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LETTERATURA: I MAESTRI: Barbaro, estroso fanciullo

13 Agosto 2015

di C. G.
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 45, gioved√¨, 9 novembre 1967]

C’√® da persuadersi che il caso, qual ¬≠che volta, obbedisca davvero a miste ¬≠riose relazioni occulte, se la notizia della morte di Camillo Sbarbaro, un poeta che ho amato, mi √® stata comu ¬≠nicata inaspettatamente, per telefono, mentre sedevo a un pranzo insieme a Eugenio Montale. Non ho mai cenato con Montale, i miei incontri con l’il ¬≠lustre poeta si contano sulle dita, era circostanza puramente fortuita che mi trovassi ieri sera con lui in casa di comuni amici. Ma √® uno dei ricordi pi√Ļ vivi delle mie letture di adole ¬≠scente l’epigramma che comincia, ne ¬≠gli Ossi di seppia, ¬ę Sbarbaro, estro ¬≠so fanciullo, piega versicolori / car ¬≠te e ne trae navicelle che affida alla fanghiglia / mobile di un rigagno; ve ¬≠dile andarsene fuori. / Sii preveggen ¬≠te per lui, tu galantuomo che passi… ¬Ľ. Un minimo mistero storico e biografi ¬≠co, una leggenda infantile, un paesag ¬≠gio, la riviera ligure, un’amicizia sim ¬≠bolica si annodavano, per me, intorno a quei pochi versi leggeri, solfeggiati da una mano gaiamente fantastica, in un gusto tra lo scherzo, l’acquerello e il foglietto d’album. In una parte del ¬≠la mia memoria Montale e Sbarbaro sono ancora quei due ragazzi chini sul greto di un fiume, tra i sassi, le poz ¬≠zanghere mezzo seccate, gli erbosi fos ¬≠si di un paesaggio destinato a diven ¬≠tare presto emblematico di una nuo ¬≠va ¬ę non-poesia ¬Ľ. Per un istante ho temuto di rientrare nella sala da pran ¬≠zo, esitavo a rituffarmi nel bla-bla del ¬≠la conversazione, non volevo essere io a comunicare a Montale una brut ¬≠ta notizia che mi era stata data per inattesa. Quali virt√Ļ possiedono i no ¬≠mi, e quale potere metaforico ha la poesia!

Gi√† al corrente della morte di Sbar ¬≠baro, Montale seguitava a mangiare e fumare nel suo angolo, in fondo alla tavola, distratto e assorto nei suoi pen ¬≠sieri come suole. E’ stato pi√Ļ tardi che ci siamo appartati, ci siamo sedu ¬≠ti su un divanetto, abbiamo preso a parlare fitto e il discorso a poco a po ¬≠co √® caduto anche su Sbarbaro. A giu ¬≠dicarlo dai Trucioli, dice Montale, for ¬≠se il suo libro pi√Ļ bello, insieme al primo Pianissimo, Sbarbaro lo si sa ¬≠rebbe detto un ¬ę viveur ¬Ľ; mentre era un omino piccolo e grassoccello, not ¬≠tambulo, sempre malvestito, inguari ¬≠bilmente solitario. I ricordi di Mon ¬≠tale non sono troppi, nessuna amici ¬≠zia vera tra i due poeti sembra in realt√† mai esistita. Amico di Angelo Barile, col quale poi litig√≤, e allievo di Adelchi Baratono, Sbarbaro era stato impiegato negli stabilimenti si ¬≠derurgici di Savona e di Genova, poi, licenziatosi, dopo avere partecipato al ¬≠la prima guerra mondiale come sem ¬≠plice fante, viveva a Genova di lezio ¬≠ni private, o a carico della sorella, o vendendo licheni. Viveva di poco, di pochissimo, e come lichenologo ha da ¬≠to importanti contributi scientifici.

Negli ultimi anni si era trasferito a Spotorno. Pochi viaggi, qualche sog ­giorno a Siena, residenza di Elena Vivante, la figlia di Adolfo De Bosis: il solo amore della sua vita. Gli piaceva ­no le donne, a Sbarbaro, esperto di vizi e di postriboli? Forse, ma nem ­meno questo è chiaro. Insegnava il greco, sebbene non fosse laureato, e il suo dono di maestro in questa lingua era tale che i ragazzi la apprendeva ­no con estrema facilità nello spazio di due o tre mesi. Per sostentarsi si aiu ­tava con traduzioni, oltre che dal gre ­co (i tragici), anche dal francese. In Italia Salambò di Flaubert è nota nel ­la traduzione di Sbarbaro (Einaudi, 1943). Ecco tutto, sulla vita di Sbar ­baro.

¬ę Ormai somiglio a una vite che vidi un d√¨ con stupore. Cresceva su un muro di casa nascendo da un lastrico. Trapiantata, sarebbe intristita. Cos√¨ l’anima ha messo radice nella pietra della citt√† e altrove non saprebbe pi√Ļ vivere… Come la vite mi cibo di ari ¬≠dit√†. Pi√Ļ della femmina, m’illudono la sete e gli artifizi… Forse mi vado mineralizzando. Gi√† il mio occhio √® di vetro, da tanto non piango; e il cuore, un ciottolo pesante ¬Ľ. Cos√¨ il poeta raffigurava se stesso nella pri ¬≠ma pagina dei Trucioli. Quanto agli avvenimenti della sua biografia, che cosa si potrebbe aggiungere?

Nel complicato percorso della poesia italiana nel primo quarto di secolo, Sbarbaro conserva un posto d’eccezio ¬≠ne. Pi√Ļ di chiunque altro, negli anni della Voce, di Riviera Ligure e di La- cerba, egli immetteva nel discorso poetico italiano un oscuro sentimento ¬ę prosaico ¬Ľ, nel senso che la sua ispi ¬≠razione si muoveva da centri ¬ę impoe ¬≠tici ¬Ľ rispetto alla tradizione. Esiste un ¬ę realismo ¬Ľ di Sbarbaro: la sua origi ¬≠nalit√†, e il debito del ¬ę non-poeta ¬Ľ Montale verso di lui, deve essere mi ¬≠surata soprattutto su questo metro. Si delinea con Sbarbaro, per la prima volta in casa nostra, se si eccettui qualche scapigliato, un’esperienza di poesia urbana (¬ę …il fanale atroce a capo del vicolo chiuso. Il mio cuore come un ex voto rimane appeso in certi sottoscala in certi crocicchi ¬Ľ ) e affiorano anticipazioni di agguerrita modernit√† (¬ęche a me par, vivendo questa mia / povera vita, un’altra ra ¬≠sentarne / come nel sonno, e che quel sonno sia / la mia vita presente ¬Ľ). Aveva esordito con Resine (1911), una raccolta di liriche pubblicata a 23 anni grazie a una sottoscrizione di amici. Tre anni dopo usciva Pianissimo, cui seguirono, con un lungo intervallo di silenzio negli anni di pieno fascismo, Trucioli (prose, 1920), Liquidazione (1928), Rimanenze (1955), Fuochi fa ¬≠tui (1956), Primizie (1958), Scampoli (1960). Nel 1948 gli fu assegnato il Premio Saint-Vincent per la poesia.


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Bart