Giuseppe De Robertis. Quello? Si veste sempre di blu

di Luigi Baldacci
[da “La fiera letteraria”, numero 47, giovedì, 21 novembre 1968]

Ho scritto su Giuseppe De Robertis in più d’una occasione,
e sempre in una chiave diversa da quella che tende a proporre â— come oggi cerche ­remo di fare â— una semplice immagine d’uomo e di vita. Eppure anche in quelle occasioni, cosa strana, volendo parlare del critico, si finiva per parlare dell’uomo. Cosa stranissima, anzi; perché si potrebbe credere, a tutta prima, che l’uomo fosse riassorbito nel critico, che i bilanci privati, le situazioni personali, contassero, in De Robertis, poco o niente: che insomma tutta l’anima si fosse trasferita nel registro del lettore pubblico.

In realtà era proprio la misura privata dell’uo ­mo che assicurava alla funzione del lettore un accento di originalità lontanissimo da ogni pre ­sunzione di scienza e di sistema. Le letture di De Robertis, il suo « saper leggere », erano a misura d’uomo, e quell’uomo, quel metro, quel punto di riferimento altro non erano che l’animo medesi ­mo di quell’uomo medesimo: De Robertis. Voglia ­mo dire che De Robertis era un uomo di stile, nella vita, che ricercava lo stile nella vita degli altri: le sue passioni, i suoi slanci, le sue ombre, le sue collere, gli amori (anche violenti) non inve ­stivano mai la totalità di un personaggio umano, bensì unicamente i rilievi di comportamento. A proposito dello slogan « Lo stile è l’uomo » De Robertis soleva ripetere (era uno dei suoi detti memorabili): « L’uomo sì, ma tradotto nello sti ­le », il che equivaleva a dire che lo stile è lo stile e l’uomo è l’uomo. L’uomo in quanto tale era in ­somma per De Robertis un noumeno sul quale è perfettamente inutile formulare ipotesi di studio; l’uomo era invece una realtà conoscibile solo nel ­la misura che le sue urgenze segrete diventavano forma e ritmo di comportamento; in una parola, stile. Così dei libri.

Non ammetteva tentazioni o estravaganze

Il commento a piè di pagina, i sottili distin ­guo, lo studio delle varianti, la scoperta di certe costanti che poi erano confermate e al tempo stesso smentite caso per caso, tutto questo non voleva dire raggiungere l’uomo che si celava die ­tro lo stile, ma stare contenti al quia; e non senza una punta di pessimismo: perché, tanto, l’uomo è un’ipotesi non verificabile, né più né meno che Dio: anch’egli un’ipotesi. Ed è questa la ragione per cui quella sospensione di giudizio, sull’uomo e su Dio lasciava supporre in De Robertis un en ­troterra umanistico e perfino religioso. Quanto alla religione egli era un credente agnostico. Cioè non rifiutava l’ipotesi, ma sapeva che niente avrebbe potuto suffragarla. La sua attività di cri ­tico dello stile, il suo atteggiamento di uomo che negli uomini registra solo i comportamenti, o le costanti di tali comportamenti, erano il suo para ­diso in terra: senza problemi che non fossero strettamente necessari. Si potrebbe dire che era ­no anche il suo inferno, il suo sentimento blocca ­to dell’hic et nunc con una fitta e invalicabile siepe tutt’intorno.

De Robertis vedeva gli uomini attraverso un suo sistema di rilevamenti dall’esterno. Una par ­te di quella loro realtà gli arrivava: all’altra ri ­nunciava per sempre. Ma la parte captata e rice ­vuta era accolta con entusiasmo, individuata nel ­le sue strutture, sottoposta a un processo di sti ­lizzazione. Perché appunto la stilizzazione era una precisa funzione dell’occhio di De Robertis. Egli subiva il fascino di ogni personaggio che emanasse intorno a sé un’aura stilisticamente evidente: si pensi al caso di quel grande perso ­naggio e grande uomo che era Giorgio Pasquali (ma l’uomo era pudicamente riassunto nella vio ­lenza, oserei dire nell’impudicizia del personag ­gio); e anche quando non gli erano offerti esempi del genere, era lui per primo a stabilire le linee di un ritratto. E qui direi che la vocazione di De Robertis era soprattutto quella del ritrattista.

Se De Robertis ti aveva veduto quattro volte vestito di blu, e due vestito di marrone, traeva subito la sua conclusione prepotente e deforman ­te: cioè stilizzante. Per lui non c’erano più esita ­zioni: « Si veste sempre in blu ». E quello era un accertamento festoso, un segno di riconoscimen ­to. Io gli avevo detto che da ragazzo avevo usato qualche volta i pennelli e i colori: credo che qual ­cosa De Robertis abbia veduto in casa mia. Tanto gli bastò ad attribuirmi questo dolce peccato se ­greto che invece avevo smesso da gran tempo, ma che per lui continuava ad essere un sottofon ­do continuo della mia persona. Di altri sottofondi più importanti e urgenti, di altri peccati non si curava. Gli avevo fatto leggere anche delle mie poesie: ma quelle non rientrarono mai nel suo piano di stilizzazione. Voleva che fossi un critico e un lettore di poesia, senza tentazioni o strava ­ganze che non fossero veniali.

E qui devo dire che conobbi De Robertis pro ­prio a causa di quelle poesie. Le lesse o disse di averle lette, aggiunse anche qualche parola di commento, e poi non ne parlò più: come a volte accade, nel seguito di un’amicizia, che si preferi ­sca tacere l’occasione poco gradevole o imbaraz ­zante del primo approccio.

Fu così che dopo quell’incontro io mi dimenti ­cai delle poesie che avevo scritto e riversai tutto il mio interesse sull’uomo: che era poi il primo uomo importante che conoscessi (in quello stesso giro di tempo e di mesi ebbi la buona sorte d’in ­contrare anche Carlo Emilio Gadda, quando abi ­tava a Firenze: in una pensione del Viale Mat ­teotti, insieme con Giorgio Zampa). Si era nei primi mesi del ’48; e dire che ero molto giovane è dir poco. Non ero tuttavia un grimpeur sociale (e credo di non esserlo diventato in seguito): così, più che l’importanza dell’uomo â— che poteva es ­sere solo motivo di spavento e di fuga â— mi colpì la sua affabilità di tratti, quella cordialità affet ­tuosa che era tutto l’opposto della jattanza ac ­cademica.

Quella mattina del gennaio o febbraio 1948 ca ­pii subito che De Robertis voleva fare di me uno dei suoi scolari futuri; ma capii anche che in quel rapporto ci sarebbe stato qualcosa in più e di di ­verso rispetto all’uso degli altri professori. E in realtà De Robertis non fu mai un professore: fu un uomo di lettere, con le stigmate del critico mi ­litante, che si ritrovò, nominato per chiara fama, su una cattedra universitaria: ma conservando sempre l’aria e il carattere di chi ha passato il meglio delle sue giornate al tavolino di un caffè, anziché ai banchi di una biblioteca. La « chiara fama » di De Robertis, la sua posizione d’attrito nei confronti di Attilio Momigliano che, finite le persecuzioni razziali, fu reintegrato nella sua cat ­tedra legittima: sono cose che si spiegano male a chi non abbia conosciuto De Robertis nella vita privata.

De Robertis era l’uomo che avrebbe potuto di ­re all’Alessandro Magno del suo tempo (poniamo che quell’Alessandro fosse stato Mussolini) di farsi da parte e di non gettargli ombra sul libro che stava leggendo; la sua ingenuità e il suo can ­dore erano reali e incredibili; gli davano la sicu ­rezza della salamandra che passa nel fuoco senza accorgersi. Che la cattedra gli venisse dall’auto ­rità politica non voleva dir niente: c’era prima di tutto la coscienza di non aver mai compiaciuto quell’autorità. Anzi, era il modo migliore per gio ­care a quell’autorità un tiro degno di Till Eulenspiegel: far sapere che la poesia non aveva niente a che fare con le « magnifiche sorti » della nazione. E in questo, De Robertis restò sempre fedele alla linea espressa sulla Voce del ’15: si ve ­da La realtà e la sua ombra, all’immediata vigilia dell’entrata in guerra; « Ci opporremo che conti ­nui questo compromesso inadeguato. E che le ne ­cessità del momento falsifichino la vita avvenire. Perché la guerra nostra porta a questo pericolo. E c’è il caso di veder rifiorire tutta un’epoca di superbe ambizioni, di esteriorità grandiose, di im ­becillità imperialistiche. Ponete la poesia a que ­sto contatto. Che chitarronate sentiremo ».

A teatro soltanto per sentire Pizzetti

Ma torniamo a quel primo incontro. La casa dove allora De Robertis abitava, in Via San Gal ­lo, vicinissima all’Università, era anche sede del ­l’editore Le Monnier. Già per le scale vi si respi ­rava odore di libri e d’inchiostri. Era una casa del primo Ottocento, molto nobile. Nell’atrio d’in ­gresso, in alto su un piedestallo, c’era, e c’è, un busto in gesso di Giovan Battista Niccolini: non ho mai saputo perché; e De Robertis dal canto suo non era curioso di queste cose. Si entrava in un andito stretto, tappezzato di libri. In fondo s’apriva il suo studio. Era un primo piano e di so ­le ne ho sempre visto poco. Il mobilio era quello d’uso negli Anni Trenta. L’artigianato di lusso, il mobile di stile non esercitavano fascino su De Robertis. Sapeva distinguersi altrimenti che at ­traverso il pezzo d’antiquariato. Erano mobili di tipo rinascimentale: scuri, bui, freddi e noiosi: erano i mobili che si accordavano col falso rina ­scimento o il falso medioevo di tanti villini della periferia fiorentina. Solo che alle pareti c’erano dei bei quadri, e non già certe zingare col fiore in bocca, certi pagliai e certe pecorelle che ho vedu ­to nelle case di tanti altri professori. De Pisis, Soffici, Rosai. Era lì che De Robertis cercava un segno di distinzione: il suo sentimento dei valori veri era sicuro quanto il suo coraggio della po ­vertà.

Ci si sedeva su un divano coperto di damasco e lui restava dietro il suo piccolo tavolo, lucido, or ­dinatissimo, con uno sgabello accanto, sul quale erano tre o quattro libri di più abituale consulta ­zione: tra questi ho veduto per molti anni il di ­zionario milanese-italiano del Cherubini che era diventato per lui quasi un livre de chevet, a for ­za di vedere e di rivedere quale traduzione italia ­na il Cherubini avesse offerto al Manzoni di que ­sta o di quella voce dialettale.

Il primo nome che De Robertis mi fece fu na ­turalmente quello di Renato Serra, e volle pre ­starmi gli Scritti critici, che era un bel rischio, con un ragazzo capitato in casa non si sa come e non ricordo più neppur io per grazia di quale la ­bile presentazione. Gli Scritti di Serra mi serviro ­no poco e confesso di non aver mai avuto, in se ­guito, una spiccata ammirazione per il loro auto ­re. Servirono a confondermi le idee, ma anche a misurare la mia ignoranza, e questa misurazione tornò oltremodo salutare. Serra fu un inventario di nomi da controllare, da ricercare altrove nella sostanza viva delle loro opere.

Ma quando tornai da De Robertis per restituir ­gli i libri, si parlò d’altro. Io gli rivelai i miei in ­teressi musicali ed egli li accolse con lieta cera e mi palesò i suoi. Volle il caso che gli dicessi di amare molto Pizzetti, e l’evocazione di quel nome fu una vera scintilla d’amore. A Firenze avevo da poco sentito la Vanna Lupa cantata da Gianna Pederzini, e ne ero uscito entusiasta (e anche rientrato: perché vidi tutte e tre le rappresenta ­zioni). Nel cuore di De Robertis a Pizzetti poteva contrapporsi solo Ungaretti; ma no: Pizzetti ave ­va un peso maggiore, una risonanza più privata: tanto che De Robertis, da quando io lo conobbi, andava a teatro soltanto per sentire musica di Pizzetti. Si parlò anche di altre cose pizzettiane, soprattutto di certi cori, di certe liriche, come I pastori; e poi io avevo letto tutti i libri e i saggi di critica musicale che Pizzetti aveva scritto, e mi pareva, oltre che un grande musicista, un grande critico di musica: sola cosa che mi acco ­rava era l’incomprensione nei confronti di Pucci ­ni. Anche di questo parlammo con De Robertis ed egli m’incoraggiò e mi confortò in quel mio amore per l’autore della Bohème e mi raccontò a lungo della prima rappresentazione fiorentina della Fanciulla del West, nel 1911, alla quale egli aveva assistito dal loggione del Teatro Comu ­nale.

Passeggiata lungo i portici

Oggi credo che Pizzetti non sia stato né un grande musicista né un grande critico di musica. Pazienza. Volevo dire soltanto che De Robertis era uomo di passioni sottilissime e intense, veri e propri amori, punti sensibili e sensibilizzati della sua serena nevrosi: così per gli scrittori e gli au ­tori come per le persone di tutti i giorni. Che po ­tesse sbagliarsi è cosa di poco momento. E co ­minciarono dunque le nostre passeggiate, dopo la lezione: con la sosta obbligata alla libreria Mar ­zocco in Via Martelli e il caffè al bar Falchetto, poco più giù. Dopodiché si attraversava Piazza San Giovanni e, per Via de’ Pecori, si raggiunge ­vano i Portici: fino al chiosco dei giornali gestito dalla sorridente signora Lola. Qualche volta si toccava il caffè Gambrinus, raramente si arriva ­va a Piazza della Repubblica. Mai oltre. Lì finiva la carta geografica di De Robertis e cominciava la zona su cui sta scritto: Hic sunt leones. Che era anche un’allegoria possibile della sua vita, del suo modo di leggere e di sentire, quasi ritro ­sia a varcare il limite che separa le chiare regioni descritte e razionalizzate dallo stile da quelle in cui si addensano i mostri notturni.

A scuola cominciammo subito un nostro rap ­porto-gioco, quasi un «lascia o raddoppia », che a lui, che parlava come se fosse a casa sua invece che in un’aula sterminata, era particolarmente gradito: Donna, dell’alma mia parte più cara, op ­pure: La bella Greca onde il pastor Ideo o anche: Malinconia, ninfa gentile, erano domande facili: Monti, Della Casa, Pindemonte; ma De Robertis si aspettava la risposta da me e io finivo per dar ­gliela con qualche riluttanza e vergogna (e poi molti dei miei compagni di corso erano anche più asini e non sapevano a chi attribuire quegli esor ­di famosi).

Durante l’estate c’erano le visite al mare, nella casa d’affitto al Forte dei Marmi. Poi nel pome ­riggio tardo la sosta al caffè, sotto il platano ri ­tuale, in mezzo a una congregazione di gente di lettere che in generale mi dava fastidio. Si parla ­va spesso, ormai, di scrittori contemporanei e io prendevo a orientarmi; del mio lavoro di tesi non si parlava mai. Una volta che gli proposi di leg ­gere un capitolo che avevo già pronto su Luigi Tansillo si sdegnò fieramente. Credo che intuisse, in quello che stavo facendo, una specie di tradi ­mento, un’eterodossia di metodo, un’impostazio ­ne troppo problematica, troppo storicistica. E forse lo era veramente; ma allora a me sembrava un merito e stavo ormai conducendo un’attività di fronda nei confronti del maestro.

Di fronte ai problemi De Robertis non aveva mai deposto l’atteggiamento giovanile documen ­tato nel saggio del ’14, Da De Sanctis a Croce: « Il carattere suo fondamentale (del De Sanctis) e presso che unico a noi pare infallibilmente que ­sto: l’aver voluto cioè porre o risolvere dei pro ­blemi, anziché esaminare il fatto artistico nella sua sostanza e nelle sue qualità essenziali ». Di ­fatti la mia tesi, problematicissima, sul petrarchi ­smo non gli piacque molto, anche se cercò di na ­sconderlo dietro un velo di pudore schivo e appe ­na risentito. E tuttavia accettò di lì a poco quello che avrebbe dovuto sembrargli un tradimento vero e proprio: la mia frequentazione di Luigi Russo che mi aveva invitato a collaborare a Belfagor.

Lunghissime soste sul portone di casa

E in quella nuova situazione io fui « trait d’union » tra Russo e De Robertis quando decisero di deporre i loro odi accademici e di far pace. L’incontro avvenne a un tavolo del caffè Gilli in Piazza della Repubblica ed io fungevo da ele ­mento catalizzatore. Russo e De Robertis erano uomini di collera, ma non di rancori. Le collere di De Robertis s’innestavano su un impianto sen ­timentale più fragile, erano più sentite, più sof ­ferte; quelle di Russo poggiavano sulla natura stessa del polemista, erano più tremende e forse più professionali. In ogni modo, dopo il caffè, ci avviammo di lento passo verso la casa di Russo, nel Viale Lavagnini. Poi riaccompagnai De Ro ­bertis a casa.

Sempre lunghissime le soste su quel portone; e la mano data e ridata tre e quattro volte: la sua mano fredda, asciutta, coperta di una pelle veli ­na, macchiata di chiazze epatiche. Ho conosciuto De Robertis quando stava per toccare il traguar ­do dei sessant’anni. Era molto diverso ormai da certe immagini del tempo della Voce. Là era an ­cora il meridionale venuto da Matera, con troppi capelli: ora, i pochi che gli restavano davano un’aria diversa a quel viso sempre perfettamente rasato, mosso nei suoi piani da una lunga e de ­cantata consuetudine di mondo. Si aggiunga, a completare il quadro, il suo modo di vestire, di un’eleganza perfetta e anonima: le scarpe, le cra ­vatte, le camicie. Eppure era impossibile sentir ­gli fare un rilievo negativo sulle cravatte altrui anche quando la sua sicurezza e la sua continuità di gusto e di scelta non lasciavano dubbi su un giudizio implicito. Il che significa che se De Ro ­bertis poteva lodare una cravatta bella, in quan ­to segno di stile, si asteneva in ogni modo dal cri ­ticare una cravatta scadente: perché infatti tutto Ciò che era brutto in sé apparteneva non già allo stile, bensì all’uomo, cioè a un retroterra privato, oscuro e magmatico sul quale era prudente so ­spendere ogni giudizio e ripetere l’avvertimento: Hic sunt leones.

Si potrebbe dire che De Robertis era un razio ­nalista. Non che credesse di vivere nel migliore di mondi possibili, ma di questo mondo â— il no ­stro â— si fermava a considerare la superficie buona. Eppure, a bilanciare quel sospetto di ra ­zionalismo, interviene un sospetto opposto: che ci fosse, nel suo animo segreto, un incalcolabile trauma, una paura della vita. Si pensi che il suo poeta prediletto fu il Leopardi e che del Leopar ­di egli illuminò, contrapponendosi alla tradizione crociana, l’eccezionale valore di quel libro tragi ­camente unico che s’intitola le Operette morali. Se dovessi azzardare un’ipotesi psicologica, direi che De Robertis si dichiarava pago allo stile di Leopardi, ma che quello altro non era che un ali ­bi per entrare in contatto col mondo ideale del poeta o almeno per gettare uno sguardo, attra ­verso lo spiraglio dello stile, sulla camera proibi ­ta e paurosa che si apriva dietro la bellezza sere ­na di quel linguaggio.

Portava sempre cravatte impeccabili

Ma non si pensi a un uomo freddo. L’ipotesi dello spiraglio aperto nella camera delle paure può esser sempre ripresa. Forse, chissà, proprio per aver guardato dentro alla verità di Leopardi, De Robertis si rifugiava nella più consolante sag ­gezza di Manzoni. Non si dà vero critico che non sia anche sommamente autobiografico. E non vo ­gliamo dire, con questo, che De Robertis fosse una botte à surprise: la scatola restava sem ­pre chiusa; ma egli era tuttavia capace di na ­scondere qualche sottofondo. Sull’elegante balco ­ne di Via San Gallo, sopra le vetrine della libre ­ria Le Monnier, si poteva vedere ogni tanto qual ­che capo di biancheria intima disteso al sole: credo che fosse proprio il balcone di casa De Ro ­bertis; e dico credo perché della sua casa penso di aver conosciuto soltanto la piccola stanza di studio. Eppure, dietro quel balcone abitava l’uo ­mo dai libri perfetti, dalle cravatte impeccabili, dalle scarpe che non erano mai nuovissime e non erano mai vecchie. La trasgressione di quei pan ­ni tesi mi faceva pensare alla remota e non mai dimenticata sua Lucania; erano il segno tangibile che non avevano torto gli amici quando, parlan ­do di lui (mai però a lui direttamente), lo chia ­mavano Don Beppino.

I sassi di Matera. Su quei sassi De Robertis scrisse, da vecchio, una prosa, tornando al gusto dell’invenzione d’arte che aveva avuto da giova ­ne. In seguito ho veduto Matera e ho capito che chi è nato in quei posti possa non avere molta voglia di parlare di sé, di raccontarsi. Poi il gio ­vanotto si era trapiantato a Firenze; e forse, chissà, il paesaggio toscano, a misura d’uomo, gli aveva dato il sentimento dello stile. Ma la natura di De Robertis era profondamente diversa da quella di un Pancrazi. Il poggio di Bellosguardo, dove il Foscolo scriveva Le Grazie, era già, per lui, un fatto di stile. Ma dietro quelle molli linea ­ture di colli non c’era nessun perbenismo lettera ­rio, nessuno spirito di conservazione leopoldina. Sotto i cipressi, gli olivi, i boschetti di lauro, c’e ­rano i sassi di Matera.

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