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LETTERATURA: I MAESTRI: Quante scuse per non scrivere

24 Novembre 2015

di Carlo Cassola
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 16, gioved√¨ 18 aprile 1968]

Il ¬ę Filo diretto ¬Ľ tra la Anna Maria Ortese e Italo Calvino sul Corriere provoc√≤ malauguratamente una piccola polemica tra Calvino e me, dico ma ¬≠lauguratamente, perch√© sono pochissi ¬≠mo interessato alle discussioni genera ¬≠li: per esser franco, mi sembra tempo perso. Giulio Preti la riesamina sulla Fiera con l’articolo ¬ę Chi ha paura del ¬≠la scienza? ¬Ľ, e mi costringe a ripren ¬≠derla. Cercher√≤ comunque di restare sul piano psicologico, che per me √® un terreno fermo.

Chi ha paura della scienza? Nel suo ¬ę Filo diretto ¬Ľ con Calvino, la Ortese esprimeva sgomento per le conquiste spaziali. L’ho provato anch’io; credo l’abbiano provato anche quelli che hanno finto di entusiasmarsi. Sar√† uno sgomento irragionevole, ma non pos ¬≠siamo fare a meno di allarmarci quan ¬≠do ci sembra che la scienza varchi certi limiti. Siamo anche noi un pezzo di natura, e ci sta a cuore che l’ordine della natura non venga alterato. Cer ¬≠to, questa √® paura della scienza. Si √® attenuata per fortuna l’altra paura, che la scienza arrivi a svelare ¬ę il mi ¬≠stero dell’Universo ¬Ľ, come si diceva nell’Ottocento. ¬ę Finch√© la scienza non giunger√† a scoprire √Ę‚ÄĒ le fonti della vita √Ę‚ÄĒ e nel mare e nel cielo esister√† un abisso √Ę‚ÄĒ che al calcolo resister√†… Finch√© per l’uomo esister√† un mistero √Ę‚ÄĒ ci sar√† una poesia! ¬Ľ Cos√¨ Becquer, agl’inizi del positivismo. E gi√† in que ¬≠sto opposto atteggiamento dello scien ¬≠ziato e del poeta, e pi√Ļ in generale del pensatore e del po√®ta, il primo posse ¬≠duto dalla febbre di conoscere, il se ¬≠condo animato piuttosto dalla preoccu ¬≠pazione contraria, √® indicata quella profonda differenza che oggi si vorrebbe abolire per ridurre tutto a cultura e magari a scienza.

Ma a parte questa istintiva, irragio ¬≠nevole e inestirpabile paura, io non ho niente contro la scienza. In particola ¬≠re, non ho nessun rimprovero da rivolgere alla cultura scientifica, per il semplice fatto che essa non si √® mai sognata di attentare alla libert√† della poesia. E’ la cultura umanistica che ha compiuto e compie questi attentati: quella cultura umanistica che √® in crisi da quando la scienza le ha tolto quasi tutti i campi d’indagine e ne ha arche reso difficile l’azione mediatrice (un Cartesio o un Kant erano perfet ¬≠tamente al corrente dello stato delle scienze nel loro tempo; ma oggi un filosofo come fa ad avere un’informazione di prima mano e a formarsi un’opinione propria sui vertiginosi progressi degl’innumerevoli settori in cui s’√® articolata la ricerca scientifica?). Anche il famigerato scientismo positivista consist√© in un’affrettata volgarizzazione e in un’arbitraria estensione del metodo scientifico ad altri campi: fu insomma un misfatto della cultura umanistica e non di quella scientifica.

Oggi √® la stessa cosa, gli scienziati attendono al loro lavoro e non si cura ¬≠no di quel che fanno i poeti. E se per caso hanno sentore che certi artisti poco seri si appigliano alle loro rivo ¬≠luzioni scientifiche per giustificare le loro rivoluzioni artistiche, si affretta ¬≠no a sconfessarli (cos√¨, mi sembra, fe ¬≠ce Einstein coi cubisti). E’ solo l’intel ¬≠lettuale generico di formazione umani ¬≠stica che si affanna a compiere ¬ę me ¬≠diazioni ¬Ľ che nessuno gli ha chiesto.

La divisione del lavoro propria del mondo moderno ha depurato la lette ¬≠ratura di fantasia, cio√® la poesia, dai compiti accessori che poteva aver avu ¬≠to in passato: per esempio, da quei compiti didascalici che Preti sembra rimpiangere. Si √® depurato anche il ro ¬≠manzo, che era il genere pi√Ļ impuro: mentre nel Settecento e ancora nel- l’Ottocento convivevano nel romanzie ¬≠re un artista, un sociologo, un morali ¬≠sta, un riformatore ecc., nel Novecen ¬≠to √® sopravvissuto solo l’artista. La poesia si √® insomma concentrata nel suo compito specifico, che √® proprio ¬ę l’impudico esercizio ¬Ľ che sembra ur ¬≠tare Preti. Non si insister√† mai abba ¬≠stanza sul carattere privato, personale della poesia; sul fatto cio√® che la poe ¬≠sia nasce dallo stupore esistenziale e dall’attaccamento alla vita. ¬ę Il cuo ¬≠re ¬Ľ, dice Boris Pasternak, ¬ę agisce nella sfera del piccolo, ed √® grande proprio perch√© agisce nella sfera del piccolo ¬Ľ. Un poeta non pu√≤ che tentare di dar forma al piccolo mondo che gli √® proprio, e quanto pi√Ļ riesce a renderlo piccolo, quando pi√Ļ cio√® rie ¬≠sce a renderlo in ci√≤ che ha di perso ¬≠nale, di singolare e in definitiva di unico, tanto pi√Ļ pu√≤ sperare in un ri ¬≠sultato che abbia un qualche interesse anche per gli altri.

Stando cos√¨ le cose, non vedo come si possa istituire un parallelo tra la creazione artistica e la scoperta scien ¬≠tifica. La prima √® strettamente legata alla natura e alla biografia dell’autore; la seconda ne prescinde completamen ¬≠te. La fisica e l’astronomia di Galilei non ci dicono nulla sull’uomo; le poesie . del Leopardi ci dicono invece tutto su lui, e le pi√Ļ minuziose biografie non fanno che confermarci quanto gi√† sa ¬≠pevamo della sua indole, dei suoi sen ¬≠timenti, della sua felicit√† e infelicit√†.

Se Tolstoi non avesse fatto l’esperien ¬≠za della guerra non avrebbe scritto Se ¬≠bastopoli e Guerra e pace; mentre La ¬≠voisier sarebbe stato il fondatore della chimica moderna comunque gli fosse ¬≠ro andate le cose nella vita. E ancora: se Tolstoi fosse morto in fasce, non avremmo Guerra e pace; se fosse morto in fasce Lavoisier, qualcun al ¬≠tro avrebbe scoperto il principio della conservazione della materia.

Preti invece istituisce questo paral ¬≠lelo: ¬ę Scienza e arte letteraria esplora ¬≠no le medesime esperienze, la medesi ¬≠ma realt√†; scienza e arte letteraria su ¬≠perano il linguaggio comune… ¬Ľ. La seconda affermazione mi sembra sen ¬≠z’altro sbagliata. La scienza supera il linguaggio comune, tanto √® vero che si parla di linguaggio scientifico. La poe ¬≠sia non pu√≤ superarlo: l’esperienza, la deve ripensare proprio in termini di linguaggio comune. E’ vero che si par ¬≠la anche di linguaggio poetico, ma per riprovarlo come un pregiudizio classicistico.

La prima affermazione pu√≤ sembrar vera dal momento che oggi esistono discipline che studiano scientificamen ¬≠te i moti dell’animo, un tempo riserva ¬≠to dominio della poesia; ma mentre, che so, lo psicanalista √® spinto dal de ¬≠siderio di conoscere, il poeta √® mosso dal bisogno di dare un senso alla vita. La poesia appaga un bisogno pi√Ļ pri ¬≠mordiale di quello conoscitivo. Se si vuole, ha una funzione biologica: pro ¬≠muovere l’attaccamento alla vita. Tol ¬≠stoi da giovane ha scritto: ¬ę Scopo del ¬≠l’arte non √® quello di risolvere i pro ¬≠blemi, ma di costringere gli altri ad amare la vita in tutte le sue manife ¬≠stazioni. E queste sono inesauribili. Se mi dicessero che posso scrivere un ro ¬≠manzo nel quale mi fosse dato di di ¬≠mostrare per vero il mio punto di vi ¬≠sta su tutti i problemi sociali, non de ¬≠dicherei due ore a un’opera di questo genere. Ma se mi dicessero che quello che scrivo ora sar√† letto tra vent’anni da coloro che oggi sono bambini, e che essi rideranno e piangeranno e si in ¬≠namoreranno della vita sulle mie pagi ¬≠ne, allora dedicherei a quest’opera tut ¬≠ta la mia vita e tutte le mie forze ¬Ľ.

Dice Preti: ¬ę Purtroppo Cassola si vuol mantenere attaccato alla formula della poesia come espressione: al pi√Ļ meschino, al pi√Ļ povero e ignorante degli slogans di un’estetica e di una filosofia tra le pi√Ļ meschine e inconsi ¬≠stenti. “Espressione‚ÄĚ √® tutto: anche una bestemmia ¬Ľ. Qui Preti manca completamente il bersaglio. Le sue pa ¬≠role potranno suscitare le ire dei cro ¬≠ciani; ma io non me ne sento toccato. Perch√© non sono mai stato un crocia ¬≠no. Nessuna opera di pensiero ha avu ¬≠to la bench√© minima influenza sulla mia formazione letteraria. Che cosa fosse la letteratura, che cosa rappre ¬≠sentasse lo scrivere oggi, che cosa io stesso potessi scrivere, l’ho capito leg ¬≠gendo Figli e amanti, Dublinesi, Dedalus.

Croce l’ho letto solo anni dopo, quando mi son dovuto preparare a un concorso per l’insegnamento. E nell’e ¬≠stetica crociana non ho trovato nulla che risvegliasse il mio interesse: o c’e ¬≠rano verit√† che avevo gi√† acquisito per altra via, o c’erano degli errori. E’ un errore, per me, l’identificazione in ¬≠tuizione-espressione: ci√≤ che sentiamo sorpassa infinitamente le nostre possi ¬≠bilit√† di esprimerci, noi non riusciamo a chiarire che in misura minima la no ¬≠stra vita intuitiva. E un altro errore √® l’affermazione che le intuizioni-espres ¬≠sioni qualitativamente si equivalgono e che quindi una bestemmia vale la poesia di Dante. Fin da bambino io ero stato cosciente proprio del contra ¬≠rio, e cio√® di una differenza qualitati ¬≠va in seno alle intuizioni: nel gran fiume che √® la nostra vita intuitiva, alcune, rare, si staccavano con una vi ¬≠vezza, con un timbro inconfondibile: e per un attimo ero sopraffatto dalla fe ¬≠licit√†. Su queste rare intuizioni, a cui da grande diedi perfino un nome, si fond√≤ la mia poetica.

A me pare di entrare agevolmente nella testa dell’uomo di cultura (se non altro perch√© anch’io ho qualche interesse culturale). Possibile che un uomo di cultura non riesca a entrare nella testa di uno scrittore?

Che si tratti di due formae mentis completamente diverse, mi pare lo di ¬≠mostri anche la storia: le grandi sta ¬≠gioni della poesia non hanno affatto coinciso con le grandi stagioni della cultura. Omero √® venuto alcuni secoli prima di Platone e Aristotele; Roma ha avuto una grande poesia, ma non ha prodotto niente nel campo del pen ¬≠siero; lo stilnovismo e Dante precedo ¬≠no di un bel po’ la fioritura dell’Umanesimo.

Dante √® naturalmente il nome che mi viene buttato tra i piedi quando cerco di tener ferma la distinzione tra poesia e cultura, tra sentimenti e idee. Lo fa anche Preti: ¬ę In prosa e in poe ¬≠sia, e persino nella sua pi√Ļ alta poesia, Dante ha travasato tutte le sue cono ¬≠scenze teologiche, filosofiche, scienti ¬≠fiche ¬Ľ. Ora io non so cosa significhi ¬ę alta poesia ¬Ľ : √® un’espressione che non mi capita mai di usare, perch√© non vedo cosa vi corrisponda. Ma so che il bagaglio culturale di Dante era di necessit√† povero rispetto al nostro e che non ne resta nulla. La grande sta ¬≠gione poetica di cui Dante fu la massi ¬≠ma espressione consist√©, come tutte le grandi stagioni poetiche, nella risco ¬≠perta della realt√† alla luce di un nuo ¬≠vo sentimento esistenziale. Dante fu tanto maggiore di Cavalcanti o di Guinizelli perch√© in lui la forza di quel sentimento era tale da investire ogni cosa, perfino, forse, gli oggetti del pen ¬≠siero. Ma √® certo che Dante noi segui ¬≠tiamo a leggerlo per la poesia e non per la cultura, dato che a quella cultu ¬≠ra non prestiamo pi√Ļ nessun credito. Ed √® anche certo che Dante √® un poeta quando fa vivere i sentimenti e le pas ¬≠sioni, quando rievoca i fatti storici del recente passato o quando descrive il paesaggio toscano; lo √® assai meno, e forse non lo √® affatto, quando disserta sulle macchie lunari.

Ma Preti rimane fermo al suo pre ¬≠giudizio culturalistico. Un artista in ¬≠colto, dice, √® ¬ę rozzo, povero ¬Ľ. No, ca ¬≠ro Preti, un artista √® rozzo e povero se manca di sensibilit√†, di immaginazione, di sentimenti; insomma, se non √® un artista. Villon non credo avesse una gran cultura, ma era ricchissimo di umanit√†, e questo √® bastato a farne un grande poeta.

Oggi, come dicevo prima, il compito del poeta si √® affinato, √® diventato pi√Ļ preciso e quindi pi√Ļ difficile. ¬ę La decifrazione del libro interiore ¬Ľ : cos√¨ Proust definisce questo compito. E ag ¬≠giunge: ¬ę Quanto al libro interiore di tali segni sconosciuti… nessuno poteva aiutarmi con nessuna regola a deci ¬≠frarlo: perch√© la sua lettura consiste in un atto di creazione in cui nessuno pu√≤ sostituirci, e nemmeno collabora ¬≠re con noi. Quanti si guardano perci√≤ da tale lettura! E a quali duri compiti ci si sobbarca pur di evitare questo! Ogni avvenimento √Ę‚ÄĒ fosse l’affare Dreyfus o la guerra √Ę‚ÄĒ aveva fornito agli scrittori altrettante scuse per non decifrare quel libro; a essi premeva as ¬≠sicurare il trionfo del Diritto, ricosti ¬≠tuire l’unit√† morale della nazione, mancava il tempo di pensare alla let ¬≠teratura! Erano soltanto scuse: la ve ¬≠rit√† √® che essi non avevano √Ę‚ÄĒ o non avevano pi√Ļ √Ę‚ÄĒ ingegno, cio√® istinto ¬Ľ.

Anche ai nostri tempi la scusa dell’impegno politico √® servita a masche ¬≠rare il vuoto o l’esaurimento di molte vocazioni letterarie (parlo anche per me). Oggi a quanto pare le cose vanno anche meglio per lo scrittore fallito o esaurito: egli ha a sua disposizione una gamma pi√Ļ ampia di scuse. Gran ¬≠de successo sembra abbia quella del ¬≠l’aggiornamento scientifico: lo scritto ¬≠re deve tornare sui banchi di scuola, deve studiare la linguistica, le geome ¬≠trie non euclidee, l’etnologia, la fisica nucleare, pena l’irrimediabile invec ¬≠chiamento del suo mondo e del suo linguaggio. Ovviamente questi studi sono lunghi, durano anni e anni; anzi, non finiscono mai, perch√© la scienza nel frattempo progredisce ed esige nuovi aggiornamenti. Lo scrittore √® cos√¨ liberato una volta per sempre dalla fatica di scrivere. Nessun dubbio che a uno scrittore in cerca di scuse le idee di Preti riusciranno graditissime.


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Bart