Lo spirito della verità non comincia fuori della nostra porta di casa

di Carlo Bo
[da “La fiera letteraria”, numero 39, giovedì 28 settembre 1967]

Per quel tanto di storia che ognuno conosce e sa misurare, la morale è sempre venuta do ­po e la politica ha potuto fare appello a delle ragioni che per la loro natura escludevano qual ­siasi considerazione d’ordine diverso. Sartre pro ­pone ora di introdurre la morale nella politica e la sua â— che chiameremo giusta, santa â— invocazione non ha molte possibilità di essere accettata. Certo non partirà né dalle sue proteste né dalle sue azioni qualcosa che in un imme ­diato futuro rischi di diventare di facile appli ­cazione. E questo per una semplicissima ragio ­ne. e, cioè, che il mondo è ancora legato a un principio di potenza che condiziona non soltan ­to le azioni dei politici, di chi governa, dunque di chi decide delle nostre sorti ma resta il moto ­re stesso della vita. Tutt’al più riusciremo a ri ­durre gli scoppi più violenti di questa passione, tutt’al più ci avvieremo verso un’immagine più umana delle relazioni internazionali.

Questa, d’altra parte, è tutta la speranza che ci è consentito di nutrire nei nostri cuori, ri ­mandando a un tempo lontano una diversa or ­ganizzazione. Ma a questo punto lascerei un di ­sborso che, per forza di cose, si bagna soprattut ­to nell’utopia e scivola naturalmente nelle ipotesi. nelle raccomandazioni e in quel tanto di reto ­rica che ognuno di noi sopporta ma non cerca eh applicare. Caso mai, c’è da registrare sulla partita dei profitti quei movimenti d’opinione, quelle assemblee spontanee promosse nei mo ­renti di maggiore tensione e che da trent’anni a questa parte rappresentano la famiglia più re ­sponsabile dell’umanità. Vero anche che questi movimenti nascono dall’attenzione di pochi spi ­ni illuminati, da chi per l’appunto ha sempre avuto il compito di ricordare, di prospettare la verità. Sono ancora movimenti di riflesso ma non c’è dubbio che abbiano avuto un valore attivo, abbiano per lo meno fatto nascere in moltissimi la convinzione che la politica possa essere aiuta ­ta, corroborata o addirittura influenzata dalle fa ­miglie anonime, da chi non trovandosi impigliato nel gioco dei primati non ha perso di vista quel ­li che sono gli obiettivi ultimi.

In trent’anni, diciamo dalla guerra di Spagna, si sono fatti molti passi avanti ma sarebbe pe ­rò illusorio credere che la politica abbia ceduto nei confronti di questi stimoli morali. Chi ha vinto, chi vince riesce sempre a imporre una sua ragione morale e nello stesso tempo a ritardare o addirittura a cancellare la parte della verità, della morale vera. Conta a ogni modo questa presa di coscienza e ogni uomo di buona volon ­tà ha come primo compito quello di suggerire, di sviluppare questa tendenza, questo bisogno di allargare il discorso, di portarlo su un terreno di maggiore corresponsabilità. Fino a quando noi ci limitiamo a protestare, a insidiare le struttu ­re della politica di prestigio e di potenza come dei richiami all’ordine, con delle sincere ma va ­ne raccomandazioni il progresso sarà limitato e indirettamente si farà il gioco di chi ha in mano la carta delle ultime decisioni. Detto questo, è fin troppo evidente che non basta nutrire que ­sta nuova coscienza ma è indispensabile unire a questi movimenti di appello un modo sempre più profondo di partecipazione. Quando la politica non fa il suo dovere, quando tradisce è perché prima c’è stato un lungo tempo di disordine, di cui tutti siamo stati responsabili.

La storia del fascismo non è fatta soltanto dei delitti di una ridottissima minoranza ma anche delle stanchezze, dei cedimenti e delle omis ­sioni di tutta la nostra famiglia. In questo sen ­so sembra opportuno pensare a una forma di controllo ma responsabile, che ci impegni. Non dobbiamo fare soltanto la parte dei giudici, né dobbiamo limitarci a dare delle sentenze che, al ­la fine, non sono neppure degli alibi. Se davvero si intende operare in questa direzione, dobbia ­mo ripartire tutti da zero e impedire che viva ancora dentro di noi lo spirito di sopraffazione e si continui a giocare di astuzia fra di noi, se ­parando ingiustamente la famiglia dei responsa ­bili ufficiali da tutta la famiglia che è pur sem ­pre alla base delle relazioni e dei rapporti co ­muni.

Ecco perché mi sembra più utile ridurre la portata del nostro discorso e uscire da quel tan ­to di equivoco che permane sul fondo delle que ­stioni generali. Se lasceremo da parte le ragioni astratte, se non ci accontenteremo di discutere su un’equazione puramente simbolica avremo già dato una nuova sistemazione a un problema che investe la nostra sorte di uomini. Del resto, se vogliamo tradurre la proposta di Sartre sul pia ­no della realtà non c’è altro da fare che comin ­ciare dall’esame della nostra condotta e da una verifica delle nostre azioni. Proviamo a guardare con assoluta libertà la storia, la nostra piccola storia italiana di questi ultimi vent’anni e alla fine vedremo molto lucidamente dove abbiamo mancato, dove abbiamo tradito, perché lentamen ­te abbiamo lasciato cadere questa spinta d’ordi ­ne morale che ci ha tanto affascinato nell’imme ­diato dopoguerra e che abbiamo sciupato e irri ­so nel tritume del quotidiano, nel gioco degli in ­teressi che sembravano offrire la tranquillità. Il primo errore â— non c’è dubbio â— è stato quello di trasferire tutto sul piano della dottrina, nel ri ­mettere nell’ambito di certe manovre astratte quello che pure era il compito, quella che avreb ­be dovuto essere l’azione. Ancora una volta la politica â— nel senso minore del termine â— ha avuto buon gioco e non sarebbe stato difficile riconoscere alla base di « quella » politica delle ragioni e degli interessi che contraddicevano l’or ­dine morale, la verità morale che pure avevamo dichiarato di voler assumere come unico parametro, come unica misura della nostra fede. In tal senso la sproporzione fra i propositi e le azioni, fra quello che si diceva di voler fare e i risultati pratici era condannata a crescere e a lentamente decadere fino alla più povera imma ­gine di tattica quotidiana.

Ora è proprio il risultato a denunciare l’equi ­voco di partenza e a definire la natura dell’erro ­re: chi più chi meno era persuaso che non ci potesse essere nessuna vera equazione fra mo ­rale e politica sul terreno pratico e che fosse sufficiente tenere in qualche modo, anche se separati da un abisso, questi due termini. Fu così che per molti anni siamo andati avanti con delle professioni di fede che rientravano nel ca ­pitolo inesauribile della retorica e con delle azio ­ni che erano ispirate dalla parte più fragile del ­le necessità del momento. Eppure la saldatura fra i due mondi l’avremmo dovuta tentare subi ­to, in modo da non perdere di vista quella che era la parte della coscienza responsabile.

Ci offende lo spettacolo della violenza

Il risultato non può lasciare illusioni di sorta: al libro delle grandi proteste non corrisponde nulla sul terreno pratico. Soprattutto preoccupa e addolora l’atmosfera di sfiducia, di abbandono che si è lentamente creata. Siamo così ricaduti in quella sorta di attesa e in quello spirito di ri ­nuncia che traggono le loro forze dalla certezza che tutto sia inutile, che il nostro destino sia immutabile e, alla fine, legato alla più volgare nozione di storia. Quella che è stata detta la fi ­ne delle ideologie ha coinciso con la vittoria del ­lo spirito di dimissioni. Non per nulla l’idea del ­la potenza, della forza sembra oggi tenere il campo della vittoria. Mi si dirà che sono state le cose del mondo a indurci nuovamente in que ­sta condizione e in parte è vero ma non dimen ­tichiamo che siamo stati noi, per quel tanto o quel poco che avremmo potuto, a non fare ciò che avremmo dovuto per lo meno tentare. La guerra ha ripreso la sua danza, anche se conte ­nuta in limiti di apparente sopportabilità (parlo, beninteso, di noi che siamo degli spettatori e ignoriamo l’aumento dello scotto da pagare). Ora, come ci comportiamo? La guardiamo, ce ne scandalizziamo, la condanniamo ma che valore hanno le nostre parole, che potere abbiamo den ­tro di noi per inserirci in un discorso che non diventi di colpo esterno e si esaurisca nella stan ­chezza? Ci sono dei Paesi in cui questo abisso si è allargato in maniera spaventosa e nello stes ­so momento che le coscienze ufficiali protestano, si ha la prova che la morale sia inerte, sia qual ­cosa che si avvicina più all’idea della maschera che non a quella di una mano che può interve ­nire per correggere o sanare.

Da questo disordine, da questa rottura fra i due movimenti è ben difficile non ricavare una sensazione di smarrimento e di profonda sfidu ­cia. E proprio qui â— quando la stanchezza ci colpisce più direttamente â— siamo tentati di di ­re che sono venute meno le ragioni della spe ­ranza e che la natura dell’uomo non sopporta correzioni importanti, di fondo. Senonché è pro ­prio in questo momento che dovremmo confron ­tare la nostra condotta con quella dei respon ­sabili ufficiali, se non altro per vedere se esi ­stono differenze reali o se invece i politici non fanno altro che applicare quello che su scala mi ­nore facciamo noi. Sarebbe troppo comodo en ­trare come giudici su un territorio che è anche il nostro, di cui noi siamo anche padroni.

Torniamo così al discorso di prima: non sba ­gliano soltanto quei pochi che ci rappresentano; se ci sono stati degli errori, ne siamo tutti ugualmente responsabili. Lo stesso vale per quel tanto di spirito di guerra che respira oggi nel mondo. Ci ripugnano certe decisioni, ci offende lo spettacolo della violenza ma non sappiamo ri ­conoscere lealmente che in parte siamo stati noi ad alimentare quelle decisioni, che in parte ab ­biamo contribuito a mantenere viva l’idea della violenza. Perché si arrivi a una vera distensio ­ne, è indispensabile che si parte da zero, che il movimento sia unitario, e, prima di tutto, che l’ansia d’ordine morale scaturisca da ognuno di noi e non soltanto per privilegio di qualcuno.

La protesta che rappresenta una conquista del nostro tempo per essere convincente, perché pos ­sa dare i frutti che tutti aspettiamo deve essere accompagnata da uno sforzo. Se noi la chiudia ­mo nell’eco immediata delle sue invocazioni, non ha grandi possibilità di sopravvivere oltre la fine dello spettacolo. Ce lo insegna sempre la storia di questi vent’anni che è stata tanto ric ­ca di iniziative in questo senso. Protestare sen ­za un minimo di partecipazione diventa un mo ­do di scaricare le nostre responsabilità, anzi è il primo passo verso l’eterno abisso che separa la morale dalla politica. L’azione di Sartre vuole per l’appunto essere qualcosa di più, vuole si ­gnificare l’inutilità della protesta per la protesta. Caso mai, ci sarebbe qualcosa da obiettare sul ­la validità di quest’azione ma mi sembra che proprio su questo punto l’intervento di Preti abbia detto quello che c’era da dire.

Quello che Sartre ha fatto con i suoi amici a Stoccolma deve essere dunque accettato come una sconfessione della protesta fine a se stessa. Subito dopo, ognuno è libero di suggerire o di proporre delle soluzioni concrete. La soluzione di Sartre rischia di diventare immediatamente una soluzione di privilegio perché esclude quella azione del singolo e di tutti che a noi sembra in ­dispensabile. Mi si dirà: in che modo il singolo può intervenire in un problema che è di tutti? A costo di apparire ingenuo, mi sembra di po ­ter osservare che è proprio dalla correzione mo ­rale del singolo che si deve partire. Perché, un giorno, sia raggiungibile questa equazione fra politica e morale, è necessario che il capovolgi ­mento sia tentato partendo da una maturazione morale concreta. Ora, non possiamo non chieder ­ci: che cosa abbiamo fatto in questo senso, qua ­le è stata la nostra opera vera negli ultimi ven ­t’anni?

Eternamente arbitri eternamente giudici

Se ognuno di noi ha il coraggio di andare sul fondo del cuore, la risposta salta agli occhi: è sconfortante, in quanto abbiamo scaricato sulle spalle degli altri tutte le voci di errore e di ne ­gazione. Giudici perfetti nello stendere delle re ­lazioni lucidissime sulle cose del mondo, non ab ­biamo però mai pagato di persona, anzi non ab ­biamo neppure detto che eravamo disposti a pa ­gare qualcosa. Che è poi l’eterno divario fra di ­ritti e doveri, in un gioco che ci lascia eterna ­mente disponibili, fuori del limite insuperabile della compromissione. Ecco perché alla protesta seguiva il calcolo nell’impossibile tentativo di far convivere dentro di noi il giudice e il citta ­dino, il moralista e il politico. La politica ha mancato perché è mancata la morale. La nostra vita pubblica è quello che è perché da parte no ­stra ci sono state soltanto o delle proteste o del ­le accettazioni di comodo.

E’, dunque, mancato quel tentativo di inseri ­mento che andava fatto per l’appunto partendo da una sicura, da una vera ragione morale. La protesta spesso diventava il mezzo più debole di collaborazione minima. Mentre suonava con ­danna in nome della morale, era un’offesa all’idea stessa di una morale autentica. Questo ci spiega come sia tanto cresciuto male in noi lo spirito di libertà, come ci si sia a poco a poco abitua ­ti a cambiare le carte in tavola, nell’intento di lasciare l’altro sulla pedana degli imputati.

Ma in che modo abbiamo salvato la nostra in ­tegrità di schermo? Qui se avessimo davvero coraggio dovremmo dare una risposta impietosa, crudele. L’abbiamo salvata al modo di Pilato, mettendoci da una parte, lasciando che gli altri combattessero fra di loro. Eternamente arbitri, eternamente giudici. Così a poco a poco la poli ­tica ha ripreso il sopravvento assoluto e noi sia ­mo tornati alla convinzione di sempre per cui non c’è nessuna possibilità di incontro né â—- tan ­to meno â— di collaborazione.

La carità muore senza l’azione

Il gusto della protesta formale, ha dato dei frutti negativi e alla fine ha staccato â— speria ­mo non definitivamente â— la vita della politica dal registro delle preoccupazioni morali. Il prin ­cipio della potenza sembra essere tornato sugli altari, sostenuto da una concezione tutta materia ­listica della vita e dall’idolatria del successo e del denaro. Le cose non ammettono morale di alcun genere e noi siamo portati dalle cose lega ­ti al fascino dei riflessi e delle voci ripetute. La partita nell’ambito del quotidiano è giocata in tutt’altra direzione. Come pensare che ci si debba regolare altrimenti quando si passi dall’in ­dividuale al generale, dalla politica di casa a quella del mondo? A volte suona irrisione la pro ­testa di chi vorrebbe rispettata la regola della morale sul terreno nei grandi movimenti ma ave ­re la più ampia libertà per se stesso, per quanto lo tocca più da vicino.

Non sono cose da poco né sono del parere che lo spirito di verità e di carità cominci fuori del ­la nostra porta di casa. Ci sono dei fatti, degli avvenimenti capitali che hanno la loro radice â— riconoscibilissima â— dentro di noi. Per chi muore ingiustamente nel Vietnam e nelle altre parti del mondo dove la guerra porta apertamen ­te il suo nome le responsabilità non si fermar.’ negli uffici dei grandi politici che sembrano fare la storia del mondo ma vengono anche da noi da ognuno di noi e sono nate nel momento in cui abbiamo ceduto, date le dimissioni, creduto a un’immagine miserevole e sconfortante del ­l’uomo. E’ la somma di queste colpe anonime, continue, avvolte nel fumo della non-responsabilità ufficiale che alla fine conta e decide.

Chi crederà mai che bastino dei grandi pro ­positi a salvarci? La carità muore senza l’azione e la nostra azione â— il più delle volte â— contrad ­dice le belle parole, la rettorica delle proposte formali, che non chiedono la prima traduzione sul terreno della pratica quotidiana.

E’ la morale del singolo che alimenta l’idea della politica e questo perché a un errore no ­stro corrisponde fatalmente il disastro e la scia ­gura di tutti. L’azione di Sartre potrebbe avere qualche risultato se dalla base partisse una ri ­sposta concorde e sostenuta dalla partecipazione pratica. Così com’è resta un bel gesto, dettato dal dolore e dalla disperazione.

Giudicare, mettere guerra contro guerra, man ­dare condannati come assassini, i politici, al sono tutte cose che hanno un’efficacia pubblica sul momento ma sono condannate a un silenzio e a un oblio non lontani.

Basta la nostra posizione di difesa, basta il no ­stro atteggiamento di giudici non disposti a com ­promettersi, a partecipare perché il gioco della cattiva politica continui e si aggravi.

In questo senso, ci sembra venuto il tempo che deve seguire quello della protesta, il tempo del ­la partecipazione attiva, degli uomini che sanno pagare la propria morale, oltre che proclamarla.

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