¬≠scretamente simbolico. La More ¬≠no, rispondendo, si sforza di ade ¬≠guarsi da buona allieva, e le sue lettere sono piene di ¬ę poponi che non son che zucchero rosa ¬≠to ¬Ľ, di ¬ę gigli che addormentano la bestia rossa che morde loro il cuore ¬Ľ, di ¬ę vasi di fiori che san ¬≠no di rosa e di muffa ¬Ľ. Manie ¬≠ra, appunto, che una volta assi ¬≠milata √® esercizio meno difficile di quanto possa sembrare, come in fondo fare del dannunziane ¬≠simo o del pirandellismo. Man ¬≠ca il gusto agile e vigile della vi ¬≠ta che rende unica la pagina di Colette, la sua aderenza al mon ¬≠do della natura, miracolosa al punto che i suoi pensieri stessi sugli animali paiono aderire con stupenda semplicit√† alla sempli ¬≠cit√† loro, o la sua sensibilit√† a quella delle piante e dei fiori, il dono dell’immagine ogni volta sorprendente perch√© nata da una comunione insostituibile con la cosa. Non √® pag√†no chi vuole. Chi lo √® sul serio, pu√≤ sempre riservare delle sorprese.

La pi√Ļ grossa, √® certo quella delle lettere al petit corsaire, re ¬≠se note dall’infaticabile Goudeket nel 1903. Il petit corsaire era Ren√©e Hamon, una bretone bionda e minuta, innamorata di Colette e delle isole perdu ¬≠te del Pacifico ( ¬ę tu les auras, tes iles! ¬Ľ). La scrittrice sedenta ¬≠ria segue trepidamente l’avven ¬≠tura della sua giovane amica, con una ansia materna che non manca di scrupoli: ¬ę La tenerez ¬≠za, le scrive, √® il peggior perico ¬≠lo. Parole affettuose, buone la ¬≠crime tumultuose, ecco ci√≤ che dobbiamo rifiutarci ¬Ľ. Per lei trac ¬≠cia in una lettera del 1939 una vera ars poetica (Ren√©e scrive ¬≠va per i giornali il resoconto dei suoi viaggi): ¬ę Rappresenta so ¬≠lo ci√≤ che hai veduto. Non guar ¬≠dare quello che non ti piace; os ¬≠serva invece a lungo ci√≤ che ti fa della pena. Sii fedele alla pri ¬≠ma impressione, o non modifi ¬≠carla che in omaggio a una ve ¬≠rit√† pi√Ļ completa. Non andare in cerca di parole rare; una pa ¬≠rola √® rara solo quando ha la fortuna di incontrarne un’altra capace di rinnovarla ¬Ľ (la calli ¬≠da junctura di Orazio). ¬ę Non scrivere un libro appassionato mentre vivi l’amore. Ma pensa al libro quel tanto che basti per avvelenarti l’esistenza ¬Ľ.

Nella giovane bretone doveva aver sentito la creatura che ren ¬≠de testimonianza della vita al di l√† della letteratura, come le bestie e le piante. E sentiva di essere stata scelta lei misterio ¬≠samente per farne sbocciare la tragedia e accompagnarla verso l’epilogo. Alla vigilia della guer ¬≠ra, present√≤ Ren√©e alla sua tra ¬≠duttrice tedesca, Erna Redten- bacher, rifugiatasi a Parigi dopo l’Anschluss. Erna si uccise insie ¬≠me a Christiane, un’altra breto ¬≠ne ¬ę de fort bonne souche ¬Ľ, al ¬≠l’indomani di Dunkerque, mentre i tedeschi dilagavano in Breta ¬≠gna. Ren√©e fu la prima a scopri ¬≠re i due cadaveri.

Chi legga attentamente l’auto ¬≠biografia compilata dal Philps, non si sorprender√† pi√Ļ che quel ¬≠la Colette che scriveva nel 1928 ¬ę la morte non mi interessa… Il dolore √® la grande decadenza ¬Ľ, non si sia poi rifiutata al dolore e alla morte, e anzi si sia impe ¬≠gnata ad accostarli con il mede ¬≠simo rispetto e la medesima de ¬≠licatezza che aveva riservato al piacere e alla gioia. Non parlia ¬≠mo perci√≤ di una crisi di Colet ¬≠te in occasione di quella tragedia che coincise con la pi√Ļ vasta tra ¬≠gedia della guerra, e anzi ne fu mortificata. Ma √® indubbio che la sua sensibilit√† ne risult√≤ allar ¬≠gata, con l’entrata, nel cerchio dei suoi interessi, di sentimenti e anche di problemi nuovi: for ¬≠se non √® eccessivo dire che ini ¬≠zia il secondo momento della sua filosofia, in cui epicureismo e stoicismo (ma son definizioni ap ¬≠prossimative e anguste per uno spirito libero, femminilmente li ¬≠bero) si mescolano senza resi ¬≠dui. Penso non sia lecito dubi ¬≠tare della testimonianza dell’abb√© Andr√© Fontagn√®res, che af ¬≠ferma di aver sentito dire alla scrittrice: ¬ę Io penso alle cose eterne, ma senza inquietudine. E non provo alcun bisogno di accusarmi ¬Ľ. Possedeva una Imi ¬≠tazione e un libro di preghiere, dono di una ammiratrice italia ¬≠na, la contessa Orbeliani, che le aveva fatto conoscere anche quel pensiero di San Giovanni: ¬ę Dio √® amore, e se il tuo cuore ti con ¬≠danna, Dio √® pi√Ļ grande del tuo cuore ¬Ľ. Credeva, racconta anco ¬≠ra l’abate, a certe forze misterio ¬≠se (non per niente idolatrava la sua Provenza, la terra della ma ¬≠gia), e le accadeva di far accen ¬≠dere ceri a Notre-Dame-des-Victoires. Quando Ren√©e Ha ¬≠mon, il piccolo corsaro delle Iso ¬≠le, muore nell’ottobre del 1943, Colette scrive a un amico: ¬ę Re ¬≠n√©e ha presso di s√© delle religio ¬≠se che le insegnano a pregare. E’ una buona compagnia, ed √® un buon suono sommesso il mor ¬≠morio delle preghiere ¬Ľ.

Andare pi√Ļ in l√† nei pensieri di Colette, sarebbe ancor pi√Ļ leggerezza che imprudenza. Ma √® un mondo insospettato a molti che rivelano queste lettere, inso ¬≠spettato forse a causa della no ¬≠stra superficialit√† di lettori, men ¬≠tre in realt√† forse gi√† coesisteva con quel mondo ¬ę fisico ¬Ľ. Mauri ¬≠ce Goudeket, che fa la cronisto ¬≠ria dei suoi ultimi giorni, la rap ¬≠presenta intenta a sfogliare libri di immagini, piante, insetti, uc ¬≠celli. Sfuggendo a ogni sospetto di metamorfosi postume, Colet ¬≠te, prossima a quello che chia ¬≠miamo ¬ę mistero ¬Ľ, impiegava le sue ultime ore, a scrutare con una lente il mistero delle sue far ¬≠falle. Le sue ultime parole furo ¬≠no, indicando le farfalle, i libri, gli uccelli del giardino: ¬ę Regarde, Maurice, regarde! ¬Ľ. Il 3 ago ¬≠sto morendo, dice Goudeket, ¬ę il capo di Colette pieg√≤ lentamen ¬≠te, con un movimento di grazia infinita ¬Ľ.

¬ę Tendere al compiuto, √® ritornare al proprio punto di origine… ¬Ľ

E’ dunque, gi√† tanti anni pri ¬≠ma scrivendo questo, Colette stessa aveva preparato un profilo di s√© a cui Robert Philps ha avuto il pregio di tenersi stretto con amoroso scrupolo.


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