Pascoli – Caselli. Silenzio, ho parenti

di Cesare Garboli
[da “La fiera letteraria”, numero 18, giovedì 2 maggio 1968]

GIOVANNI PASCOLI
Lettere ad Alfredo Caselli
Mondadori, pagine 930, lire 5000.

In quello stupendo, incosciente libro che è Lungo la vita di Giovanni Pasco ­li. la Mariù ci aveva già raccontato le vicende che condussero il Pascoli, su ­perata la crisi di gelosia per le nozze della sorella Ida, ad affittare una rusti ­ca villa nella campagna toscana. Inse ­gnante di liceo a Livorno, il Pascoli ignorava l’esistenza di Barga. Ma il poeta sta organizzando se stesso, sta già inventando, dopo la ricostruzione del nido familiare, dopo la riunione delle « colombelle spaurite » a Massa e a Livorno, la difficile, precaria fabbri ­ca della propria vita. Sembra guidato da un istinto infallibile. Va a Barga, la prima volta, nel settembre 1895, ac ­compagnato da un conoscente bargeo, il maestro Carlo Conti, amministrato ­re del collegio San Giorgio all’Arden ­za. Visita la casa, dà un’occhiata intor ­no, vede la Pania alta tra le nuvole, fir ­ma il contratto. Le Myricae sono di tre anni prima. In quello stesso autun ­no ’95, la mattina prestissimo del 15 ottobre, « con Gulì e i nostri uccellini in una gabbietta fatta fare apposta per il viaggio, partimmo in treno alla vol ­ta di Lucca, donde con una vettura, mandataci da Barga, ci avviammo per raggiungere Castelvecchio ».

Dall’ottobre ’95 fino alla morte, ogni volta che potesse liberarsi dagli impe ­gni universitari, Pascoli abitò nella ca ­sa di Caprona, in cima al poggio di Ca ­stelvecchio. Trascorre a Barga le va ­canze del ’96 ci resta fino a tutto l’in ­verno e alla primavera del ’97, dimis ­sionario dalla cattedra di grammatica greco-latina a Bologna. Alle origini di queste dimissioni è una storia familia ­re, nemmeno un dissapore, ma una fu ­ga. Pascoli temeva d’incontrarsi, a Bo ­logna, con la sua bestia nera, il danna ­to, e certo più sciagurato di lui, fratel ­lo Giuseppe. Era tipo curioso, questo Peppino Pascoli, detto anche « il Pa- glierani tale da inventarsi storie di do ­lore, disgrazie inesistenti. E difatti si era presentato pochi anni prima, in male arnese, a Livorno, annunziando ai fratelli la morte della moglie e i ca ­si tristissimi della figlia. Fu rivestito, ospitato, si pianse con lui ». « Giusep ­pe », racconta la Mariù, « ripartì da ca ­sa dando segni di grande commozione. Gli si dettero denari; gli si dettero pu ­re, dietro sua richiesta, oggetti di ve ­stiario e di biancheria. Sembrerà in ­credibile, ma tanto la morte della mo ­glie quanto le cose riguardanti la figlia non erano per niente vere ».

Frattanto il Pascoli era chiamato a tener cattedra a Messina. Son questi, tra il ’98 e il 1902, i suoi anni cruciali, tempo di vena ribollente, « impetuo ­sa ». Il poeta lavora a più cose, alle nuove antologie scolastiche, ai discor ­di, alle interpretazioni dantesche. Prende gioia perfino a insegnare. Or ­ganizza la sua ispirazione in una « poetica », definisce il suo « sociali ­smo patriottico », si costruisce una fisionomia di apostolo e vate in con ­correnza con Carducci e d’Annunzio.

Porta avanti i Canti di Castelvecchio, ma ha già in mente il piano dei Convi ­viali, composta qualcuna delle Odi. Era arrivato a Messina in formazione, in crescita, ne esce ridipinto a nuovo. E’ il suo periodo difficile, splendido.

Pascoli sa da dove gli viene la forza: dal « nido », dal campanile di Barga, dal suo felice trapianto in terra tosca ­na, che gli ha concesso di esistere. Mancano solo due cose, ormai, alla sua compiutezza: l’acquisto della casa di Castelvecchio, la cura meticolosa nella stampa delle sue opere. E a colmare le due lacune, senza neppure saperlo, di contribuire a erigere il monumento di un vivo, penserà un agiato dolciere, letterato e viaggiatore lucchese, Al ­fredo Caselli.

« Se tu sei nulla, noi siamo nulli; / ché in tutto, Alfredo, simile io t’amo. / Per le fanciulle, per i fanciulli / noi lavoriamo… ». Per essere stata oggetto di attenzione da parte di pascolisti pri ­mari, il Pancrazi ed Emilio Cecchi, la figura del Caselli è ormai nota a tutti gli affezionati del Pascoli. Ma soltanto oggi vedono la luce, sempre a cura di Felice del Beccaro, dopo la raccolta parziale del ’60, tutte le lettere indiriz ­zate dal poeta al « prediletto degli amici lucchesi »: 556 pezzi tra lettere, cartoline postali e illustrate, telegram ­mi, biglietti. Può anche essere, come scrive il Cecchi, che questo materiale « costituisca uno dei più ricchi deposi ­ti e cafarnai della biografìa pascoliana ». Certo quello che avvince, in que ­ste lettere, è la suspense, il thriller nella trattativa per l’acquisto della ca ­sa di Barga. Che storia! La compra, non la compra, il Pascoli passa da uno stato d’animo all’altro, in « un suppli ­zio infernale d’acqua bollente e d’ac ­qua gelata ». C’è un litigio coi contadi ­ni, la famiglia Arrighi: o vanno via lo ­ro o Pascoli non compra. Corrono let ­tere anonime, saltano fuori ipoteche, doppiezze, persecuzioni. « Oh i miei canti! con che cuore vuoi che canti an ­cora un campanile che non vedrò più!… Era il mio capolavoro! Accidenti alla borghesia ladra, bugiarda, infame, luida! ». Ma ci siamo, la compra.

« Oh Serchio nostro! Dunque, no ­stro. Siamo decisi… il Dio di Mariù mi aiuterà. E avrò conquistato il mio ni ­do con gran fatica. A proposito, fa che non si sappia, specialmente pei giorna ­li, l’acquisto che è destinato a farsi: ho parenti! ». E’ un urlo che viene dal cuore. Ed è l’ombra del bugiardo Peppino, che torna a riaffacciarsi, a sca ­denze improrogabili come le cambiali, all’anima del povero, angustiato Zvanì.

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