di C. G.
[da “La fiera letteraria”, numero 45, giovedì, 9 novembre 1967]
C’è da persuadersi che il caso, qual che volta, obbedisca davvero a miste riose relazioni occulte, se la notizia della morte di Camillo Sbarbaro, un poeta che ho amato, mi è stata comu nicata inaspettatamente, per telefono, mentre sedevo a un pranzo insieme a Eugenio Montale. Non ho mai cenato con Montale, i miei incontri con l’il lustre poeta si contano sulle dita, era circostanza puramente fortuita che mi trovassi ieri sera con lui in casa di comuni amici. Ma è uno dei ricordi più vivi delle mie letture di adole scente l’epigramma che comincia, ne gli Ossi di seppia, « Sbarbaro, estro so fanciullo, piega versicolori / car te e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia / mobile di un rigagno; ve dile andarsene fuori. / Sii preveggen te per lui, tu galantuomo che passi… ». Un minimo mistero storico e biografi co, una leggenda infantile, un paesag gio, la riviera ligure, un’amicizia sim bolica si annodavano, per me, intorno a quei pochi versi leggeri, solfeggiati da una mano gaiamente fantastica, in un gusto tra lo scherzo, l’acquerello e il foglietto d’album. In una parte del la mia memoria Montale e Sbarbaro sono ancora quei due ragazzi chini sul greto di un fiume, tra i sassi, le poz zanghere mezzo seccate, gli erbosi fos si di un paesaggio destinato a diven tare presto emblematico di una nuo va « non-poesia ». Per un istante ho temuto di rientrare nella sala da pran zo, esitavo a rituffarmi nel bla-bla del la conversazione, non volevo essere io a comunicare a Montale una brut ta notizia che mi era stata data per inattesa. Quali virtù possiedono i no mi, e quale potere metaforico ha la poesia!
Già al corrente della morte di Sbar baro, Montale seguitava a mangiare e fumare nel suo angolo, in fondo alla tavola, distratto e assorto nei suoi pen sieri come suole. E’ stato più tardi che ci siamo appartati, ci siamo sedu ti su un divanetto, abbiamo preso a parlare fitto e il discorso a poco a po co è caduto anche su Sbarbaro. A giu dicarlo dai Trucioli, dice Montale, for se il suo libro più bello, insieme al primo Pianissimo, Sbarbaro lo si sa rebbe detto un « viveur »; mentre era un omino piccolo e grassoccello, not tambulo, sempre malvestito, inguari bilmente solitario. I ricordi di Mon tale non sono troppi, nessuna amici zia vera tra i due poeti sembra in realtà mai esistita. Amico di Angelo Barile, col quale poi litigò, e allievo di Adelchi Baratono, Sbarbaro era stato impiegato negli stabilimenti si derurgici di Savona e di Genova, poi, licenziatosi, dopo avere partecipato al la prima guerra mondiale come sem plice fante, viveva a Genova di lezio ni private, o a carico della sorella, o vendendo licheni. Viveva di poco, di pochissimo, e come lichenologo ha da to importanti contributi scientifici.
Negli ultimi anni si era trasferito a Spotorno. Pochi viaggi, qualche sog giorno a Siena, residenza di Elena Vivante, la figlia di Adolfo De Bosis: il solo amore della sua vita. Gli piaceva no le donne, a Sbarbaro, esperto di vizi e di postriboli? Forse, ma nem meno questo è chiaro. Insegnava il greco, sebbene non fosse laureato, e il suo dono di maestro in questa lingua era tale che i ragazzi la apprendeva no con estrema facilità nello spazio di due o tre mesi. Per sostentarsi si aiu tava con traduzioni, oltre che dal gre co (i tragici), anche dal francese. In Italia Salambò di Flaubert è nota nel la traduzione di Sbarbaro (Einaudi, 1943). Ecco tutto, sulla vita di Sbar baro.
« Ormai somiglio a una vite che vidi un dì con stupore. Cresceva su un muro di casa nascendo da un lastrico. Trapiantata, sarebbe intristita. Così l’anima ha messo radice nella pietra della città e altrove non saprebbe più vivere… Come la vite mi cibo di ari dità. Più della femmina, m’illudono la sete e gli artifizi… Forse mi vado mineralizzando. Già il mio occhio è di vetro, da tanto non piango; e il cuore, un ciottolo pesante ». Così il poeta raffigurava se stesso nella pri ma pagina dei Trucioli. Quanto agli avvenimenti della sua biografia, che cosa si potrebbe aggiungere?
Nel complicato percorso della poesia italiana nel primo quarto di secolo, Sbarbaro conserva un posto d’eccezio ne. Più di chiunque altro, negli anni della Voce, di Riviera Ligure e di La- cerba, egli immetteva nel discorso poetico italiano un oscuro sentimento « prosaico », nel senso che la sua ispi razione si muoveva da centri « impoe tici » rispetto alla tradizione. Esiste un « realismo » di Sbarbaro: la sua origi nalità, e il debito del « non-poeta » Montale verso di lui, deve essere mi surata soprattutto su questo metro. Si delinea con Sbarbaro, per la prima volta in casa nostra, se si eccettui qualche scapigliato, un’esperienza di poesia urbana (« …il fanale atroce a capo del vicolo chiuso. Il mio cuore come un ex voto rimane appeso in certi sottoscala in certi crocicchi » ) e affiorano anticipazioni di agguerrita modernità («che a me par, vivendo questa mia / povera vita, un’altra ra sentarne / come nel sonno, e che quel sonno sia / la mia vita presente »). Aveva esordito con Resine (1911), una raccolta di liriche pubblicata a 23 anni grazie a una sottoscrizione di amici. Tre anni dopo usciva Pianissimo, cui seguirono, con un lungo intervallo di silenzio negli anni di pieno fascismo, Trucioli (prose, 1920), Liquidazione (1928), Rimanenze (1955), Fuochi fa tui (1956), Primizie (1958), Scampoli (1960). Nel 1948 gli fu assegnato il Premio Saint-Vincent per la poesia.