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LETTERATURA: I MAESTRI: Torino. Il peccatore del lunedì

18 Giugno 2015

di Giovanni Arpino
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 1, gioved√¨, 4 gennaio 1968]

Ore 20,30. C’√® nebbia, stasera, e To ¬≠rino riposa sciogliendo i muscoli dopo le contrazioni del Salone dell’Auto- mobile. Un Salone, una manifestazio ¬≠ne che il torinese autentico detesta, perch√© gli ingolfa i caff√®, gli sconvol ¬≠ge i luoghi di sosta per la macchina, rende isterici i camerieri dei risto ¬≠ranti, spacca le geometrie abituali, brutalizza la proverbiale gentilezza dei bottegai. Ora, finalmente, il tori ¬≠nese pu√≤ tornarsene lemme lemme a uscire in pace. E anch’io. Mi dirigo verso il centro tagliando obliquamen ¬≠te i viali anneriti da un sonno fulig ¬≠ginoso, e sono pronto al dribbling. Pri ¬≠ma di raggiungere piazza San Carlo e i quieti amici al caff√®, so di dover dribblare tre capelloni con velleit√† sindacali, due intellettuali di sinistra che tendono agguati dietro un plata ¬≠no, un neo-kennediano isolato, un let ¬≠terato impegnatissimo nel disimpe ¬≠gno, un post-avanguardista incerto sul proprio destino, ovverossia di sotto ¬≠messo all’Einaudi o alla Fiat o a tut ¬≠ti e due.

 

Ore 21. Finalmente nell’oasi lumi ¬≠nosa del caff√®. Un’oasi pacifica, luci ¬≠da, pulita, dove si legano i minuti at ¬≠traverso parole semplici. Forse un poker, stasera, forse un film. Nessuno comunque che si azzardi a impiantare discussioni su teatro, politica. Nean ¬≠che sul calcio. La crisi juventina fa appena sorridere i veri competenti. E allora: un caff√®, magari corretto lat ¬≠te, e un fernet alla menta. Ordinarlo col ghiaccio, cos√¨ il cameriere compli ¬≠ce potr√† versarvelo in un bicchiere pi√Ļ grande, non in un affarino che ne terrebbe appena un mezzo cucchiaio. Si sta comodi, la saletta √® tiepida, fuori piazza San Carlo √® un pozzo di cui si conoscono tutte le ombre, i muschi, le particelle pi√Ļ occulte. Si volta e si rivolta il giornale della se ¬≠ra per ritrovarsi immancabilmente sul ¬≠la stessa pagina, anzi la stessa colonna, quella degli spettacoli. Western, spio ¬≠naggio, poliziesco o commedia all’ame ¬≠ricana? Non c’√® fretta. Al luned√¨ se ¬≠ra, Torino √® vuota. Tranne alcuni aspiranti intellettuali di sinistra che si aggirano come lupi cacciati a valle dalle nevi, i torinesi austeri, siano av ¬≠vocati o commendatori od operai, vanno a letto presto.

Luned√¨ √Ę‚ÄĒ come si dice √Ę‚ÄĒ delle ce ¬≠neri, da versare per penitenza sulle follie piccolo-borghesi della trascorsa domenica. Rarissimi i ristoranti aper ¬≠ti, dissanguati caff√® e caffeucci, nelle platee cinematografiche i peccatori presenti si contano sulle dita lancian ¬≠dosi occhiate di sbieco. Anche i tram, in sere come queste, limitano le ulti ¬≠me corse, anche chi ti vende la prima copia del giornale notturno ti guarda in cagnesco, prendendoti per un pec ¬≠catore. E sbaglia. Perch√© di peccatori, a Torino, da vari anni ce ne sono solo quattordici. Peccatori nel senso di nottambuli, beninteso. Sono quelli che frequentano ancora i cosiddetti tabarini, che qui non ci si sogna di chia ¬≠mare night-clubs. Vagano con un whi ¬≠sky in mano da un tabarin all’altro, sapendo tutto di quel piccolissimo mondo, conoscendo tassisti, lenoni, questurini, ballerine, camerieri e qua ¬≠le qualit√† di risotto scegliere se notte ¬≠tempo si prova appetito, quello spe ¬≠ciale appetito tabarinesco che al not ¬≠tambulo-peccatore, sia questi il nu ¬≠mero uno o il numero quattordici, sventola come insegna di godimento proibito.

 

Ore 22. Tra pochi minuti comince ¬≠r√† l’ultimo spettacolo cinematografico, quindi bisogna decidersi. Per il poker, manca il fatale ¬ę quarto ¬Ľ. O meglio, circolano ancora alcuni ¬ę quarti ¬Ľ di ¬≠sponibili, ma indebitati, pronti all’as ¬≠segno postdatato, e quindi tollerabili solo al caff√®.

¬ę Queste cose a Milano non succe ¬≠dono ¬Ľ si sente ripetere per la milio ¬≠nesima volta,. Gi√†. Torino guarda a Milano come un paesetto delle alte valli di Cuneo guarda a Torino. Con invidia, orgoglio, mestizia, rassegna ¬≠zione, pudore, e un’improvvisa suffi ¬≠cienza aristocratica che non molla.

Si dice anche: ¬ę Sai quando va su la Borsa? Quando vince l’Inter. Se l’Inter vince allora i milanesi com ¬≠prano da matto. E sai quando com ¬≠prano, anche? Quando sulle vignette del Giorno Arcibaldo la spunta su Pe ¬≠tronilla. Beh, non crederci, vuol dire che non conosci di che terra son fat ¬≠ti i milanesi… ¬Ľ.

Questo tipo di torinese giudicante √® un utopista che neppure il pi√Ļ cal ¬≠lido napoletano riuscirebbe a imitare.

Giudica le cose italiane, gli ¬ęaffari ¬Ľ, da una piega della bocca di Fanfani visto alla televisione, da come si ac ¬≠cendono o si spengono certe insegne al neon, da quante buche e rappezzi si possono contare sui centoventisei chilometri d’autostrada che dividono le due capitali del settentrione. La ve ¬≠na di follia che percorre austeri e ot ¬≠timi cervelli torinesi √® un sentiero insidioso non tanto per gli altri, quan ¬≠to nei confronti di se stesso. Non per nulla diecine di proverbi piemontesi riguardano i matti, visti con tanto di credito. Il migliore, settecentesco, suo ¬≠na: ¬ę Ne sa pi√Ļ un matto a casa sua, che un saggio in casa altrui ¬Ľ.

 

Ore 22,30. Perso il film.. Immedia ¬≠tamente recriminazioni tra gli amici, che ora vorrebbero essersi decisi pri ¬≠ma e trovarsi l√†, seduti al buio e co ¬≠munque collocati per un paio d’ore. Che fare? Uno dei quattordici nottam ¬≠buli ci guarda con aria soddisfatta. A lui basta aspettare ancora un’oretta, poi si sistemer√† al banco del suo tabarin, e via col divertimento. Per reagire, si torna a parlar di calcio, di debiti, di giacche su misura. Bar ¬≠zellette non ce ne sono pi√Ļ, di auto ci si √® stufati, rimangono i favolosi racconti sul tizio o sul caio che rovi ¬≠natisi a Sanremo o Saint Vincent ades ¬≠so sgavazzano in Venezuela, chi con una terza, chi con una quarta moglie. Passa un primo brivido per il caff√® semideserto, e c’√® chi reagisce, si al ¬≠za, confabula con una commessa, sog ¬≠guarda, ingrugnisce, studia, e final ¬≠mente riesce a trovare un marron gla ¬≠c√© come si deve.

 

Ore 23. La serata √® persa. Ci si guar ¬≠da negli occhi, sapendoci sazi, smarri ¬≠ti, senza risorse. Tutti con le loro bel ¬≠le cravatte, la piega al Pantalone co ¬≠me Gastone, tutti nutriti, e privi di un immediato avvenire. Le proposte cadono nel vuoto. C’√® sempre l’ignaro velleitario che vorrebbe provare quel ¬≠la tal sala di bowling in periferia, c’√® il ¬† ¬† talaltro che conosce per sentito di ¬≠re una cantina dove si balla, si suo ¬≠na, si mangiano acciughe al v√©rde. Ma gli altri scuotono la testa. Sono posti da ultimi capelloni rimasti, po ¬≠sti da neo-avanguardisti che dopo aver amato i sindacati e l’impegno, oggi lottano assiduamente con la coscienza per essere intellettuali di sinistra, s√¨, ma con qualcosa di differente, di pre ¬≠ziosamente nuovo√Ę‚ā¨¬¶ Pare che queste crisi di crescenza si medichino molto bene con un po’ di musica e un po’ di acciughe al verde. Ricetta torinese, garantita.

C’√® anche √Ę‚ÄĒ l’immondo! √Ę‚ÄĒ chi pro ¬≠pone un teatrino. Dove, nella platea che √® poi anche un corridoietto, tutt’alpi√Ļ si trova seduta la zia di uno degli attori, venuta apposta da Casta ¬≠gnole Monferrato e subito travolta dal ¬≠la citt√† tentacolare.

Inutile. Pi√Ļ bello rassegnarsi, tra un milione e centomila torinesi che dor ¬≠mono e che domani scriveranno a Specchio dei tempi contro la moto ¬≠retta indugiante per il viale deserto alle undici di sera.

 

Ore 23.30. Nella saletta del caff√® c’√® uno specchio, vasto nella cornice di gesso dorato. Ogni tanto si tira su il muso a fissarlo, perch√© lo specchio potrebbe sempre riflettere l’immagine di un nuovo venuto, appena varca la porta del caff√®. Ma no, niente, l’im ¬≠prevedibile non ci spetta, e adesso ol ¬≠tre al film rimpiangiamo il poker ri ¬≠masto sospeso. Improvvisamente, uno del gruppo si alza, rompe gli indugi, sfoglia il taccuino, telefona. Ha ricor ¬≠dato un’amica turca, turca vera, cono ¬≠sciuta due giorni prima. Confabula a lungo al telefono, la turca dormiva, poi non lo riconosceva, poi ha f√¨nto di riconoscerlo, poi ha rifiutato di passa ¬≠re la sera con lui. L’amico torna a se ¬≠dersi, offeso. Dopotutto, quella tipa aveva bevuto il ¬ę suo ¬Ľ champagne. Ma va a sapere cos’hanno in testa le turche…

Subito inizia una discussione, pi√Ļ o meno dotta e documentata, su donne di quel genere. La parola che ricorre pi√Ļ spesso √® ¬ę loffie ¬Ľ. Cio√®: svuotate, balorde allo stato puro, non perch√© imbroglione, ma perch√© prive di sa ¬≠pore. Un bicchier d’acqua tiepida. Ma anche questo argomento cade, men ¬≠tre il cameriere passa con aria an ¬≠noiata, forse aspettando una seconda ordinazione, che potrebbe suonare fer ¬≠net, camomilla, acqua brillante, digerseltz, raramente whisky. Una lista dello specchio sospeso rimanda l’im ¬≠magine della piazza oltre i vetri, in ¬≠clinata e buia, con file di auto immo ¬≠bili, e il cavallo del monumento, cie ¬≠co di nebbia.

 

Ore 24. Sarebbe meglio alzarsi, tor ¬≠nare a casa, ma chi ce la fa? Le pol ¬≠trone dei caff√® sanno come aumentare la pigrizia degli arti, come intorpidire i ginocchi, le spalle. Ti ricevono in una cuccia, poi diventano restie a la ¬≠sciarti, come letti d’ospedale. Ormai nuotiamo tra vane parole, preordinan ¬≠do illogicamente sul prossimo sabato, il prossimo luned√¨… E c’√® chi si inal ¬≠bera affermando che mai pi√Ļ, mai e poi mai, si lascer√† ancora incastrare, tra un mese, dai soliti fine d’anno. Stavolta, quest’anno… Ebbene, cosa? Quant’√® vero Iddio parto. Saint Vin ¬≠cent, Nizza, insomma posti cos√¨. Sta ¬≠volta proprio non mi vedrete… La minaccia √® subita dagli altri con musi di marmo. Ah, parti? Ma bene, ma bra ¬≠vo… E reagiscono costruendo menu complicati, per pranzi che cominceran ¬≠no alle dieci di sera e termineranno alle sei del mattino. Quello che ha de ¬≠ciso di partire s’offende, non parteci ¬≠pa a tanta elaborazione, apre appena un angolo della bocca, alla fine, per ricordare cosa successe, due anni fa: al cinema di mezzanotte, con un film a sorpresa, cio√® non annunciato, e che si rivel√≤ la solita scemenza…

M’accorgo del mio orrore, e sento che avrei bisogno, per un paio di mi ¬≠nuti, della presenza di un post-avan ¬≠guardista o di un intellettuale di sini ¬≠stra. Riuscirei a vaccinarmi ancora per un paio d’ore. Ma dove scovarli? Dove attaccarli? In questo momento saranno in qualche ¬ę piola ¬Ľ o magari in un lussuoso appartamento a bere vini con aria di intenditori, sghignaz ¬≠zando su Marcuse, o Lacan, o Mac Luhan, o Foucault. Loro, sanno sem ¬≠pre come divertirsi, come sghignazza ¬≠re. Non si sentono mai traditi dalla Storia, e nemmeno bastonati. Per loro va tutto bene. Anche la morte di Guevara. Era scontata, anzi favorir√† que ¬≠sto e quell’altro. Comunque se ne pu√≤ fare un manifesto da attaccare ai mu ¬≠ri, accanto a quello dei Beatles.

 

Ore 24,30. Bisogna cominciare una lunga geremiade, tutta una serie di genuflessioni, di inchini, di omaggi, di grazie e prego, per respingere le of ¬≠ferte di auto. Perch√© tutti sono pronti ad accompagnare a casa me, l’unico amico pedone. Hanno le chiavi in ma ¬≠no, e affettuosamente, sinceramente, non capiscono questo mio vizio di senza-macchina. Me lo perdonano, per√≤ non lo capiranno mai. In fondo, √® l’unica vera differenza che corre tra noi. E cos√¨ rimango solo, su e gi√Ļ per i portici, vuoti e sonori come una tomba egizia, grondanti di vetrine me ¬≠ravigliose, dove gli abiti da sera, le scarpe lucide, i cappelli di vicuna, le giubbe imbottite di pelliccia urlano il nostro benessere, e sottolineano quanto possa riuscir comoda, felpata, morbida, la nostra vanit√†. Per via Ro ¬≠ma, negli intervalli dei semafori, di ¬≠stanti cinquanta metri l’uno dall’al ¬≠tro, tentano i duecento all’ora le auto di chi, come me, √® restato ignavo al caff√® dalle nove a mezzanotte. Terza e quarta, senti la ripresa, visto come risponde? Cinquanta metri brucianti, poi strid√¨o davanti al semaforo. Fin ¬≠ch√© alle spalle di Porta Nuova si apri ¬≠r√† un viale deserto e allora si potr√† correre e provare le frizioni non per cinquanta, ma addirittura per due ¬≠cento metri…

Qualche nottambulo esita ancora sot ¬≠to i portici, forse anche lui in atte ¬≠sa della prima copia del giornale, che arriver√† grazie a un ciclista nero co ¬≠me il fumo. Quando apparir√† il cicli ¬≠sta, subito dai portici metteranno fuo ¬≠ri le teste strani personaggi rimasti occulti fino a quel momento. Di solito, non si ritira il resto delle cento lire e i ¬ę grazie ¬Ľ sussurrati dal ciclista suoneranno nella nebbia come una giaculatoria.

Per adesso, non rimane che studia ¬≠re bene le vetrine, sempre scarpe, giubbe imbottite pellicce, sempre marche di whisky, di champagne, l’itinerario di una felicit√† gastronomi ¬≠ca ed elettrodomestica che ti porge le sue poppe grasse, i suoi fianchi umi ¬≠di e odorosi, la sua lingua brillante, agile.

Ma: dove sei Einaudi? Dov’√® lei, Av ¬≠vocato? Dove siete, voi, Torinesi? Cam ¬≠mino per la vostra citt√†, sempre pi√Ļ vostra, sempre meno mia. Quella che √® mia √® diventata un nocciolo, un os ¬≠so chiuso nel cuore del mio cuore. Ma questa, che √® Vostra, cos’√®, se io vi passeggio dentro come farei a Istambul? Ditemi dove siete, o Grandi Fra ¬≠telli…

 

Ore 1. Tra poco arriver√† il giorna ¬≠le e cos√¨ sar√≤ gi√† nel domani. Porta Nuova √® diventata una schiuma di umanit√† sotterranea. Squallidi lenoni ruotano sulle loro ¬ę 850 ¬Ľ, fischia un treno chiss√† dove, a una tavola calda c’√® un tipo che si ingozza di spaghet ¬≠ti, appollaiato sullo sgabello, la vali ¬≠gia tra le ginocchia.

Mi detesto. Perch√© vorrei essere ad ¬≠dormentato, in modo da potermi sve ¬≠gliare un po’ meno vagotonico domat ¬≠tina, e mi detesto perch√© non mi pia ¬≠ce trovarmi in giro solo. Come sem ¬≠pre, pagherei una cifra per farmi una risata. Ma dove, e grazie a chi? E tut ¬≠tavia so che anche questa accidia √® buona, produce pensieri, oppure sot ¬≠terra i pensieri inutili e bavosi.

Insomma, aspetto il giornale. Le ul ¬≠time sigarette si accendono da sole, amarissime. Forse mangerei anch’io un piatto di spaghetti. Ingozzarsi, ma s√¨. E invece non mi muovo da questo angolo di portico, laggi√Ļ nei giardini stanno volando schiaffoni tra due vec ¬≠chie prostitute, gi√† una ¬ę 850 ¬Ľ ha fre ¬≠nato ai bordi del cespuglio.

E, finalmente, il giornale che ti ri ¬≠mette in sesto, ti d√† spinta dorsale, e tutti quei pochi, o lenoni, o nottam ¬≠buli, o tranvieri in sosta davanti al loro tabernacolo, chinano la faccia sul foglio, voltano perch√© in prima pagi ¬≠na c’√® solo Moro, si rifugiano in quel ¬≠la fetta di sport astratto che √® la cro ¬≠naca spettegolata e falsa e rumorosa di un luned√¨ qualunque, quando or ¬≠mai si √® visto, discusso, giudicato fino alla nausea di Inter e Juventus, e l’uni ¬≠ca cosa di cui non ci si ricorda bene √® se quel centravanti atalantino √® an ¬≠cora in testa alla classifica dei canno ¬≠nieri o no.

 

Ore 1,30. Riprendo il viale, ora la nebbia si è rappresa intorno alle chio ­me degli ippocastani, non spogli del tutto, e vi costruisce sagome spesse, fittamente contorte. Alcune insegne mastodontiche, perse ai margini del ­la città, dicono Fiat. Dal mio viale non le leggo, ma vedo il fumo rosato che spargono in cielo, macchie di un rosa che si attenua, si muove, sem ­bra disfarsi e invece resiste.

Quanti amici morti. Spazzapan, Mi ¬≠no Rosso, Velso Mucci, Beppe Fenoglio… Morti col Torino nel cranio o ai margini di mille pensieri stipati. Li ricordo con rimpianto, con pena, ma anche con allegria, perch√© non erano intellettuali, erano gente rissosa, mangiona, pigra, accanita, che intorno al proprio talento, per tenerselo isolato e in salvo, aveva naturalmente eretto le trincee del cibo, degli intrighi amo ¬≠rosi, del denaro, delle amicizie ignare.

So che Torino li ha immolati, per dirgli un gelido grazie subito dietro i funerali e stop. Lasciandoli perdere. Ma anche lasciandoli vivere, prima, com’era necessario a lei, citt√†, e a lo ¬≠ro, uomini in questa citt√†.

E svicolo, a viale finito. Magari die ­tro qualche ippocastano un neo-kennediano solitario ancora rimuove in testa le sue mappe, via via convergen ­do verso un ex-disimpegnato a sua volta reduce da spunti avanguardistici in poesia e romanzo e ora nuova ­mente attratto da un lume a sinistra.

Infilo la chiave nel portone, a que ¬≠st’ora ho sempre paura che la porti ¬≠naia mi scopra. Non √® ¬ę decente ¬Ľ rien ¬≠trare cos√¨ tardi, non √® ¬ę perbene ¬Ľ. Mi ¬≠ca ho qualcuno all’ospedale, pense ¬≠rebbe, o almeno io temo che possa pensare…

Nelle luci dell’ascensore con volut ¬≠t√† spiego il giornale e vedo anch’io che s√¨, il giovane centravanti atalanti ¬≠no √® riuscito anche per questa setti ¬≠mana a mantenersi in testa alla clas ¬≠sifica dei cannonieri. Meno male. An ¬≠che per stanotte, posso dormire tranquillo.


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Bart