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LETTERATURA: I MAESTRI: Tra idee e fantasmi

15 Agosto 2015

di Italo Calvino
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 43, gioved√¨ 26 ottobre 1967]

¬ę La fiera letteraria ¬Ľ √® lieta di far conoscere ai lettori italiani il testo originale dell’articolo di Italo Calvino pubblicato su uno degli ultimi numeri del ¬ę Times Literary Supplement ¬Ľ dedicato ai rapporti tra la letteratura e altre discipline. A Calvino era stato chiesto di scrivere su ¬ę letteratura e filosofia ¬Ľ, ma lo scrittore ha aggirato il tema facendo del suo articolo una specie di poetica e una mappa delle sue predilezioni fantastiche.

Il rapporto tra filosofia e letteratura √® una lotta. Lo sguardo dei filosofi attraversa l’opaci ¬≠t√† del mondo, ne cancella lo spessore carnoso, riduce la variet√† dell’esistente a una ragnatela di relazioni tra concetti generali, fissa le rego ¬≠le per cui un numero finito di pedine muoven ¬≠dosi su una scacchiera esaurisce un numero for ¬≠se infinito di combinazioni. Arrivano gli scritto ¬≠ri e agli astratti pezzi degli scacchi sostituisco ¬≠no re regine cavalli torri con un nome, una forma determinata, un insieme d’attributi reali o equini, al posto della scacchiera distendono campi di battaglia polverosi o mari in burra ¬≠sca; ecco le regole del gioco buttate all’aria, ecco un ordine diverso da quello dei filosofi che si lascia a poco a poco scoprire. Ossia: chi sco ¬≠pre queste nuove regole del gioco sono nuova ¬≠mente i filosofi, tornati alla riscossa a dimo ¬≠strare che l’operazione compiuta dagli scritto ¬≠ri √® riducibile a una operazione delle loro, che le torri e gli alfieri determinati non erano che concetti generali travestiti.

Cos√¨ continua la disputa, ognuna delle due parti sicura d’aver compiuto un passo avanti nella conquista della verit√† o almeno di una verit√†, e nello stesso tempo consapevole che la materia prima delle proprie costruzioni √® la stessa di quella dell’altra: parole. Ma le parole come i cristalli hanno facce e assi di rotazione con propriet√† diverse, e la luce si rifrange di ¬≠versamente a seconda di come questi cristalli-parole sono orientati, a seconda di come le la ¬≠mine polarizzanti sono tagliate e sovrapposte. L’opposizione letteratura-filosofia non esige d’esser risolta; al contrario, solo se considerata permanente e sempre nuova ci d√† la garanzia che la sclerosi delle parole non si chiude sopra di noi come una calotta di ghiaccio.

E’ una guerra in cui i due contendenti non devono mai perdersi di vista ma nemmeno in ¬≠trattenere rapporti troppo ravvicinati. Lo scrit ¬≠tore che vuol fare concorrenza al filosofo lan ¬≠ciando i suoi personaggi in dissertazioni pro ¬≠fonde finisce nel migliore dei casi per rendere abitabili, persuasive, quotidiane le vertigini del pensiero, senza farci respirare l’aria delle gran ¬≠di altezze. Comunque, questo tipo di scrittore appartiene ai primi decenni del nostro secolo, all’epoca del raziocinante teatro di Pirandello e delle conversazioni intellettuali dei romanzi di Huxley, e oggi appare quanto mai lontano. An ¬≠che il romanzo intellettuale, il romanzo-discus ¬≠sione √® scomparso; chi oggi avesse da scrivere una nuova Montagna incantata o un nuovo Uomo senza qualit√† non scriverebbe un ro ¬≠manzo ma un saggio di storia delle idee o di sociologia della cultura.

Allo stesso modo la filosofia troppo vestita di carne umana, troppo sensibile all’immediato e al vissuto, costituisce per la letteratura una sfida meno eccitante che l’astrazione della me ¬≠tafisica o della logica pura. Fenomenologia ed esistenzialismo confinano con la letteratura at ¬≠traverso frontiere non sempre chiaramente se ¬≠gnate. Il filosofo-scrittore pu√≤ gettare sul mon ¬≠do un nuovo sguardo filosofico che sia nello stesso tempo un nuovo sguardo letterario? Per un momento, quando il protagonista della Naus√©e osserva la sua faccia nello specchio, que ¬≠sto pu√≤ essere possibile; ma per larga parte della sua opera il filosofo-scrittore appare come un filosofo che ha al suo servizio uno scritto ¬≠re versatile fino all’eccletismo. La letteratura dell’esistenzialismo non ha pi√Ļ corso perch√© non √® riuscita a darsi un proprio rigore letterario. Solo quando lo scrittore scrive prima del filo ¬≠sofo che lo interpreta, il rigore letterario servi ¬≠r√† di modello al rigore filosofico: anche se scrit ¬≠tore e filosofo convivono nella stessa persona. Questo vale non solo per Dostoevskij e per Kafka, ma anche per Camus e per Genet.

I nomi di Dostoevskij e di Kafka ci riporta ¬≠no ai due massimi esempi in cui l’autorit√† dello scrittore √Ę‚ÄĒ cio√® il potere di trasmettere un messaggio inconfondibile attraverso a una spe ¬≠ciale intonazione del linguaggio e a una spe ¬≠ciale deformazione della figura umana e delle situazioni √Ę‚ÄĒ coincide con l’autorit√† del pensato ¬≠re al livello pi√Ļ alto. Il che vuol anche dire che l’¬ę uomo di Dostoevskij ¬Ľ e ¬ę l’uomo di Kafka ¬Ľ hanno cambiato l’immagine dell’uomo anche per chi non ha una particolare inclinazione per la filosofia che sta √Ę‚ÄĒguardassero pi√Ļ o meno esplicitamente √Ę‚ÄĒ dietro a quella rappresentazione. Su questo li ¬≠vello d’autorit√†, lo scrittore del nostro tempo che pu√≤ essere posto accanto a quei due √® Sa ¬≠muel Beckett. L’immagine che noi oggi ci fac ¬≠ciamo dell’uomo non pu√≤ non tener conto del ¬≠l’assolutezza negativa dell’¬ę uomo di Beckett ¬Ľ.

Bisogna dire che quello di dare etichette filo ¬≠sofiche agli scrittori (che cos’√® Hemingway? Un behaviourista; che cos’√® Robbe-Grillet? Un filosofo analitico) √® un gioco di societ√† la cui inconsistenza potrebbe essere perdonata solo se fosse, molto spiritoso, e non lo √®. Quante volte si √® speso il nome di Wittgenstein a proposito di scrittori che avevano in comune solo il fatto di non avere nulla a vedere con Wittgenstein! Stabilire chi √® lo scrittore del positivismo logi ¬≠co potrebbe essere un bel tema per un con ¬≠gresso internazionale del Pen Club. Quanto al ¬≠lo strutturalismo √® meglio attendere, dopo i bril ¬≠lanti risultati raggiunti in vari campi, che si costituisca tanto una sua filosofia quanto una sua letteratura.

Il terreno tradizionale per l’abbraccio tra fi ¬≠losofia e letteratura √® l’etica. O meglio: l’etica ha costituito quasi sempre un alibi perch√© fi ¬≠losofia e letteratura non si guardassero direttamente in faccia, sicure e soddisfatte di potersi trovare facilmente d’accordo nel compito comu ¬≠ne d’insegnare agli uomini la virt√Ļ. Questa √® stata la mala sorte letteraria delle filosofie pra ¬≠tiche, soprattutto del marxismo: portarsi dietro una letteratura illustrativa ed esortativa, che tende a rendere naturale e conforme ai senti ¬≠menti spontanei la visione filosofica del mondo. Si perde cos√¨ il vero valore rivoluzionario d’una filosofia, che consiste nell’essere tutta punte e attriti, nello sconvolgere il senso comune e i sentimenti, nel far violenza a ogni modo di pensare ¬ę naturale ¬Ľ.

La definizione di scrittore marxista spet ¬≠ta forse solo a Brecht, che in contrasto con l’eti ¬≠ca e l’estetica ufficiali del comunismo, non guar ¬≠dava alla superficie del ¬ę realismo ¬Ľ ma alla lo ¬≠gica del meccanismo interno dei rapporti uma ¬≠ni, al capovolgimento dei valori, e ostentava una pedagogia antivirtuista. Oggi √Ę‚ÄĒ in Germa ¬≠nia, in Italia e anche un po’ in Francia √Ę‚ÄĒ nel ¬≠la letteratura della ¬ę nuova sinistra ¬Ľ che si ri ¬≠chiama al marxismo rifiutando l’illustrazione ¬ę realistica ¬Ľ e pedagogica, esiste una corrente che continua a tener Brecht come maestro: per ¬≠ch√© egli era didascalico paradossalmente, provo ¬≠catoriamente; per un’altra corrente invece il mar ¬≠xismo √® e dev’essere solo coscienza dell’inferno in cui viviamo, e chi pretende indicare vie di uscita toglie forza a questa coscienza; lettera ¬≠tura rivoluzionaria √® per loro solo quella della negazione assoluta.

Nello stesso tempo appare ormai chiaro che, se √® vero che i filosofi dopo aver interpretato il mondo devono cambiarlo, √® altrettanto vero che se smettono per un momento d’interpretarlo non riescono a cambiare pi√Ļ nulla. Il dog ¬≠matismo ha perso terreno; l’aspettativa di sco ¬≠prire qualche verit√† nascosta nelle ideologie estranee accomuna oggi ex-settari e neo-estre ¬≠misti.

Dal punto di maggiore resistenza questa si ¬≠tuazione si estende intorno. E’ sotto il segno d’un vorace ecclettismo che la letteratura sta ritornando a interessarsi di filosofia; e si vedo ¬≠no scrittori d’impianto tradizionale trarre ispira ¬≠zione da letture filosofiche aggiornate, senza che la superficie monocroma e uniforme del loro mondo sia incrinata. La lettura filosofica del mondo pu√≤ servire tanto a confermare quan ¬≠to a mettere in crisi quel che gi√† sappiamo, indipendentemente dalla filosofia ispiratrice. Tut ¬≠to dipende da come lo scrittore penetra sotto la crosta delle cose: Joyce proiettava su una spiaggia squallida le domande teologiche e onto ¬≠logiche imparate a scuola e lontane dalle preoc ¬≠cupazioni attuali, ma ogni cosa che toccava, scarpe sfondate, uova di pesci, ciottoli, appari ¬≠vano sconvolti fin nella loro ultima sostanza.

Questa analisi stratigrafica della realt√† √® con ¬≠tinuata oggi da scrittori dotati della strumenta ¬≠zione culturale ed epistemologica pi√Ļ moderna e rigorosa (mi limiter√≤ a citare Michel Butor e Uwe Johnson). Ed essa porta a mettere in discussione non solo il mondo (che sarebbe po ¬≠ca cosa) ma l’essenza stessa dell’opera lettera ¬≠ria. Sono rischi che bisogna essere pronti a cor ¬≠rere, se si vuol seguire questa strada.

Il clima oggi dominante tra i giovani scritto ¬≠ri √® pi√Ļ filosofico che mai, ma d’una filosofia interna all’atto stesso dello scrivere. In Fran ¬≠cia il gruppo di ¬ę Tel quel ¬Ľ con Philippe Sollers in testa si concentra su un’ontologia del linguaggio, della scrittura, del ¬ęlibro ¬Ľ, che ha avuto il suo profeta in Mallarm√©; in Italia la funzione distruttiva della scrittura sembra es ¬≠sere al centro della ricerca; in Germania la dif ¬≠ficolt√† di scrivere la verit√† √® il tema principale; comunque i caratteri comuni sono dominanti nella situazione generale di questi tre Paesi. La letteratura tende a presentarsi come una attivit√† speculativa austera e impassibile, lon ¬≠tana dai gridi della tragedia come dagli estri della felicit√†: non evoca altri colori e altre im ¬≠magini che il bianco delle pagine e l’allinea ¬≠mento delle righe nere.

Allora il mio discorso di prima non si regge pi√Ļ? Uno scontro frontale tra due modi di ve ¬≠dere il mondo pare diventato impossibile, da quando la letteratura sembra aver aggirato le posizioni della filosofia ed essersi chiusa in una fortezza filosofica che pu√≤ sostenersi con per ¬≠fetta autosufficienza.

In realt√†, se voglio che il mio quadro possa valere non solo per l’oggi ma anche per il domani, devo comprendervi un elemento che ho finora trascurato. Quello che stavo descri ¬≠vendo come un matrimonio a letti separati, va vi ¬≠sto come un m√©nage √† trois: filosofia letteratu ¬≠ra scienza. La scienza si trova di fronte a pro ¬≠blemi non dissimili da quelli della letteratura; costruisce modelli del mondo continuamente messi in crisi, alterna metodo induttivo e de ¬≠duttivo, e deve sempre stare attenta a non scambiare per leggi obiettive le proprie con ¬≠venzioni linguistiche. Una cultura all’altezza della situazione ci sar√† soltanto quando la pro ¬≠blematica della scienza, quella della filosofia e quella della letteratura si metteranno conti ¬≠nuamente in crisi a vicenda.

In attesa di quest’epoca, non ci resta che sof ¬≠fermarci sugli esempi disponibili di una let ¬≠teratura che respira filosofia e scienza ma man ¬≠tiene le distanze e con un leggero soffio dis ¬≠solve tanto le astrazioni teoriche quanto l’ap ¬≠parente concretezza della realt√†. Parlo di quel ¬≠la straordinaria e indefinibile zona dell’immagi ¬≠nazione umana da cui sono uscite le opere di Lewis Carroll, di Queneau, di Borges.

Ma devo prima notare con un semplice fatto, su cui non pretendo costruire nessuna spiega ¬≠zione generale: mentre il rapporto della let ¬≠teratura con la religione, da Eschilo a Dostoev ¬≠skij, si stabilisce sotto il segno della tragedia, il rapporto con la filosofia si fa esplicito per la prima volta nella commedia di Aristofane, e continuer√† a muoversi dietro lo schermo della comicit√†, dell’ironia, dell’humour. Non per nien ¬≠te quelli che nel sec. XVIII si chiamarono contes philosophiques erano in realt√† allegre vendette contro la filosofia compiute attraver ¬≠so l’immaginazione letteraria.

Ma in Voltaire e Diderot l’immaginazione √® governata da un preciso intento didascalico e polemico; l’autore sa gi√† in partenza tutto quel che vuol dire. Sa o crede di sapere? Il riso di Swift e di Sterne √® pieno d’ombre. Contem ¬≠poraneamente al conte philosophique o poco dopo, il conte fantastique e la gothic novel scatenano le visioni ossessive dell’inconscio. La vera contestazione della filosofia √® nell’ironia lucida, nelle sofferenze della ragione (noi italia ¬≠ni pensiamo subito ai dialoghi di Leopardi), nella trasparenza dell’intelligenza (i francesi pensano subito a Monsieur Teste) oppure nell’evocare i fantasmi che continuano ad hanter le nostre case illuminate?

 Ambedue le tradizioni continuano sparsamen ¬≠te fino a oggi. Lo scrittore ¬ę philosophe ¬Ľ alla maniera del XVIII secolo ha oggi le sue pi√Ļ fiorenti reincarnazioni in Germania, come poeta (Enzensberger), autore teatrale (Sade-Marat di Peter Weiss), romanziere (Gunther Grass). D’altro canto, la letteratura ¬ę fantastique ¬Ľ fu rilanciata dal surrealismo nella sua battaglia per abbattere le barriere tra razionale e irrazio ¬≠nale in letteratura. Con la formula ¬ę hasard objectif ¬Ľ, Breton sfata l’irrazionalit√† del caso: le associazioni di parole e immagini rispondono a una logica nascosta non meno autorevole di quello che viene comunemente detto ¬ę il pen ¬≠siero ¬Ľ. Forse il principale nodo filosofico della letteratura del nostro secolo √® l√¨.

A dire il vero, il nuovo orizzonte s’era aperto quando un reverente studioso di logica e ma ¬≠tematica s’era messo a inventare le storie d’Alice. Da quel momento sappiamo che la ragione filosofica (che ¬ę quando dorme genera mostri ¬Ľ) pu√≤ avere, a occhi aperti, sogni bellissimi e as ¬≠solutamente degni dei suoi pi√Ļ alti momenti speculativi.

Da Lewis Carroll in poi si instaura un nuovo rapporto tra filosofia e letteratura. Nascono i grandi degustatori di filosofia come stimolo alla immaginazione. Queneau, Borges, Arno Schmidt, intrattengono rapporti diversi con diverse filo ¬≠sofie e ne nutrono diversissimi mondi visionari e linguistici. Comune a loro √® l’abitudine a na ¬≠scondere le carte: le frequentazioni filosofiche traspaiono solo attraverso l’allusione ai grandi testi, la geometria metafisica, l’erudizione. Di momento in momento ci aspettiamo che la fili ¬≠grana segreta dell’universo stia per apparire in trasparenza: aspettativa sempre delusa, com’√® giusto.

Caratteristica di questa famiglia di scrittori √® l’attitudine a coltivare le pi√Ļ comprometten ¬≠ti passioni speculative ed erudite senza mai prenderle sul serio fino in fondo. Sui confini del loro regno si situano: Beckett, che costitui ¬≠sce un caso a s√©, tanto che il suo atroce sber ¬≠leffo √® sospettato di tragicit√† e religiosit√†, non so se a torto; Gadda diviso tra l’aspirazione a scrivere ogni volta una Storia Naturale del ge ¬≠nere umano e il furore che lo congestiona ogni volta al punto di fargli interrompere i suoi libri a met√†; Gombrowicz, diviso tra una levi ¬≠t√† funambolesca (lo splendido duello tra un Sintetista e un Analista) e la concentrazione di ¬≠vorante dell’Eros.

Erotizzare la coltura √® un gioco tra segni e significati, tra miti e idee che pu√≤ dischiudere giardini di delizie visionarie, ma deve essere pra ¬≠ticato con un supremo distacco. Mi viene bene qui di citare un libro uscito pochi mesi fa in Francia. Vendredi di Michel Tournier, un ri ¬≠facimento del Robinson Crusoe densissimo di riferimenti alle ¬ę scienze umane ¬Ľ, in cui Ro ¬≠binson fa l’amore (letteralmente) con l’isola.

Robinson Crusoe fu romanzo filosofico sen ­za saperlo, e prima ancora Don Quixote e Hamlet, non so fino a che punto sapendolo, annunciarono un nuovo rapporto tra la leggerez ­za fantomatica delle idee e la pesantezza del mondo. Quando si parla di rapporti tra lettera ­tura e filosofia non si deve dimenticare che il discorso comincia di lì.

 


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Bart