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LETTERATURA: I MAESTRI: Giorgio Bassani. Perché ho scritto «L’airone »

18 Agosto 2015

di Manlio Cancogni
[da “La fiera letteraria”, numero 46, giovedì, 14 novembre 1968]

Cancogni – Era più di un anno che si sentiva un airone veleggiare nel cie ­lo della letteratura italiana. Pareva che stesse planando in Lucchesia; altri lo segnalavano nel Ferrarese. Infine s’è posato sul tuo romanzo. Puoi rac ­contarmi com’è avvenuto?

 

Bassani – La prima idea del libro mi venne vent’anni fa, subito dopo la guerra. Un mio amico d’infanzia si uc ­cise. Perché? Nessuno lo sapeva, di motivi plausibili non ce n’era. Era un uomo preoccupato. Credeva d’essere povero e invece era ricco, un grande proprietario terriero, aveva persino il tennis nella sua villa. Andava a cac ­cia, si occupava distrattamente dei suoi beni, vestiva con eleganza, un si ­gnore insomma, un « gentleman farmer ». Ma preoccupato, mai allegro, mai libero; e con la ferita, sempre aperta, dell’ebreo, di sentirsi sempre diverso. Si era ucciso e io mi chiedevo come gli altri, i parenti, gli amici; per ­ché? Non sapevo spiegarmelo; sapevo soltanto che il suo caso m’aveva colpi ­to a fondo, m’era entrato dentro. Pre ­sto o tardi ne avrei scritto, avrei cer ­cato di spiegare io perché l’aveva fat ­to. Era diventato insomma un mio personaggio.

 

Cancogni – Edgardo Limentani è questo tuo amico dunque.

 

Bassani – Lui, ma anche un altro, un altro amico, anch’esso ebreo ferrare ­se…

 

Cancogni – …of course…

 

Bassani – …e proprietario di campa ­gna. Un bravissimo agricoltore. Nel dopoguerra, mi pare nel ’46, fu aggre ­dito dai suoi contadini che esigevano la modifica dei patti agrari. Era un momento acceso di rivendicazioni so ­ciali, specie nel Ferrarese dove fit ­tavoli e mezzadri erano tutti comu ­nisti. Lo circondarono con le zappe al ­zate sulla testa. Lui cedette, promise. Poi, tornato a Ferrara, ricorse dall’av ­vocato. Intervennero i carabinieri. Pe ­nalmente la cosa non ebbe seguito, ma la vertenza fu risolta a vantaggio del proprietario. Che però, da quel giorno, non poté più andare in campagna. Lui, che pur era un agricoltore di pri ­missimo ordine, fu separato in questo modo dalla sua terra. Aveva commes ­so un atto irreparabile…

 

Cancogni – … abbastanza comprensi ­bile del resto, non mi sentirei di con ­dannarlo… le zappe sulla testa, non so se mi spiego…

 

Bassani – … Come vuoi. Ma intanto lui pagava. Anni prima aveva compiu ­to un altro atto irreparabile. Nel ’39, per salvare le sue proprietà, aveva sposato una cattolica, per calcolo, sen ­za amore.

 

Cancogni – Questo è un po’ più gra ­ve.

Bassani – E anche per questo ora pa ­gava, con la solitudine, l’insoddisfa ­zione. Limentani è questi miei due amici, un po’ l’uno, un po’ l’altro.

 

Cancogni – Come mai hai aspettato tanti anni a scriverne?

 

Bassani – Perché la nascita dei miei romanzi è molto laboriosa. L’idea ini ­ziale, il fatto, il personaggio, la situa ­zione, sono per me soltanto un mate ­riale emotivo che non ha ancora nulla a che vedere con l’arte. Mi s’accumula dentro, un groppo, un nodo, che non trova modo di sciogliersi, di esprimer ­si, in attesa di un’occasione che gli dia forma. Un’attesa che generalmente du ­ra anni, durante i quali non ci penso più, preso da altre cose. Ed ecco a un tratto l’occasione; nel caso dell’« Airo ­ne », avvenne nel ’65.

Cancogni – Quasi vent’anni dopo; ma che cosa accadde?

 

Bassani – Ero in uno stato di profon ­da depressione, uno di quei momenti di indifferenza, atonia, in cui si guar ­dano le cose, come da dietro un vetro, senza parteciparvi, da spettatore.

 

Cancogni – Uno stato direi abituale, oggi, alla maggior parte degli scrittori.

 

Bassani – Non reagivo, né moral ­mente, né sentimentalmente. Osserva ­vo, con distacco.

 

Cancogni – Un effetto dell’età, s’in ­vecchia mio caro.

 

Bassani – Già, forse l’inizio della vecchiaia. Un giorno, una sera d’inver ­no, non ricordo più dove, forse a Fer ­rara, forse proprio a Codigoro, mi fer ­mai davanti a una vetrina illuminata, in una strada solitaria e semibuia. Era tardi, sul marciapiede c’ero io solo.

 

Cancogni – La vetrina di un impa ­gliatore, come nell’« Airone ».

 

Bassani – Appunto, un impagliatore. Una vetrina bellissima, con degli uc ­celli straordinari, germani, pivieri, fo ­laghe, pavoncelle, tarabusi, e un airo ­ne, stupendo. Fu la rivelazione, il lam ­po, che illuminava di nuovo quel mon ­do di cui t’ho detto prima, legato alla sorte di quei miei due amici, e che mi stagnava dentro da vent’anni. In un lampo intuii il significato della storia, intuii che il mio personaggio, in fon ­do, era uno che desiderava essere co ­me quegli uccelli impagliati nella ve ­trina, così belli, immobili, eterni, sot ­tratti alle difficoltà e alle pene della vita. E nello stesso tempo ebbi anche l’intuizione della forma in cui dovevo scrivere il mio racconto. Doveva esse ­re la storia di una giornata d’inverno, descritta minuto per minuto, minuzio ­samente, quasi con pedanteria.

 

Cancogni – Come nei romanzi dell’« école du régard ».

 

Bassani – Proprio così. Ma non per il gusto di adeguarmi a quella poetica. Il contrario anzi. Per mostrare come sia una letteratura da moribondi. Perché lo sguardo che si posa puro, indiffe ­rente sulle cose è lo sguardo di uno che è in punto di morte, di un escluso. Solo un escluso, uno che non è più dentro la vita, può essere preoccupato solo di guardare, descrivere, misura ­re… come avviene nei romanzi, chia ­miamoli così, di Butor e Robbe-Grillet e altri. Di ciò che per loro è una poeti ­ca ho fatto un personaggio: Edgardo Limentani. Un oggetto in un mondo di oggetti. Uno che ha la morte addosso.

 

Cancogni – Insisti molto su questa parola. Ma tu, a parte la vetrina che t’ha dato la forma in cui calare quel materiale accumulato, dovevi in parte condividere quel senso di morte. Per ­ché? Che cosa ti era successo?

 

Bassani – Stavo, ti ho detto, attra ­versando una malattia mortale. Non vedevo più nessuna delle ragioni che mi avevano fatto esistere. Finiti tutti gli ideali, mi sentivo perduto nel mon ­do dell’oggettività, smarrito.

 

Cancogni – D’accordo, ma io vorrei sapere se in questo tuo stato d’animo soggettivo tu vedevi il sintomo di una situazione storicamente oggettiva.

 

Bassani – Di questo parleremo più avanti. Per ora mi limito a dirti che si può leggere l’« Airone » in varie chia ­vi. Una di queste è vederci la fine di una civiltà, la civiltà agricola in cui siamo nati (e non solo Limentani che non a caso è un proprietario) mentre sta nascendo un mondo nuovo nel quale non abbiamo più nulla a che fa ­re, di cui siamo solo ospiti, spettatori. Non sei d’accordo?

 

Cancogni – Personalmente no. Io non mi sento così condizionato dalle circostanze. Ma parliamo dell’« Airo ­ne ». Quindi Limentani e gli altri per ­sonaggi, Bellagamba, Gavino sono i re ­sidui, le briciole di un mondo finito. E tu ti senti uno di loro?

 

Bassani – Sono briciole, hai detto be ­ne. Aggiungi che nessuno di loro è più quello che era. Limentani non è più un ebreo, nel senso che non è più per ­seguitato; Bellagamba non è più un fascista, si preparerà semmai a diven ­tare democristiano; Gavino non è più un partigiano. Quanto a me, posso dirti che sono consapevole di questa tra ­sformazione. E considero che il mio compito di scrittore sia di testimonia ­re questa fine di un’epoca.

 

Cancogni – Allora, nel ’45, quando avesti la prima intuizione del libro, questa situazione oggettiva, storica, non ti era chiara. Si potrebbe dire che hai aspettato tanto a scrivere perché si maturasse in te.

 

Bassani – Forse. Ma per me è una regola generale, che vale per tutti i miei libri, questa dei due momenti, un primo momento che mi dà l’emozione, la materia del racconto, e un secondo momento che me ne dà la forma (nel caso dell’« Airone », la vetrina dell’im ­pagliatore). E’ stato così per i « Finzi Contini », per « Gli occhiali d’oro ». Nei « Finzi Contini » all’origine, c’era la morte di un amico, avvenuta nel ’42. Ci scrissi, allora, un capitolo, che fu anche pubblicato su una rivista e che, nella mia idea, doveva diventare un romanzo. E invece si fermò. Sedici, diciotto anni dopo, ecco il secondo mo ­mento: una gita a Cerveteri, una visita alla necropoli etrusca. E tutto quello che avevo dentro mi balzò di nuovo nella mente, in una forma definita.

Nel caso degli « Occhiali d’oro » al ­l’origine c’era la storia di un medico ferrarese, suicida, un pederasta. Non ci pensavo più da anni. In quell’epoca stavo occupandomi di tutt’altro. Ero a Venezia per fare delle ricerche in biblioteca e in archivio su una poetessa veneziana del ‘600, vittima del suo amante, una storia molto drammatica e torbida. Un giorno forse la scriverò. Interruppi il mio studio per fare una gita in automobile a Bologna. Cercavo un mio amico, un ferrarese, che stava al « Resto del Carlino ». Non c’era. In ­contrai invece un altro mio conoscen ­te e con lui passeggiavo nel corridoio della redazione; lui, ch’era uno della parrocchia di Fadigati, voglio dire il medico ferrarese pederasta, mi confi ­dava i suoi segreti, e intanto lo vedevo sbirciare di sopra la spalla, nel timore che altri, un collega, lo ascoltasse. Ve ­do ancora il suo occhio ruotare insospettito. Allora capii che mentre con me era così sincero, lì, in quell’ambiente, fingeva, dissimulava il suo vero ès ­sere. E d’un tratto…

Cancogni – … il lampo, l’illuminazio ­ne di ciò che ricordavi del caso di quel medico ferrarese.

 

Bassani – E la forma in cui avrei scritto la storia. Ma torniamo all’« Ai ­rone ». Lo cominciai a scrivere nell’in ­verno del ’65. La prima parte venne rapidamente. Poi mi fermai; non ero soddisfatto. Il racconto era troppo oggettivo, non abbastanza interiorizzato.

 

Cancogni – Non era quello che vole ­vi, un oggetto fra gli oggetti, una sto ­ria di puri gesti, cose, movimenti… L’« école du régard », Butor?

Bassani – Sì, e il titolo provvisorio del libro era infatti: « Natura morta ». Ma ora sentivo che non era possibile. Dovevo in qualche modo interiorizzar ­lo. Era la storia di un’esperienza mo ­rale, come sempre nei miei racconti, alno che « régard » puro. Interruppi. Passai a curare il libro di saggi che uscì nel ’66. Poi, fra il ’66 e il ’67 ripre ­si il romanzo, con pazienza, ostinazio ­ne. riga dopo riga, fino alla fine. Una fatica spaventosa.

 

Cancogni – E l’airone?

Bassani – Limentani era un cacciato ­re. Nella prima parte del racconto egli si prepara per andare a caccia nelle valli di Comacchio. Ero incerto se far ­lo arrivare a destinazione. Avrei potu ­to fermarlo a metà strada a Codigoro, a perder tempo. Così rischiavo di dar ­gli un tono kafkiano, metafisico. No, doveva arrivare in valle. Siccome non sapevo nulla di caccia andai più volte nelle valli di Comacchio per documen ­tarmi. Durante uno di questi sopralluo ­ghi assistei all’uccisione di un airone, l’n certo conte S. di Siena m’aveva pi-omesso di tenermi nella botte accan ­to alla sua. Poi cambiò idea, non mi ‘olle. Così mi accampai in un isolotto vicino, me ne stetti lì, mentre il conte dalla sua botte sparava, sparava. Fra l’altro colpì un airone. Cadde su una barena, una di quelle lingue di sabbia, coperte da una vegetazione rada, come un pelame, che si allungano fra l’ac ­qua stagnante, vicino alla botte. E io che non sparavo un colpo, potei segui ­re la sua sorte, immedesimandomi in lui, fino a che venne ucciso.

L’episodio mi dette lo spunto per ri ­prendere il romanzo interrotto. Pensai di cambiare il titolo. Il capitolo dell’ai ­rone poteva anzi essere la conclusione del romanzo, perché dentro c’era già tutto, i simboli erano fin troppo chiari. Poi resistei alla tentazione. La chiusa sarebbe stata troppo lirica, con un so ­spetto di ermetismo. No, dovevo anda ­re fino in fondo, vuotare il sacco. Era dura, mi toccava affrontare altri pro ­blemi, il suicidio per esempio. Come rappresentarlo? Infine mi venne l’idea della madre. Era naturale che per ulti ­mo Limentani si rivolgesse a lei; era ciò che aveva sempre fatto; ogni sera si recava dalla madre, e insieme, que ­sti due esseri, già esclusi, già cadaveri, arroccati in una camera della vecchia casa invasa dai « gentili » (la moglie di Edgardo, l’amministratore) si sfo ­gavano a dir male degli occupanti. Quando ho capito questo, tutto è stato facile.

 

Cancogni – E quando hai finito, ti sei liberato dall’indifferenza mortale che ti opprimeva?

 

Bassani – Sì, è la parola giusta: è sta ­ta una liberazione. Ho provato una fe ­licità immensa. D’un colpo mi sono li ­berato da due mali: la fatica provata a realizzare il mio progetto (nessun li ­bro, prima, m’era costato tanto) e l’im ­passibilità davanti alle cose che m’ave ­va fatto dubitare di me stesso. Finita l’oggettività, il sentirsi un oggetto fra gli oggetti, capace solo di guardare, descrivere, misurare. Che orrore! Co ­me avevo potuto cadere in una simile rete? Mi ritrovavo vivo, capace di emozioni, di reagire. Ho passato una delle più belle estati della mia vita.

 

Cancogni – Mi rallegro, ne sono feli ­ce per te. Ma tu mi hai detto che la tua malattia era il sintomo di una ma ­lattia generale, oggettiva, storica. E che cosa ne pensi ora che sei guarito?

Bassani – Penso che tale situazione perduri, non era un mio incubo.

 

Cancogni – E cioè?

Bassani – Siamo in un mondo, caro mio, che non Vuole saperne della poe ­sia, dei valori, dello spirito in una pa ­rola. E’ il mondo che produce la lette ­ratura da moribondi che conosciamo, fra cui « l’école du régard ». Pensa a Butor, alla « Modification », a questa mania di registrare, tutto, nello stesso modo, come se le cose accadessero senza che noi ci si possa nulla. E’ un mondo in cui l’uomo ha cessato di sen ­tirsi al centro delle cose, non vuole più risolvere dentro la propria co ­scienza la problematica del reale.

 

Cancogni – Però questo potrebbe an ­che non essere un male. Io non sono mai stato così convinto degli effetti positivi della cultura di origine ideali ­stica. Quando si va troppo in alto, le cadute rischiano di essere catastrofi- che. E’ facile, dopo essersi creduti Dio, considerarsi pura materia, capace solo di passive modificazioni meccaniche. Io, personalmente, mi sono sempre sentito più vicino a un sano e modesto empirismo. Tieni anche conto che quella cultura idealistica, storicistica regnava soprattutto in Italia e in Ger ­mania, non in tutto il mondo. Forse era un segno di arretratezza, di pro ­vincialismo. La sua crisi comunque non spiega la situazione d’oggi che è generale in tutto il mondo. Qual è la vera causa di questa disumanizza ­zione, di questa rinuncia dell’uomo a essere parte attiva, dialetticamente, nell’evoluzione del reale? Disumaniz ­zazione che è particolarmente acuta nel campo dell’arte.

Bassani – Siamo nel mondo della grande industria, della produzione in serie, che può offrire migliaia di surro ­gati.

 

Cancogni – Che c’entrano i surrogati ora?

Bassani – Cerca di riflettere. Cos’è un surrogato? E’ un prodotto che ha l’apparenza di quello vero. Ebbene il mondo industriale è in grado di sosti ­tuire con i surrogati, cose che appaio ­no e non sono, le cose vere. Al posto dell’arte, l’apparenza dell’arte. Ti do un esempio banale. Oggi qualsiasi dat ­tilografa, indossatrice, può, volendo, sembrare una principessa. Basta che si vesta, che si trucchi, che gestisca, come una principessa. Importante non è essere; basta parere. Il mondo indu ­striale produce decine di migliaia di false principesse.

 

Cancogni – Non vedo che male ci sia. Se la gente ha bisogno di princi ­pesse è bene contentarla. Non vedo il rapporto col mondo della cultura, del ­l’arte.

Bassani – Ragiona un po’. Metti al posto della principessa il capolavoro. Mi pare che proprio tu, mesi fa, an ­dassi chiedendo agli scrittori se era possibile scrivere un capolavoro.

 

Cancogni – Ebbene?

Bassani – Tutti, o quasi, s’affannano a dire che il capolavoro non c’è più, come non ci sono più vere principesse, che è finito il tempo. E dal loro punto di vista han ragione. Se non si crede più allo spirito, cioè alla capacità del ­l’uomo di trascendere il fenomeno in ­dividuale, se non c’è più il « valore », il capolavoro non è più concepibile. Per essere artisti basterà sembrare ar ­tisti. E infatti mai come oggi, in que ­sto momento che nega l’esistenza del ­l’arte, gli artisti sono così numerosi. Il mondo ne è pieno.

 

Cancogni – Questi sarebbero surro ­gati?

 

Bassani – Gente che vive come gli artisti, veste, si pettina, mangia, da ar ­tisti. Segue cliché un po’ antiquati, po ­st-romantici, « fin de siécle ». Ma si contenta. Costa così poco. Ed eccoci al paradosso: la grande industria nemica dell’arte produce migliaia di artisti. E questi artisti, prendi i beat, gli avan ­guardisti, se la prendono col mondo industriale di cui sono il prodotto.

 

Cancogni – Ma perché mai il mondo industriale sarebbe nemico della poe ­sia?

 

Bassani – Mi pare evidente. Se pro ­duce tanti surrogati è naturale che non voglia la presenza dell’articolo ge ­nuino.

 

Cancogni – Non vuole che ci sia un punto di riferimento che permetta di giudicare gli altri prodotti per ciò che sono, dei surrogati?

 

Bassani – Appunto. E consideriamo poi che il mondo industriale nel no ­stro secolo è il centro della realtà, è Dio, è l’assoluto. Quindi non può tolle ­rare la presenza di rivali. E l’arte, con la sua pretesa di essere appunto un valore assoluto, sarebbe un rivale pe ­ricolosissimo. Ti convince?

 

Cancogni – No. Troppa metafisica. L’assoluto, il centro della realtà, Dio… E anche la pretesa dell’arte di rappre ­sentare l’universale… Tuttavia ricono ­sco che è una spiegazione molto sug ­gestiva. E retoricamente può anche servire. All’apologia del niente di cui si compiacciono i contemporanei, com ­presi certi nostri amici, si può ben op ­porre il mito dello spirito, dell’arte con l’a maiuscola. Fra i due errori pre ­ferisco il secondo, è più generoso.

 

Bassani – Ma guarda che è molto meno astratto di quanto tu creda. Il poeta, anche un piccolo poeta, è uno che intuitivamente dà un giudizio glo ­bale, della realtà. E’ vero, sì o no? E’ un giudice assoluto della realtà.

 

Cancogni – Secondo una poetica ro ­mantica, idealista, sì.

 

Bassani – Lascia stare l’etichette. Se non credi a questo privilegio della poesia, non credi alla poesia. Intendia ­moci: non parlo di privilegio del poe ­ta, ma della poesia. E se c’è questo privilegio, come vuoi che l’industria lo ammetta? Forse che il dittatore tolle ­ra chi si sottrae alla sua legge?

Cancogni – Il dittatore è una perso ­na; l’industria no.

 

Bassani – Non fa differenza. E’ un fatto che ogni volta che entro in con ­tatto col mondo industriale, sia pure nel settore che c’interessa, l’editoria, la stampa, i giornali, sento il contrasto che c’è alla base, fra esso e la poesia. Uno dei due deve scomparire.

 

Cancogni – Eccoci al dramma. Radicalizzi, esageri. Ritenersi, come tu fai, vittime di una grande congiura, è me ­galomania. Non siamo così importanti. L’industria non si preoccupa di noi, compresa l’editoria. Modestia, mode ­stia, santo Iddio. E poi, a questo mo ­do, tu ti adegui al giudizio dell’avan ­guardia, o almeno di coloro che predi ­cano la fine dell’arte, della poesia, co ­me di un’illusione piccolo borghese.

 

Bassani – E’ esattamente il contra ­rio. L’avanguardia mima il mondo in ­dustriale di cui è un prodotto. Finge di contestarlo col suo esercito di finti artisti, di capelloni, di beat, di zoccolette. Tutti costoro producono esatta ­mente ciò che il mondo industriale vuole che si produca. Sono degli zelan ­ti e soddisfatti servi. Le loro proteste, le loro contestazioni, le loro piroette, i loro « happening », non danno noia. All’industria non fanno né caldo né freddo. Ciò che l’industria non vuole è il « valore », è ciò che si oppone al mondo della produzione in serie, al surrogato, è la poesia. E solo tacendo della poesia si contesta il mondo del ­l’industria; non dico l’industria in quanto tale, ma la sua ideologia.

 

Cancogni – D’accordo, in linea di massima, eliminati certi eccessi retori ­ci, ma forse utili, il mio giudizio colli ­ma col tuo. Ma non è stato sempre cosi? La poesia non è stata sempre un’eccezione in contrasto con la so ­cietà, l’abitudine, gli usi, l’ideologia accettata dalla maggioranza? E’ una vecchia storia. Si può dire che sia co ­minciata con Baudelaire. Il poeta soli ­tario e infelice, non integrato alla so ­cietà.

 

Bassani – Sì, ma oggi è molto più grave.

 

Cancogni – Più grave? Diciamo che il fenomeno è più appariscente. C’è una maggiore pubblicità, siamo come assediati dai falsi profeti. Ma anche noi abbiamo la nostra parte di colpa. Pensa a quanti s’arrendono, per pau ­ra, conformismo, passando al servizio del nemico, pur di stare nel campo vincente, quello che credono il campo vincente.

 

Bassani – Sì, forse il fenomeno è so ­lo più appariscente. Ma no, mai c’era stato come oggi un tentativo organiz ­zato di distruggere il valore, la poesia.

 

Cancogni – Sì ma pensa al ’40. In che abisso eravamo. Mai si può dire c’era stato un tentativo così diabolico di distruggere la libertà, la verità, la vita. E poi? E poi c’è stata l’offensiva O’Connor in Marmarica. E dove sono andati i profeti che ci parlavano, ob ­biettivamente s’intende, gravemente, dell’inevitabilità di quanto accadeva? Ma dimmi semmai, pensi che questo stato di cose peggiori? Non siamo an ­cora all’estate del ’40?

 

Bassani – No, peggio di così non è possibile. Siamo in fondo al pozzo. Si comincia a sentire che il mondo ha bi ­sogno di valori. Sono ottimista. Credo strenuamente alla ripresa…

 

Cancogni – Alla controffensiva O’ ­Connor…

 

Bassani – Lo vedo dall’esperienza quotidiana; la gente normale ha un bi ­sogno terribile di verità, di poesia, di religione…

 

Cancogni – Attenti alla religione, certi ritorni potrebbero essere perico ­losi, complicar le cose; intendo dire certe mescolanze ibride fra religione, politica, letteratura.

 

Bassani – Intendo la coscienza reli ­giosa nel senso più vero e profondo come fondamento di valori autentici.

 

Cancogni – In questo senso diciamo pure che « i mulini di Dio macinano piano ma macinano farina fine ». Noi però, dicevo, non siamo senza colpe. Alla discesa nel pozzo abbiamo contri ­buito anche noi, non è colpa solo del ­l’industria. Quando cominciò, secondo te, lo scivolone?

 

Bassani – Direi alla fine dell’Ottocento, quando gli artisti si resero conto che l’arte non serviva a nulla con la nascita dell’estetismo.

 

Cancogni – Che l’arte non debba ser ­vire a nulla, questa però è ormai una verità comune.

 

Bassani – Sì, ma guai se un poeta si rassegna a essere soltanto un poeta. Se cioè non vuole anche essere un uo ­mo, un padre, un amante, un soldato… Se non rifiuta d’essere un poeta e non si tende verso il contrario, per reinte ­grare nella poesia la propria verità umana. Se non è attratto dal contra ­rio, è solo un letterato, un decadente. In questa tensione c’è il poeta vero. Come si può infatti accettare d’essere tagliati dalla vita? Pensa a Shakespea ­re, al Macbeth, quando i due, dopo avere commesso il delitto, si guarda ­no, pieni di sgomento…

 

Cancogni – …allor questa voce m’intesi nel petto / avrai per guancia ­le sol vepri Macbetto / il sonno per sempre Glamis uccidesti / non c’è che vigilia Caudore per te… Penso al duet ­to di Verdi. Brrr! che paura!

 

Bassani – Bé che cosa credi che glie ­ne importasse in quel momento a Sha ­kespeare del teatro? Shakespeare in quel momento voleva sostituire al tea ­tro la vita. O no? Pirandello invece, che era solo un artista, un decadente, voleva che tutto diventasse palcosce ­nico; come vogliono gli attuali deca ­denti dell’avanguardia, i Manganelli… Ma se la poesia non vuole restituire la vita, non è meglio smetterla? Se non si capisce questa semplice verità non si è capito nulla. E’ evidente che l’arte non serve a nulla, che è puro gioco, finzione, forma, ecc. ecc.; lo san tutti, non c’è zoccoletta che non te lo sappia rifischiare… Ma se la si accetta è fini ­ta. Mi ricordo che nel ’44, a Roma, sot ­to l’occupazione, un poeta, non dico il nome…

 

Cancogni – … Perché no? Dillo, dil ­lo…

 

Bassani – … mi disse: oggi ho visto una pattuglia tedesca, avevano certe tute mimetiche, con un verde, un mar ­rone così belli… Ecco un esempio di come l’artista stacca una forma dalla realtà.

 

Cancogni – E tu come gli risponde ­sti?

 

Bassani – Non potresti scriverlo…

Quello che mi preoccupa è vedere che i giovani, ahimè, vestono gli stessi panni. Sono dei reazionari, sono alla retroguardia; con la loro letteratura, persuasi come sono che l’arte abbia dei diritti particolari, vanno a rimor ­chio dell’industria; insieme al mondo industriale stanno perpetrando il più grande attentato della storia ai danni della poesia, della vita.

 

Cancogni – Non esagerare; dài loro troppa importanza. Ci sono purtroppo le circostanze che li aiutano.

 

Bassani – Parli delle circostanze ge ­nerali, politiche? Certo che ci attendo ­no anni molto duri. Questo dialogo co ­me si dice, che si sta già abbozzando sopra i resti del mondo borghese…

 

Cancogni – Sopra le nostre teste al ­troché!

 

Bassani – … fra cattolici e marxisti, fra preti e gerarchi comunisti, è cosa che io non credo di poter sopportare.

 

Cancogni – Pensa che confusione, che ipocrisia!

 

Bassani . Che trasformismo! Tutti a messa senza crederci, tutti in sezione biascicando Marx.

 

Cancogni . E immagina che corru ­zione, che mafie, che trionfo dell’in ­competenza!

 

Bassani – Con la facciata del « socia ­le » tanto per darla intendere al popo ­lo… E gli industriali, dopo la prima paura, perfettamente integrati… come nel fascismo, dopo il ’36.

 

Cancogni – E non mancherà anche qualche puntata antisemita, per far piacere a Nasser, o chi per lui, e alla Russia. Ritireranno fuori qualche po ­lemista dell’epoca. Peccato che sia mor ­to Interlandi.

 

Bassani – Vedo d’altra parte già in atto un processo molto significativo, quello della dissoluzione del vecchio Stato liberale. Lo Stato italiano sta in questo senso adeguandosi a quanto ac ­cade nella Chiesa. La Chiesa ha le sue strutture, la sua gerarchia, il papa, i vescovi, ecc. Ma il potere si va sempre più accentrando negli ordini, nei gran ­di organismi religiosi, pensa all’Opus Dei… Ebbene nello stato accade la stessa cosa. Sì, il presidente, i ministe ­ri, i prefetti… Ma chi conta ormai sono i grandi enti come l’IRI, l’ENEL, l’ENI, la RAI, l’ANAS… Quelli sono i grandi centri di potere, distributori di posti, stipendi, privilegi… Al loro con ­fronto lo Stato si va sempre più svalu ­tando, è una sopravvivenza.

 

Cancogni – E la libertà?

 

Bassani – Come nel Medio Evo era solo per i grandi feudatari, accampati con i loro castelli nel deserto, e il loro seguito di vassalli e valvassori, così domani sarà solo per i dirigenti di questi giganteschi organismi, coi loro clienti…

 

Cancogni – E gli altri? E noialtri?

 

Bassani – Per sopravvivere si dovrà stare all’ombra di qualcuno di questi castelli, cercare la loro protezione; la libertà per tutti, nel senso moderno, laico, sarà finita. Ci attendono tempi duri. Ti confesso che dopo le ultime elezioni ho pensato seriamente di an ­darmene. Cosa che non avevo fatto, pur avendone la possibilità, nemmeno al tempo della persecuzione razziale. Io sono un liberale, un crociano. D’al ­tra parte c’è l’enorme difficoltà, nel no ­stro Paese, oggi, d’essere borghesi. La borghesia, noi possiamo accettarla, là dove ha radici storiche, dove è diven ­tata un fatto antico, connaturato con la civiltà del Paese, in Inghilterra, Olanda, Svizzera… Ma qui?

 

Cancogni – Qui la borghesia è stata fascista e inefficiente. Se certi organi ­smi mastodontici sono sorti, è colpa sua. Hai alluso al feudalesimo, ma poi c’è stato il Mille. Ebbene, il Duemila non è lontano.

Bassani – Speriamo nel Duemila.


Letto 1984 volte.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart