di Luigi Baldacci
[da “La fiera letteraria”, numero 33, giovedì, 15 agosto 1968]
GIOSUE’ CARDUCCI
Poesie e prose scelte a cura di M. Fubini e R. Ceserani
« La Nuova Italia », 1968, pp. XXXI-442, L. 1500.
Il fatto che l’opera del Carducci si sia affrancata dalla tutela dei diritti e della proprietà ha comportato un ri lancio, almeno in sede editoriale e so prattutto con destinazione scolastica, di questo difficile (in quanto difficil mente classificabile) poeta dell’Ottocento. Per l’editore Bietti, Carlo Del Grande ha curato Tutte le poesie; ma un evento assai più significativo, sul piano critico, è costituito dall’introdu zione di Mario Fubini (Premessa a una rilettura del Carducci) alle Poesie e prose scelte (« La Nuova Italia »): saggio che può essere affiancato a quello di Giambattista Salinari nel vol. VIII della Storia della letteratura italiana – Dall’Ottocento al Novecento, apparso in questi giorni per i tipi di Garzanti.
Che il Carducci sia stato un poeta rappresentativo del suo tempo è una constatazione innegabile. Tanto inne gabile che la sua fortuna è legata tutt’oggi a ragioni e a configurazioni ge nerazionali: vogliamo dire che il carduccianesimo non morì col Carducci, nel 1907, ma sopravvisse a lungo, nell’intimo di un costume nazionale, non solo estetico e non solo poetico, come i garibaldini sopravvissero a Garibaldi (anzi molti ne nacquero che Garibaldi era già morto). Ciò spiega in parte co me sia difficile riportare il discorso su Carducci a un ambito culturale e co me esso si offra soprattutto come test di reazioni elementari, nel mero ambi to del gusto.
Tanto il Fubini che il Salinari insi stono sul valore e sulla bellezza di una lirica come Faida di comune, che a noi sembra non levarsi affatto sul li vello della pittura storica del tardo ro manticismo e dell’ultimo Ottocento. Il Salinari scrive: « Una parte della criti ca più recente… ha tentato anche di porre in dubbio la schiettezza e l’au tenticità della poesia epica carduccia na, ma il tentativo sembra abortito: quei componimenti rimangono classici nella loro semplicità potente e nella loro compatta unità ».
Non poeta professore
In realtà non si tratta di tentativi o di prove di laboratorio, ma di uno scarto di partenza; né riescono a farci cambiare avviso le ascendenze illustri e le autorizzazioni culturali di Faida di comune: « Le forme di questa balla ta romantica » ricorda sempre il Sali nari « ci riportano a Heine e ad Atta Troll »; mentre assai più convincenti, a proposito di Pianto antico, perché aderenti a una precisa strutturazione stilistica, resultano alcune indicazioni del Fubini: « … una canzonetta arcadi ca, dell’estrema Arcadia del Vittorelli, che pur si anima di uno spirito ignoto al placido arcade per l’impeto di una passione ritmata su anafore heiniane e popolaresche (â— tu… tu… sei nella terra fredda; sei nella terra ne gra â—) ».
Ma al Fubini, al di là del suo carduccianesimo generazionale, si deve un’osservazione che forse resterà cen trale in ogni futuro discorso sul Car ducci: « Vorremmo piuttosto parlare di sperimentalismo, come d’un caratte re della sua poesia, per il quale ogni componimento, e non solo l’avventura delle Barbare, viene a rappresentare un incontro più o meno felice con un tema, con un altro poeta, con una tra dizione letteraria, un esperimento al quale possono affiancarsi altri e diver si ». Il che non significa affatto richia mare il Carducci all’ambito consueto della cosiddetta « poesia della poesia », e nemmeno a quello del poeta-professore da leggersi col manuale di storia alla mano.
Credeva nei generi
Il precipuo carattere del Carducci non sta nel trarre argomento dalla poesia altrui, bensì nel rifarla a gara: da Heine al Berchet, da Orazio a Pin daro. La gran parte della sua poesia è sì letteraria, ma quella letteratura è spinta a un tale grado di oltranza da annullarsi nell’esperimento. Carducci è un poeta che crede essenzialmente nei generi: la ballata storica, il sonetto lirico, il giambo polemico, l’ode cele brativa; ma sa al tempo stesso che tut ti i generi sono esauriti e che al poeta non resta altro che riprodurli sinteti camente. Donde la poesia-calco, la poesia-pastiche. Questa sottile incrinatu ra, questa duplicità di coscienza segna insieme l’interesse storico e il limite del Carducci: quel limite (vale a dire quello sperimentalismo di fondo) che da un lato lo portava al di là del ro manticismo e dall’altro lo teneva al di qua del decadentismo.
Prima di leggere le sollecitanti pagi ne del Fubini avevamo scritto, pro prio in questa sede: « Carducci è una specie di Meyerbeer della poesia: un eclettico dotato di un orecchio presti gioso; e ai poli opposti di quell’ecletti smo, banalità routinière e genialità di sperimentalista ». Ma bisogna correg gere: quella che a noi pare banalità â— certi affreschi medievali da sala gran de della prefettura, come La leggenda di Teodorico â— è anch’essa un aspet to, e non il meno lavorato, dello speri mentalismo carducciano. Donde le dif ficoltà inerenti a ogni operazione anto logica, donde i sospetti che per tali operazioni manifesta il Salinari. Eppu re, dopo avere accertato « ciò che egli significhi rispetto al passato », bisogna dimenticare il caso Carducci e ogni nostra interpretazione storica: e poi antologizzare magari tendenziosa mente: sicché a noi sembra del tutto lecita l’enucleazione compiuta dal Binni secondo gli indici di Ballata doloro sa, Nevicata, Visione.
Lo svolgimento del Carducci è d’or dine tecnico; la sua maturazione non è motivata da necessità interiore. Il che significa che in lui contano più le poesie che il poeta.