Quante scuse per non scrivere

di Carlo Cassola
[da “La fiera letteraria”, numero 16, giovedì 18 aprile 1968]

Il « Filo diretto » tra la Anna Maria Ortese e Italo Calvino sul Corriere provocò malauguratamente una piccola polemica tra Calvino e me, dico ma ­lauguratamente, perché sono pochissi ­mo interessato alle discussioni genera ­li: per esser franco, mi sembra tempo perso. Giulio Preti la riesamina sulla Fiera con l’articolo « Chi ha paura del ­la scienza? », e mi costringe a ripren ­derla. Cercherò comunque di restare sul piano psicologico, che per me è un terreno fermo.

Chi ha paura della scienza? Nel suo « Filo diretto » con Calvino, la Ortese esprimeva sgomento per le conquiste spaziali. L’ho provato anch’io; credo l’abbiano provato anche quelli che hanno finto di entusiasmarsi. Sarà uno sgomento irragionevole, ma non pos ­siamo fare a meno di allarmarci quan ­do ci sembra che la scienza varchi certi limiti. Siamo anche noi un pezzo di natura, e ci sta a cuore che l’ordine della natura non venga alterato. Cer ­to, questa è paura della scienza. Si è attenuata per fortuna l’altra paura, che la scienza arrivi a svelare « il mi ­stero dell’Universo », come si diceva nell’Ottocento. « Finché la scienza non giungerà a scoprire â— le fonti della vita â— e nel mare e nel cielo esisterà un abisso â— che al calcolo resisterà… Finché per l’uomo esisterà un mistero â— ci sarà una poesia! » Così Becquer, agl’inizi del positivismo. E già in que ­sto opposto atteggiamento dello scien ­ziato e del poeta, e più in generale del pensatore e del poèta, il primo posse ­duto dalla febbre di conoscere, il se ­condo animato piuttosto dalla preoccu ­pazione contraria, è indicata quella profonda differenza che oggi si vorrebbe abolire per ridurre tutto a cultura e magari a scienza.

Ma a parte questa istintiva, irragio ­nevole e inestirpabile paura, io non ho niente contro la scienza. In particola ­re, non ho nessun rimprovero da rivolgere alla cultura scientifica, per il semplice fatto che essa non si è mai sognata di attentare alla libertà della poesia. E’ la cultura umanistica che ha compiuto e compie questi attentati: quella cultura umanistica che è in crisi da quando la scienza le ha tolto quasi tutti i campi d’indagine e ne ha arche reso difficile l’azione mediatrice (un Cartesio o un Kant erano perfet ­tamente al corrente dello stato delle scienze nel loro tempo; ma oggi un filosofo come fa ad avere un’informazione di prima mano e a formarsi un’opinione propria sui vertiginosi progressi degl’innumerevoli settori in cui s’è articolata la ricerca scientifica?). Anche il famigerato scientismo positivista consisté in un’affrettata volgarizzazione e in un’arbitraria estensione del metodo scientifico ad altri campi: fu insomma un misfatto della cultura umanistica e non di quella scientifica.

Oggi è la stessa cosa, gli scienziati attendono al loro lavoro e non si cura ­no di quel che fanno i poeti. E se per caso hanno sentore che certi artisti poco seri si appigliano alle loro rivo ­luzioni scientifiche per giustificare le loro rivoluzioni artistiche, si affretta ­no a sconfessarli (così, mi sembra, fe ­ce Einstein coi cubisti). E’ solo l’intel ­lettuale generico di formazione umani ­stica che si affanna a compiere « me ­diazioni » che nessuno gli ha chiesto.

La divisione del lavoro propria del mondo moderno ha depurato la lette ­ratura di fantasia, cioè la poesia, dai compiti accessori che poteva aver avu ­to in passato: per esempio, da quei compiti didascalici che Preti sembra rimpiangere. Si è depurato anche il ro ­manzo, che era il genere più impuro: mentre nel Settecento e ancora nel- l’Ottocento convivevano nel romanzie ­re un artista, un sociologo, un morali ­sta, un riformatore ecc., nel Novecen ­to è sopravvissuto solo l’artista. La poesia si è insomma concentrata nel suo compito specifico, che è proprio « l’impudico esercizio » che sembra ur ­tare Preti. Non si insisterà mai abba ­stanza sul carattere privato, personale della poesia; sul fatto cioè che la poe ­sia nasce dallo stupore esistenziale e dall’attaccamento alla vita. « Il cuo ­re », dice Boris Pasternak, « agisce nella sfera del piccolo, ed è grande proprio perché agisce nella sfera del piccolo ». Un poeta non può che tentare di dar forma al piccolo mondo che gli è proprio, e quanto più riesce a renderlo piccolo, quando più cioè rie ­sce a renderlo in ciò che ha di perso ­nale, di singolare e in definitiva di unico, tanto più può sperare in un ri ­sultato che abbia un qualche interesse anche per gli altri.

Stando così le cose, non vedo come si possa istituire un parallelo tra la creazione artistica e la scoperta scien ­tifica. La prima è strettamente legata alla natura e alla biografia dell’autore; la seconda ne prescinde completamen ­te. La fisica e l’astronomia di Galilei non ci dicono nulla sull’uomo; le poesie . del Leopardi ci dicono invece tutto su lui, e le più minuziose biografie non fanno che confermarci quanto già sa ­pevamo della sua indole, dei suoi sen ­timenti, della sua felicità e infelicità.

Se Tolstoi non avesse fatto l’esperien ­za della guerra non avrebbe scritto Se ­bastopoli e Guerra e pace; mentre La ­voisier sarebbe stato il fondatore della chimica moderna comunque gli fosse ­ro andate le cose nella vita. E ancora: se Tolstoi fosse morto in fasce, non avremmo Guerra e pace; se fosse morto in fasce Lavoisier, qualcun al ­tro avrebbe scoperto il principio della conservazione della materia.

Preti invece istituisce questo paral ­lelo: « Scienza e arte letteraria esplora ­no le medesime esperienze, la medesi ­ma realtà; scienza e arte letteraria su ­perano il linguaggio comune… ». La seconda affermazione mi sembra sen ­z’altro sbagliata. La scienza supera il linguaggio comune, tanto è vero che si parla di linguaggio scientifico. La poe ­sia non può superarlo: l’esperienza, la deve ripensare proprio in termini di linguaggio comune. E’ vero che si par ­la anche di linguaggio poetico, ma per riprovarlo come un pregiudizio classicistico.

La prima affermazione può sembrar vera dal momento che oggi esistono discipline che studiano scientificamen ­te i moti dell’animo, un tempo riserva ­to dominio della poesia; ma mentre, che so, lo psicanalista è spinto dal de ­siderio di conoscere, il poeta è mosso dal bisogno di dare un senso alla vita. La poesia appaga un bisogno più pri ­mordiale di quello conoscitivo. Se si vuole, ha una funzione biologica: pro ­muovere l’attaccamento alla vita. Tol ­stoi da giovane ha scritto: « Scopo del ­l’arte non è quello di risolvere i pro ­blemi, ma di costringere gli altri ad amare la vita in tutte le sue manife ­stazioni. E queste sono inesauribili. Se mi dicessero che posso scrivere un ro ­manzo nel quale mi fosse dato di di ­mostrare per vero il mio punto di vi ­sta su tutti i problemi sociali, non de ­dicherei due ore a un’opera di questo genere. Ma se mi dicessero che quello che scrivo ora sarà letto tra vent’anni da coloro che oggi sono bambini, e che essi rideranno e piangeranno e si in ­namoreranno della vita sulle mie pagi ­ne, allora dedicherei a quest’opera tut ­ta la mia vita e tutte le mie forze ».

Dice Preti: « Purtroppo Cassola si vuol mantenere attaccato alla formula della poesia come espressione: al più meschino, al più povero e ignorante degli slogans di un’estetica e di una filosofia tra le più meschine e inconsi ­stenti. “Espressione” è tutto: anche una bestemmia ». Qui Preti manca completamente il bersaglio. Le sue pa ­role potranno suscitare le ire dei cro ­ciani; ma io non me ne sento toccato. Perché non sono mai stato un crocia ­no. Nessuna opera di pensiero ha avu ­to la benché minima influenza sulla mia formazione letteraria. Che cosa fosse la letteratura, che cosa rappre ­sentasse lo scrivere oggi, che cosa io stesso potessi scrivere, l’ho capito leg ­gendo Figli e amanti, Dublinesi, Dedalus.

Croce l’ho letto solo anni dopo, quando mi son dovuto preparare a un concorso per l’insegnamento. E nell’e ­stetica crociana non ho trovato nulla che risvegliasse il mio interesse: o c’e ­rano verità che avevo già acquisito per altra via, o c’erano degli errori. E’ un errore, per me, l’identificazione in ­tuizione-espressione: ciò che sentiamo sorpassa infinitamente le nostre possi ­bilità di esprimerci, noi non riusciamo a chiarire che in misura minima la no ­stra vita intuitiva. E un altro errore è l’affermazione che le intuizioni-espres ­sioni qualitativamente si equivalgono e che quindi una bestemmia vale la poesia di Dante. Fin da bambino io ero stato cosciente proprio del contra ­rio, e cioè di una differenza qualitati ­va in seno alle intuizioni: nel gran fiume che è la nostra vita intuitiva, alcune, rare, si staccavano con una vi ­vezza, con un timbro inconfondibile: e per un attimo ero sopraffatto dalla fe ­licità. Su queste rare intuizioni, a cui da grande diedi perfino un nome, si fondò la mia poetica.

A me pare di entrare agevolmente nella testa dell’uomo di cultura (se non altro perché anch’io ho qualche interesse culturale). Possibile che un uomo di cultura non riesca a entrare nella testa di uno scrittore?

Che si tratti di due formae mentis completamente diverse, mi pare lo di ­mostri anche la storia: le grandi sta ­gioni della poesia non hanno affatto coinciso con le grandi stagioni della cultura. Omero è venuto alcuni secoli prima di Platone e Aristotele; Roma ha avuto una grande poesia, ma non ha prodotto niente nel campo del pen ­siero; lo stilnovismo e Dante precedo ­no di un bel po’ la fioritura dell’Umanesimo.

Dante è naturalmente il nome che mi viene buttato tra i piedi quando cerco di tener ferma la distinzione tra poesia e cultura, tra sentimenti e idee. Lo fa anche Preti: « In prosa e in poe ­sia, e persino nella sua più alta poesia, Dante ha travasato tutte le sue cono ­scenze teologiche, filosofiche, scienti ­fiche ». Ora io non so cosa significhi « alta poesia » : è un’espressione che non mi capita mai di usare, perché non vedo cosa vi corrisponda. Ma so che il bagaglio culturale di Dante era di necessità povero rispetto al nostro e che non ne resta nulla. La grande sta ­gione poetica di cui Dante fu la massi ­ma espressione consisté, come tutte le grandi stagioni poetiche, nella risco ­perta della realtà alla luce di un nuo ­vo sentimento esistenziale. Dante fu tanto maggiore di Cavalcanti o di Guinizelli perché in lui la forza di quel sentimento era tale da investire ogni cosa, perfino, forse, gli oggetti del pen ­siero. Ma è certo che Dante noi segui ­tiamo a leggerlo per la poesia e non per la cultura, dato che a quella cultu ­ra non prestiamo più nessun credito. Ed è anche certo che Dante è un poeta quando fa vivere i sentimenti e le pas ­sioni, quando rievoca i fatti storici del recente passato o quando descrive il paesaggio toscano; lo è assai meno, e forse non lo è affatto, quando disserta sulle macchie lunari.

Ma Preti rimane fermo al suo pre ­giudizio culturalistico. Un artista in ­colto, dice, è « rozzo, povero ». No, ca ­ro Preti, un artista è rozzo e povero se manca di sensibilità, di immaginazione, di sentimenti; insomma, se non è un artista. Villon non credo avesse una gran cultura, ma era ricchissimo di umanità, e questo è bastato a farne un grande poeta.

Oggi, come dicevo prima, il compito del poeta si è affinato, è diventato più preciso e quindi più difficile. « La decifrazione del libro interiore » : così Proust definisce questo compito. E ag ­giunge: « Quanto al libro interiore di tali segni sconosciuti… nessuno poteva aiutarmi con nessuna regola a deci ­frarlo: perché la sua lettura consiste in un atto di creazione in cui nessuno può sostituirci, e nemmeno collabora ­re con noi. Quanti si guardano perciò da tale lettura! E a quali duri compiti ci si sobbarca pur di evitare questo! Ogni avvenimento â— fosse l’affare Dreyfus o la guerra â— aveva fornito agli scrittori altrettante scuse per non decifrare quel libro; a essi premeva as ­sicurare il trionfo del Diritto, ricosti ­tuire l’unità morale della nazione, mancava il tempo di pensare alla let ­teratura! Erano soltanto scuse: la ve ­rità è che essi non avevano â— o non avevano più â— ingegno, cioè istinto ».

Anche ai nostri tempi la scusa dell’impegno politico è servita a masche ­rare il vuoto o l’esaurimento di molte vocazioni letterarie (parlo anche per me). Oggi a quanto pare le cose vanno anche meglio per lo scrittore fallito o esaurito: egli ha a sua disposizione una gamma più ampia di scuse. Gran ­de successo sembra abbia quella del ­l’aggiornamento scientifico: lo scritto ­re deve tornare sui banchi di scuola, deve studiare la linguistica, le geome ­trie non euclidee, l’etnologia, la fisica nucleare, pena l’irrimediabile invec ­chiamento del suo mondo e del suo linguaggio. Ovviamente questi studi sono lunghi, durano anni e anni; anzi, non finiscono mai, perché la scienza nel frattempo progredisce ed esige nuovi aggiornamenti. Lo scrittore è così liberato una volta per sempre dalla fatica di scrivere. Nessun dubbio che a uno scrittore in cerca di scuse le idee di Preti riusciranno graditissime.

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