di Italo Calvino
[da “La fiera letteraria”, numero 43, giovedì 26 ottobre 1967]
« La fiera letteraria » è lieta di far conoscere ai lettori italiani il testo originale dell’articolo di Italo Calvino pubblicato su uno degli ultimi numeri del « Times Literary Supplement » dedicato ai rapporti tra la letteratura e altre discipline. A Calvino era stato chiesto di scrivere su « letteratura e filosofia », ma lo scrittore ha aggirato il tema facendo del suo articolo una specie di poetica e una mappa delle sue predilezioni fantastiche.
Il rapporto tra filosofia e letteratura è una lotta. Lo sguardo dei filosofi attraversa l’opaci tà del mondo, ne cancella lo spessore carnoso, riduce la varietà dell’esistente a una ragnatela di relazioni tra concetti generali, fissa le rego le per cui un numero finito di pedine muoven dosi su una scacchiera esaurisce un numero for se infinito di combinazioni. Arrivano gli scritto ri e agli astratti pezzi degli scacchi sostituisco no re regine cavalli torri con un nome, una forma determinata, un insieme d’attributi reali o equini, al posto della scacchiera distendono campi di battaglia polverosi o mari in burra sca; ecco le regole del gioco buttate all’aria, ecco un ordine diverso da quello dei filosofi che si lascia a poco a poco scoprire. Ossia: chi sco pre queste nuove regole del gioco sono nuova mente i filosofi, tornati alla riscossa a dimo strare che l’operazione compiuta dagli scritto ri è riducibile a una operazione delle loro, che le torri e gli alfieri determinati non erano che concetti generali travestiti.
Così continua la disputa, ognuna delle due parti sicura d’aver compiuto un passo avanti nella conquista della verità o almeno di una verità, e nello stesso tempo consapevole che la materia prima delle proprie costruzioni è la stessa di quella dell’altra: parole. Ma le parole come i cristalli hanno facce e assi di rotazione con proprietà diverse, e la luce si rifrange di versamente a seconda di come questi cristalli-parole sono orientati, a seconda di come le la mine polarizzanti sono tagliate e sovrapposte. L’opposizione letteratura-filosofia non esige d’esser risolta; al contrario, solo se considerata permanente e sempre nuova ci dà la garanzia che la sclerosi delle parole non si chiude sopra di noi come una calotta di ghiaccio.
E’ una guerra in cui i due contendenti non devono mai perdersi di vista ma nemmeno in trattenere rapporti troppo ravvicinati. Lo scrit tore che vuol fare concorrenza al filosofo lan ciando i suoi personaggi in dissertazioni pro fonde finisce nel migliore dei casi per rendere abitabili, persuasive, quotidiane le vertigini del pensiero, senza farci respirare l’aria delle gran di altezze. Comunque, questo tipo di scrittore appartiene ai primi decenni del nostro secolo, all’epoca del raziocinante teatro di Pirandello e delle conversazioni intellettuali dei romanzi di Huxley, e oggi appare quanto mai lontano. An che il romanzo intellettuale, il romanzo-discus sione è scomparso; chi oggi avesse da scrivere una nuova Montagna incantata o un nuovo Uomo senza qualità non scriverebbe un ro manzo ma un saggio di storia delle idee o di sociologia della cultura.
Allo stesso modo la filosofia troppo vestita di carne umana, troppo sensibile all’immediato e al vissuto, costituisce per la letteratura una sfida meno eccitante che l’astrazione della me tafisica o della logica pura. Fenomenologia ed esistenzialismo confinano con la letteratura at traverso frontiere non sempre chiaramente se gnate. Il filosofo-scrittore può gettare sul mon do un nuovo sguardo filosofico che sia nello stesso tempo un nuovo sguardo letterario? Per un momento, quando il protagonista della Nausée osserva la sua faccia nello specchio, que sto può essere possibile; ma per larga parte della sua opera il filosofo-scrittore appare come un filosofo che ha al suo servizio uno scritto re versatile fino all’eccletismo. La letteratura dell’esistenzialismo non ha più corso perché non è riuscita a darsi un proprio rigore letterario. Solo quando lo scrittore scrive prima del filo sofo che lo interpreta, il rigore letterario servi rà di modello al rigore filosofico: anche se scrit tore e filosofo convivono nella stessa persona. Questo vale non solo per Dostoevskij e per Kafka, ma anche per Camus e per Genet.
I nomi di Dostoevskij e di Kafka ci riporta no ai due massimi esempi in cui l’autorità dello scrittore â— cioè il potere di trasmettere un messaggio inconfondibile attraverso a una spe ciale intonazione del linguaggio e a una spe ciale deformazione della figura umana e delle situazioni â— coincide con l’autorità del pensato re al livello più alto. Il che vuol anche dire che l’« uomo di Dostoevskij » e « l’uomo di Kafka » hanno cambiato l’immagine dell’uomo anche per chi non ha una particolare inclinazione per la filosofia che sta â—guardassero più o meno esplicitamente â— dietro a quella rappresentazione. Su questo li vello d’autorità, lo scrittore del nostro tempo che può essere posto accanto a quei due è Sa muel Beckett. L’immagine che noi oggi ci fac ciamo dell’uomo non può non tener conto del l’assolutezza negativa dell’« uomo di Beckett ».
Bisogna dire che quello di dare etichette filo sofiche agli scrittori (che cos’è Hemingway? Un behaviourista; che cos’è Robbe-Grillet? Un filosofo analitico) è un gioco di società la cui inconsistenza potrebbe essere perdonata solo se fosse, molto spiritoso, e non lo è. Quante volte si è speso il nome di Wittgenstein a proposito di scrittori che avevano in comune solo il fatto di non avere nulla a vedere con Wittgenstein! Stabilire chi è lo scrittore del positivismo logi co potrebbe essere un bel tema per un con gresso internazionale del Pen Club. Quanto al lo strutturalismo è meglio attendere, dopo i bril lanti risultati raggiunti in vari campi, che si costituisca tanto una sua filosofia quanto una sua letteratura.
Il terreno tradizionale per l’abbraccio tra fi losofia e letteratura è l’etica. O meglio: l’etica ha costituito quasi sempre un alibi perché fi losofia e letteratura non si guardassero direttamente in faccia, sicure e soddisfatte di potersi trovare facilmente d’accordo nel compito comu ne d’insegnare agli uomini la virtù. Questa è stata la mala sorte letteraria delle filosofie pra tiche, soprattutto del marxismo: portarsi dietro una letteratura illustrativa ed esortativa, che tende a rendere naturale e conforme ai senti menti spontanei la visione filosofica del mondo. Si perde così il vero valore rivoluzionario d’una filosofia, che consiste nell’essere tutta punte e attriti, nello sconvolgere il senso comune e i sentimenti, nel far violenza a ogni modo di pensare « naturale ».
La definizione di scrittore marxista spet ta forse solo a Brecht, che in contrasto con l’eti ca e l’estetica ufficiali del comunismo, non guar dava alla superficie del « realismo » ma alla lo gica del meccanismo interno dei rapporti uma ni, al capovolgimento dei valori, e ostentava una pedagogia antivirtuista. Oggi â— in Germa nia, in Italia e anche un po’ in Francia â— nel la letteratura della « nuova sinistra » che si ri chiama al marxismo rifiutando l’illustrazione « realistica » e pedagogica, esiste una corrente che continua a tener Brecht come maestro: per ché egli era didascalico paradossalmente, provo catoriamente; per un’altra corrente invece il mar xismo è e dev’essere solo coscienza dell’inferno in cui viviamo, e chi pretende indicare vie di uscita toglie forza a questa coscienza; lettera tura rivoluzionaria è per loro solo quella della negazione assoluta.
Nello stesso tempo appare ormai chiaro che, se è vero che i filosofi dopo aver interpretato il mondo devono cambiarlo, è altrettanto vero che se smettono per un momento d’interpretarlo non riescono a cambiare più nulla. Il dog matismo ha perso terreno; l’aspettativa di sco prire qualche verità nascosta nelle ideologie estranee accomuna oggi ex-settari e neo-estre misti.
Dal punto di maggiore resistenza questa si tuazione si estende intorno. E’ sotto il segno d’un vorace ecclettismo che la letteratura sta ritornando a interessarsi di filosofia; e si vedo no scrittori d’impianto tradizionale trarre ispira zione da letture filosofiche aggiornate, senza che la superficie monocroma e uniforme del loro mondo sia incrinata. La lettura filosofica del mondo può servire tanto a confermare quan to a mettere in crisi quel che già sappiamo, indipendentemente dalla filosofia ispiratrice. Tut to dipende da come lo scrittore penetra sotto la crosta delle cose: Joyce proiettava su una spiaggia squallida le domande teologiche e onto logiche imparate a scuola e lontane dalle preoc cupazioni attuali, ma ogni cosa che toccava, scarpe sfondate, uova di pesci, ciottoli, appari vano sconvolti fin nella loro ultima sostanza.
Questa analisi stratigrafica della realtà è con tinuata oggi da scrittori dotati della strumenta zione culturale ed epistemologica più moderna e rigorosa (mi limiterò a citare Michel Butor e Uwe Johnson). Ed essa porta a mettere in discussione non solo il mondo (che sarebbe po ca cosa) ma l’essenza stessa dell’opera lettera ria. Sono rischi che bisogna essere pronti a cor rere, se si vuol seguire questa strada.
Il clima oggi dominante tra i giovani scritto ri è più filosofico che mai, ma d’una filosofia interna all’atto stesso dello scrivere. In Fran cia il gruppo di « Tel quel » con Philippe Sollers in testa si concentra su un’ontologia del linguaggio, della scrittura, del «libro », che ha avuto il suo profeta in Mallarmé; in Italia la funzione distruttiva della scrittura sembra es sere al centro della ricerca; in Germania la dif ficoltà di scrivere la verità è il tema principale; comunque i caratteri comuni sono dominanti nella situazione generale di questi tre Paesi. La letteratura tende a presentarsi come una attività speculativa austera e impassibile, lon tana dai gridi della tragedia come dagli estri della felicità: non evoca altri colori e altre im magini che il bianco delle pagine e l’allinea mento delle righe nere.
Allora il mio discorso di prima non si regge più? Uno scontro frontale tra due modi di ve dere il mondo pare diventato impossibile, da quando la letteratura sembra aver aggirato le posizioni della filosofia ed essersi chiusa in una fortezza filosofica che può sostenersi con per fetta autosufficienza.
In realtà, se voglio che il mio quadro possa valere non solo per l’oggi ma anche per il domani, devo comprendervi un elemento che ho finora trascurato. Quello che stavo descri vendo come un matrimonio a letti separati, va vi sto come un ménage à trois: filosofia letteratu ra scienza. La scienza si trova di fronte a pro blemi non dissimili da quelli della letteratura; costruisce modelli del mondo continuamente messi in crisi, alterna metodo induttivo e de duttivo, e deve sempre stare attenta a non scambiare per leggi obiettive le proprie con venzioni linguistiche. Una cultura all’altezza della situazione ci sarà soltanto quando la pro blematica della scienza, quella della filosofia e quella della letteratura si metteranno conti nuamente in crisi a vicenda.
In attesa di quest’epoca, non ci resta che sof fermarci sugli esempi disponibili di una let teratura che respira filosofia e scienza ma man tiene le distanze e con un leggero soffio dis solve tanto le astrazioni teoriche quanto l’ap parente concretezza della realtà. Parlo di quel la straordinaria e indefinibile zona dell’immagi nazione umana da cui sono uscite le opere di Lewis Carroll, di Queneau, di Borges.
Ma devo prima notare con un semplice fatto, su cui non pretendo costruire nessuna spiega zione generale: mentre il rapporto della let teratura con la religione, da Eschilo a Dostoev skij, si stabilisce sotto il segno della tragedia, il rapporto con la filosofia si fa esplicito per la prima volta nella commedia di Aristofane, e continuerà a muoversi dietro lo schermo della comicità, dell’ironia, dell’humour. Non per nien te quelli che nel sec. XVIII si chiamarono contes philosophiques erano in realtà allegre vendette contro la filosofia compiute attraver so l’immaginazione letteraria.
Ma in Voltaire e Diderot l’immaginazione è governata da un preciso intento didascalico e polemico; l’autore sa già in partenza tutto quel che vuol dire. Sa o crede di sapere? Il riso di Swift e di Sterne è pieno d’ombre. Contem poraneamente al conte philosophique o poco dopo, il conte fantastique e la gothic novel scatenano le visioni ossessive dell’inconscio. La vera contestazione della filosofia è nell’ironia lucida, nelle sofferenze della ragione (noi italia ni pensiamo subito ai dialoghi di Leopardi), nella trasparenza dell’intelligenza (i francesi pensano subito a Monsieur Teste) oppure nell’evocare i fantasmi che continuano ad hanter le nostre case illuminate?
Ambedue le tradizioni continuano sparsamen te fino a oggi. Lo scrittore « philosophe » alla maniera del XVIII secolo ha oggi le sue più fiorenti reincarnazioni in Germania, come poeta (Enzensberger), autore teatrale (Sade-Marat di Peter Weiss), romanziere (Gunther Grass). D’altro canto, la letteratura « fantastique » fu rilanciata dal surrealismo nella sua battaglia per abbattere le barriere tra razionale e irrazio nale in letteratura. Con la formula « hasard objectif », Breton sfata l’irrazionalità del caso: le associazioni di parole e immagini rispondono a una logica nascosta non meno autorevole di quello che viene comunemente detto « il pen siero ». Forse il principale nodo filosofico della letteratura del nostro secolo è lì.
A dire il vero, il nuovo orizzonte s’era aperto quando un reverente studioso di logica e ma tematica s’era messo a inventare le storie d’Alice. Da quel momento sappiamo che la ragione filosofica (che « quando dorme genera mostri ») può avere, a occhi aperti, sogni bellissimi e as solutamente degni dei suoi più alti momenti speculativi.
Da Lewis Carroll in poi si instaura un nuovo rapporto tra filosofia e letteratura. Nascono i grandi degustatori di filosofia come stimolo alla immaginazione. Queneau, Borges, Arno Schmidt, intrattengono rapporti diversi con diverse filo sofie e ne nutrono diversissimi mondi visionari e linguistici. Comune a loro è l’abitudine a na scondere le carte: le frequentazioni filosofiche traspaiono solo attraverso l’allusione ai grandi testi, la geometria metafisica, l’erudizione. Di momento in momento ci aspettiamo che la fili grana segreta dell’universo stia per apparire in trasparenza: aspettativa sempre delusa, com’è giusto.
Caratteristica di questa famiglia di scrittori è l’attitudine a coltivare le più comprometten ti passioni speculative ed erudite senza mai prenderle sul serio fino in fondo. Sui confini del loro regno si situano: Beckett, che costitui sce un caso a sé, tanto che il suo atroce sber leffo è sospettato di tragicità e religiosità, non so se a torto; Gadda diviso tra l’aspirazione a scrivere ogni volta una Storia Naturale del ge nere umano e il furore che lo congestiona ogni volta al punto di fargli interrompere i suoi libri a metà; Gombrowicz, diviso tra una levi tà funambolesca (lo splendido duello tra un Sintetista e un Analista) e la concentrazione di vorante dell’Eros.
Erotizzare la coltura è un gioco tra segni e significati, tra miti e idee che può dischiudere giardini di delizie visionarie, ma deve essere pra ticato con un supremo distacco. Mi viene bene qui di citare un libro uscito pochi mesi fa in Francia. Vendredi di Michel Tournier, un ri facimento del Robinson Crusoe densissimo di riferimenti alle « scienze umane », in cui Ro binson fa l’amore (letteralmente) con l’isola.
Robinson Crusoe fu romanzo filosofico sen za saperlo, e prima ancora Don Quixote e Hamlet, non so fino a che punto sapendolo, annunciarono un nuovo rapporto tra la leggerez za fantomatica delle idee e la pesantezza del mondo. Quando si parla di rapporti tra lettera tura e filosofia non si deve dimenticare che il discorso comincia di lì.