Breton. La pistola dai capelli bianchi

di Ivos Margoni
[da “La fiera letteraria”, numero 47, giovedì, 23 novembre 1967]

Un miserabile mucchietto di segre ­ti, questo sarebbe il grande scrittore moderno, a detta del Malraux degli Antimémoires. La formula è ricca e vale di sicuro per parecchi, ma non per Breton. Il paradosso iniziale di un artista vissuto in continua tensione oracolare con il « mistero » è infatti la sua gran trasparenza, una quasi completa mancanza d’ombra che non sia progettata, di margini vaghi. Tutta la sua opera è una vibrante « casa di cristallo », un indaffarato déballage, un aprire e svuotare valigie e cassetti per mostrarne il fondo nudo, e il so ­gno stesso non è forse per lui anzitut ­to una chiave, un invito a procedere con metodo verso una fioritura medie ­vale di chiose lucide ed esaurienti, come nei Vases communicants? Diverso in ciò da molti surrealisti, Breton s’ostenta dunque in piena lu ­ce e non gli basta mai questa luce che pure richiede di continuo le tenebre complementari, sicché non è da esclu ­dere che il presunto limite dottrina ­rio del suo orizzonte, quell’impegno prima di tutto cerebrale e così felice ­mente impoetico d’illuminare e spie ­gare ogni cosa, nasca da un’avversio ­ne ossessiva, sicuramente traumatica e infantile, e insieme da un’attrazione irresistibile per ciò che è occultato, relegato al di là della porta, per ciò che è prigioniero o sepolto che trova un sorprendente compenso simmetri ­co nel desiderio, non meno ossessivo ma ora rassicurante, del gruppo e del ­la « morale di club ». Sollecitare il « mistero » per smontarlo meticolosa ­mente e dissiparne in pubblico il se ­greto, questo è comunque l’impeto del ­la sua indole.

Certo, la sua dottrina altro non è che un digest giovanilmente cocciuto dell’irrazionalismo ottocentesco e, con i canonici vent’anni di ritardo, della psicologia viennese: da Novalis a Rimbaud, il sogno era stato opposto con doti conoscitive e demiurgiche al « rea ­le », la fede nell’inconscio è d’una lun ­ga corrente del romanticismo non ita ­liano, la rivolta morale, sociale e re ­ligiosa è il volto dialettico dell’esclu ­sione dell’artista romantico dalla so ­cietà e dell’immane gonfiarsi della sua rabbia e delle sue pretese nel ­l’isolamento, la tentazione di compor ­re la rivolta nella rivoluzione è un estremo, generoso assestarsi, dinanzi alla nuova organizzazione del movi ­mento operaio, dell’ » anticapitalismo borghese » di molti romantici e deca ­denti, la funzione illuminante attri ­buita all’intuizione estetica, ora ap ­poggiata sulle possibilità d’indagine e di rappresentazione simbolica offerte da Freud, è la ripresa d’uno dei più noti tic simbolisti, l’esaltazione della donna, tramite fra l’uomo e la natu ­ra, e dell’amour fou come aspirazio ­ne a ricreare l’androgino originario ha un sapore insieme platonico e occultistico (ma « La monogamia è il progresso più grande compiuto dal ­l’uomo nei tempi moderni », ci ricor ­da, ahimè, un più recente Pensatore), e persino la « scrittura automatica », che gonfia il petto del giovane Bre ­ton d’un irreprimibile compiacimen ­to teorico, è sin dal nome una trovata della psicologia francese di qualche decennio prima.

Roger Caillois ha comunque buon gioco quando constata che non v’è nulla di più letterario dei dettati « an ­tiletterari » e « automatici » tentati da Breton e Soupault verso il ’20 (Les Champs magnétiques) che per altro verranno in seguito ridimensionati dal ­lo stesso Breton, conscio della possi ­bilità che il poncif s’ìnsinui in essi, fino a quando Eluard, nel ’36, stabili ­rà un’ormai indispensabile benché tardiva distinzione fra scrittura auto ­matica, racconto di sogno e poesia. Va osservato inoltre che il surreali ­smo si dimostrò molto più attento al « meraviglioso » e all’insolito che al ­l’automatico. E’ comunque a prezzo di una quasi completa assenza di sorpre ­sa culturale e anche d’una sorta di stizza della mente che Breton riesce a svelarci l’appassionante ambivalen ­za del suo mondo e del suo caratte ­re, che consiste, sintetizzando, in un rifiuto soggettivo dell’individualismo romantico (anche e soprattutto in arte: « La poesia deve esser fatta da tutti », gli aveva suggerito Lautréamont) accoppiato a un estremo condizionamento culturale in senso romanticamente individualistico, e, pa ­rallelamente, in un divorante bisogno d’attribuire oggettività all’inconscio onnipresente e onnipotente e, come il desiderio freudiano, capace di meta ­morfosarsi in mille forme sempre im ­prevedibili, congiunto a un acuto sen ­timento della soggettività d’un reale la cui importanza sarebbe spesso l’ali ­bi odioso di troppe mistificazioni filo ­sofiche e morali, di troppe volgarità estetiche.

Ne deriva quest’unicum: l’universo di Breton, affidato esclusivamente al potere metaforico dell’immaginazione sistematicamente costretta ad accoz ­zare gli opposti e gli estremi per sot ­toporre le forme convenzionali della natura e dell’arte a un corto circuito che le metta violentemente in relazio ­ne con l’essenza, presenta specie nel ­le poesie, un carattere nettamente na ­turalista se confrontato con le realiz ­zazioni degli ispiratori, come fosse un insieme di studiose tranches de vie oniriche (l’artista non è « un sordo ricettacolo », un « modesto apparec ­chio di registrazione »?), mentre la percezione del mondo è tutta circon ­fusa d’un alone magico, ma sollecita ­to, come se fosse ottenuto mediante una macchina per proiezioni, sostan ­zialmente « curioso », com’è rivelato dalla debolezza permanente del poe ­ta nei confronti del « caso » e di quel ­le coincidenze conturbanti in cui for ­se non s’accorge di tradire anche il lato midinette della sua mente (« Tiens! comme c’est drí³le! ») ampia ­mente confermato dal suo antico e ri ­dicolo idillio con le veggenti (queste cumane dei boulevards), dalla sua sno ­bistica attenzione agli oroscopi.

La sua passione per il sogno e la poesia è insomma tutta mentale, il suo interesse per il reale tutto im ­maginario, e in ciò egli fu effettiva ­mente « un ríªveur définitif », votato al tentativo, all’ira e allo scacco, ma anche a una nobile e singolare ten ­sione. Questa è comunque la sua schietta novità nei riguardi dell’idea ­lismo poetico puro, che si limitava a negare in blocco il reale e a scorger ­lo tutto attuato nella sola estetica, ed è commovente l’ostinazione con cui lo scrittore giura di credere come nes ­sun altro nell’oggettività del mondo (che non era affatto per lui, come per Fichte, « il non-io creato dal suo io » ) e respinge ogni insinuazione di mi ­sticismo (credere nel surreale è apri ­re la via che riporta a Dio, gli obiettava Desnos) o d’idealismo, e bi ­sogna vedere con quale scrupolo solen ­ne stabilisce che tutti gli elementi utilizzati dal sogno provengono sem ­plicemente dalla « vita vissuta ».

Il suo grande piano pubblico era in ­fatti quello d’una conciliazione gene ­rale fra apparenza e assenza, fra so ­gno e vita, fra rivolta e rivoluzione, ed è questa tenacissima volontà di colmare finalmente le grandi fratture provocate nel secolo precedente dal conflitto fra arte e società, fra l’ego e il super ego (la soluzione sarebbe il sé), a riscattare il suo sbalorditivo ri ­tardo culturale, quel suo far rinascere e imporre con fede ora candida ora feroce a una nuova élite ora omoge ­neamente ben disposta alcuni miti già perfettamente realizzati nell’Ottocento, ma in sedi separate e antinomi- che. Riscatto che poi si prende rivin ­cite spesso crudeli sul Breton artista, inquinando molte sue opere con una ambiguità e un’insicurezza d’imposta ­zione talora non riducibili e assenti in alcuni suoi compagni di strada più dotati o meno divisi o, come Michaux, immunizzati contro gli opposti, nati effettivamente, non programmatica ­mente, per sognare e vedere nel sogno.

La « poesia » di Breton va insomma cercata anzitutto nel senso e nei ter ­mini d’una ideologia estetica lacerata, nei nodi romantici giunti brutalmen ­te al pettine della storia, ed è appun ­to su questo terreno difficile che oc ­corre seguirlo se lo si vuol vedere rea ­lizzare in modo talora perfetto, fon ­dendo prosa e poesia, discussione teo ­rica e stupore magico, istinto e ragio ­ne, polemica arrogante e docile abban ­dono ai miti dell’infanzia, il suo biso ­gno di dare all’estetica una dimensione effettivamente nuova e all’esistenza la sua pregnanza di libertà e costrizione, di riflessione e intuito, di casualità e necessità, di realtà e di sogno, grazie a una sorta di metaestetica descrizio ­ne o evocazione o d’auspicio di come l’universo e la vita, percepiti è inter ­pretati in una totale scioltezza di con ­catenazioni associative e provocati a un continuo «processo di realtà » fon ­dato su prove solide o indizi casuali, potrebbero o dovrebbero essere com ­pleti e liberi. Ed è qui che il pressapochismo e la farragine misteriosa ­mente si decantano e la cultura riaf ­fiora come la fonte non più lutulenta della sua ispirazione, sempre meravi ­gliosamente secondaria, intenzionale e letteraria, e si rivela come la sola ma ­teria solida della sua poetica, che è tutta la sua poesia e tutta la sua alie ­natissima sensibilità.

Si pensi comunque a quel libro uni ­co del Novecento che è Nadja (1928), alla sua struttura volutamente compo ­sita e non-poetica, sovranamente asim ­metrica e divagante. Al di là dell’ese ­crato « roman », al di fuori dell’estetizzata confessione romantica, contro il lirismo sino a trovare il suo stendhaliano stile del codice nella prosa dei neurologhi, ma con un rigoglio finale dell’écriture artiste per segnalare un ritorno a sé o il profilarsi d’un nuovo orizzonte dopo un’esperienza ormai incastonata fra un inizio e una fine aberranti, ecco dunque il più sorprendente fourre-tout letterario che si conosca, l’involucro indefinitamente duttile che consente d’iniziare l’azione in un pun ­to remoto della narrazione, di fran ­tumare a piacere il récit (che « esclu ­de la finzione », osserva ancora Blan ­chot, ed è « dell’ordine della constata ­zione » ) o di raccontare l’effetto scon ­volgente d’un morboso spettacolo dì boulevard, di concludere à cí´té apren ­do su un nuovo amore che sembra ed è un inclemente affronto alla fol ­lia ormai rinchiusa di Nadja, lontana in ogni prospettiva, abbandonata a fi ­lantropiche tirate, qui francamente tartufesche, contro i manicomi.

Il tutto in un autobiografismo distante, senza però sbavature intro ­spettive alla Gide, con date e nomi e circostanze esatti, proprio per rendere diaristica e tutta plausibile la presen ­za dell’insolito nel quotidiano, l’in ­quietante interferenza fra alienazione e normalità, fra sogno e vita, fra mi ­stero e realtà, secondo il vecchio pro ­posito di Hoffmann o di Poe, ora pri ­vato, come in Nerval, d’ogni tentazio ­ne novellistica, ridotto a una sorta d‘épure erotico-esoterica, quasi imper ­sonale, sicuramente gelida.

Con Nadja nasce così in piena con ­sapevolezza quel romanzo-saggio che Breton tenterà invano di riversare dentro i Vases comunicants (1930), forma in cui nessun momento viene privilegiato a danno degli altri, esito naturale d’una concezione lirica del mondo e dell’uomo in cui ogni attività dello spirito, ogni manifestarsi delle cose si pone come ugualmente capa ­ce d’espressività, come possibile avvio verso l’altro ve dov’è la vera esistenza, il vero mondo. E, per affossare con ostentazione quel descrittivismo ro ­manzesco già stigmatizzato, con un infelice esempio tratto da Dostoev ­skij, nel Manifesto del ’24 (è a Bre ­ton che Valery confidò la propria in ­capacità di scrivere « La Marquise sortit à cinq heures », e non è quindi un caso se la presenza surrealista è anzitutto visiva), ecco nelle fotografie che illustrano e ritmano organicamen ­te il racconto una stupenda Parigi 1925; la bella epoca è stata cannoneg ­giata dalla Bertha e in quell’aura in ­giallita delle immagini, in quella stra ­na sospensione che per noi ha il vol ­to dell’attesa della nuova catastro ­fe, emergono un po’ fantomati ­camente, certo in modo struggen ­te, i massicci immeubles dell’era Haussmann, gli hí´tels votati alla Sfin ­ge o ai Grand Hommes, le statue tut ­te borghesi d’Etienne Dolet o di Becque, i negozi di cammei duri del Palais Royal, gli alberi e le facciate del ­la Place Dauphine; la très belle et très inutile Porte Saint-Denis, i caffè dedicati alla Nouvelle France, i nego ­zi di Bois et Charbon, scenario insie ­me incantevole e funereo di quell’in ­cessante flí¢nerie urbana (il modello è ancora Baudelaire, e Nerval) che è lo stimolo più accertabile delle fantasti ­cherie surrealiste: l’uomo in preda al ­le cose, agli incontri, ai casi e alle coincidenze, ai « faits-précipices » e ai « faits-glissades » che minacciano da ogni dove e dovrebbero minare ogni aspettativa normale facendo della vi ­ta « un viaggio nel paradiso dei tra ­bocchetti ».

Il gusto, si sa, è stato la gran gioia e la gran trappola del movimento, la tentazione all’inevitabile snobismo ma anche l’avvio alla volgarizzazione e al kitsch. In un mondo in cui, scrutata, ogni apparenza ha da mostrarsi tra ­sparente e instabile, gli oggetti più usuali o più strani vivono la loro crisi poetica, accettano « una situazione sur ­realista » capace di redimerli dal loro star lì inerti o morti, di caricarli di voci venute dal profondo dell’universo e della psiche.

« Amavo i dipinti idioti, soprapporte, scenari, tele di saltimbanchi, in ­segne, miniature popolari; la lettera ­tura fuori moda, latino di chiesa, li ­bri erotici senza ortografia, romanzi delle bisnonne, racconti di fate, libret ­ti per l’infanzia, vecchie opere, ritor ­nelli insulsi, ritmi ingenui », con que ­ste poche righe della Stagione Rimbaud ha provocato la più radicale ri ­voluzione di gusto dei tempi moder ­ni, ed ecco le foto di Nadja proporci l’estetica del marché aux puces che, combinata con i découpages della gio ­vane ispirata, con i suoi disegni biz ­zarramente infantili e isterici, con i complicati oggetti incomprensibili, con il gesto della signora di cera che al Museo Grévin è intenta nell’ombra a raggiustarsi la giarrettiera, con il fol ­le particolare della Profanazione dell’Ostia dell’Uccello, con lo scenario li ­berty delle Détraquées, con i prodigio ­si prospetti riassuntivi del film del terrore L’Etreinte de la Pieuvre, com ­pongono tutto il climax esoterico del movimento, lo spazio preferibilmente polveroso, d’una modernità straniata e avvizzita, tipicamente parigina, co ­me d’un Baudelaire filtrato da Huysmans e dal rigattiere (personaggio- chiave del vivere surrealista) entro il quale tutti gli esercizi più teatrali e le provocazioni più ardite o loufoques determineranno la conflagrazio ­ne semantica più rumorosa del « bel ­lo », ora fondato sul principio poetico della sorpresa, dello stupore illumi ­nante, delle corrispondenze imprevi ­ste, dell’erotismo complicato o segreto.

E anche e forse soprattutto di quel ­l’umorismo che preesistente nelle co ­se e nel cosmo come possibilità del ­l’irrazionale di mandare all’aria ogni ordine costituito, può essere « ogget ­tivo » (secondo Hegel, pare!) o « nero » (Swift, Lautréamont, Jarry) o aggres ­sivamente nonsensical (Lear, Lewis Carrol, ancora Lautréamont e Jarry) fino a costituire il marchio della poe ­sia surrealista insieme più modesta e geniale (Desnos, Queneau) o del tea ­tro (Vitrac, il primo Ionesco) in cui l’umorismo è un acido che agisce sul ­la lingua disgregandola in elementi aberranti che, ricombinati secondo un disordine orientato, creano un univer ­so comicamente assurdo, irrisorio o irrisoriamente tragico, a seconda dei temperamenti e delle circostanze, con un trasferimento al gioco di parole, al calembour, a ogni possibile ambi ­guità del francese, non già dei com ­piti « espressivi » della lirica sepolta, ma del potere di rendere evidente nel ­la lingua stessa il suo deposito d’ir ­razionale, gli abissi dello spirito in preda alla sua libertà di creare anche mostruosamente o di spalancarsi sul sogno o d’incattivirsi nella negazione dei valori mistificati.

Questo stato di grazia non tocca quasi mai i versi di Breton, di cui si annuncia imminente un’ampia scelta einaudiana, in cui è invece nettamen ­te ravvisabile quel suo impegno così serioso (« la leggerezza non è il mio forte », ammette già verso il ’20) nel ­l’impiego naturalistico e didattico del ­l’immagine surreale che fa delle sue raccolte, da Clair de Terre (1923) al Poisson soluble (1924) al Revolver à cheveux blancs (1932) a L’Air de terre (1934), un magma passabilmente pauroso, sicuramente spossante e pa ­radossalmente giornalistico, d’un gior ­nalismo manieristico da potins de la commère dell’inconscio, in cui fa spic ­co soprattutto il genio demagogico e tutto francese dei titoli azzeccati (e così meditati!) che son già prepotenti inviti a quell’immaginario in cui l’on ­nipotenza del desiderio, annota Starobinski, può esercitarsi.

Nell’insieme, siamo dunque ben lon ­tani dal solo capolavoro omogeneo del ­la poesia onirica del Novecento, dalla Léone di quell’« innominabile Monsier Cocteau » che fra l’altro, e prima del ’20, aveva realizzato tutta la poesia surrealista e il mondo che implica, anche ‘ il suo teatro antiteatrale, ma con quella légèreté parigina e altobor ­ghese, con quella grazia ironicamente neofrancese, con quell’inesausta capa ­cità di catturare la trovata, di diver ­tirsi e di strappare la poesia al riso che non poteva non urtare il caratte ­re insieme caporalesco, pontificale e preziosamente plebeo di Breton, in cui anche l’ostinato ottimismo mes ­sianico assume modi vagamente sini ­stri e scoraggianti, alla Robespierre. Con per altro il pathos positivo impli ­cato da questo nome che subito ci rin ­via al tentativo di superare « l’idea deprimente del divorzio irreparabile fra l’azione e il sogno », fondendo poe ­sia individuale e realtà collettiva, giu ­stezza estetica e giustizia sociale nel ­l’odio per ogni menzogna conformisti ­ca, per qualsiasi oppressione, per tutte le strumentalizzazioni che costituisce il nucleo del disperato programma op ­posto fin dall’inizio da Breton ai già imperanti burocrati della cultura sta ­liniana, in un confronto tragicamen ­te donchisciottesco per far ammette ­re, e in quel clima, fra quegli scogli e in quel sangue che già i fascisti fa ­cevano scorrere, che nell’indispensa ­bile rivoluzione sociale l’artista rivo ­luzionario non è chi accetti la velina o l’oleografia, ma chi, come Courbert, come Rimbaud, che oppone l’universo della veggenza al mondo della borghe ­sia, incarni la sola verità esplosiva di cui possa esser capace, quella di rendere l’uomo più padrone d’ogni mo ­dalità dell’universo, della psiche e del linguaggio; non quella di fotografare gruppi anche simpatici, ma d’illumi ­nare ciò che vi è d’irremissibilmente complesso, d’incatalogabile e, sempre secondo Breton, d’irriducibilmente eterno nell’umano: « Il vero oggetto di tormento del surrealismo è la con ­dizione umana, al di là della condi ­zione sociale » che, pure, gli premeva e lo scandalizzava.

Fede ancora romantica, certo, fede che però Marx ed Engels avrebbe ­ro forse potuto accogliere, ma Hen ­ri Barbusse? Dicevamo più su di no ­di romantici giunti al pettine della storia; occorre adesso precisare che gl’insulti contro la patria, la fami ­glia, la religione, l’esercito, la pro ­prietà, gli sputi sui cadavres d’ogni genere caratterizzano certamente gli anni cruciali del surrealismo, ma non il surrealismo poiché sono una sem ­plice orchestrazione francese del ni ­chilismo di Dada con cui Breton ave ­va seriamente flirtato. Com’è noto, l’at ­to surrealista più semplice sarebbe stato, a detta del primo Manifesto, quello di scendere in strada con una pistola in mano e di sparare a caso sui passanti (Oh, Lafcadio!), frase che procurò qualche guaio al suo autore sul piano della coerenza (molto nota ­ta, in ambito serio, la sua assenza dalla Spagna al momento giusto, la sua partenza per l’America al mo ­mento giusto) e che soprattutto l’espo ­se al ridicolo, morbo di cui, almeno in Francia, si può ancora perire.

Buona parte del prestigio di Breton è comunque dovuta al suo franco ge ­nio dell’organizzazione, ai suoi doni squisitamente politici, al suo terrori ­smo intellettuale molto orchestrato una verità avrà sempre da guada ­gnare se prende per esprimersi una andatura oltraggiosa »), alla sua capa ­cità d’intimidire o di terrorizzare tut ­ti con una purezza rigorosa brandita come uno spauracchio, né d’altra par ­te si vede perché chi fa il capo debba sfuggire al destino minimo di chi co ­manda: essere odiato. Mi sembra co ­munque lamentevole che di lui e dei suoi migliori compagni sopravvivano solo i sogni, in tele oggetti poesie, il gusto e i tic, talora detestabili, e non i gesti dell’impegno, se non folklorizzati.

Il surrealismo non è stato un’avven ­tura estetica, come si tende a credere da più parti (è terribile esser noti prima d’esser conosciuti, avrebbe com ­mentato il beneamato Jean), dato che lo sforzo massimo di Breton, e dun ­que del movimento nella misura in cui coincide con lui, fu invece quello di creare, con l’arte, un mito progres ­sivo e collettivo fondato su un umane ­simo irrazionalista ed emancipatore a ogni livello, ma è proprio questa possibilità che è stata spazzata via dall’ultima guerra e dalla « zona neutra, al di là della riprovazione dell’appro ­vazione », in cui siamo entrati, secon ­do quanto dichiarò poco prima di mo ­rire l’ultimo romantico (con quel suo bel volto di vecchia, interessante si ­gnora scandinava che ormai ha rap ­porti distesi con i fantasmi) a Octavio Paz. E’ lecito infatti credere che André Breton ha concluso non una epoca, ma una civiltà.

Parla Breton

« E io penso anche che la poesia, che è la sola cosa che m’abbia mai sorriso nel ­la letteratura, emana mag ­giormente dalla vita degli uomini, scrittori o no, che da ciò che essi hanno scritto o da ciò che si suppone che avrebbero saputo scrivere. E questa vita è, semplice- mente il modo in cui l’uo ­mo sembra aver accettato la inaccettabile condizione uma ­na ».

«Il meraviglioso è sempre bello, qualsiasi meraviglioso è bello, anzi, solo il meravi ­glioso è bello ».

« Io credo nella risoluzione futura di questi due stati, in apparenza così contraddittori, che sono il sogno e la realtà, in una sorta di realtà assolu ­ta, di surrealtà ».

« Quel che c’è di meravi ­glioso nel fantastico, è che il fantastico non c’è più: c’è solo il reale ».

« Tutto porta a credere che esiste un certo punto dello spirito dal quale la vita e la morte, il reale e l’immagina ­rio, il passato e il futuro, il comunicabile e l’incomunica ­bile, l’alto e il basso cessano d’essere percepiti contraddit ­toriamente. Orbene, si cer ­cherebbe invano all’attività surrealista un movente di ­verso dalla speranza di de ­terminare tale punto ».

« Andare oltre l’insuffi ­ciente, l’assurda distinzione fra il bello e il brutto, fra il vero e il falso, fra il bene e il male ».

« Il poeta ispirato è là do ­ve cessa d’appartenersi che egli appartiene a noi. Quei prodotti dell’attività psichi ­ca, distratti il più possibile dalla volontà di significare, alleggeriti il più possibile dal ­l’idea di responsabilità sem ­pre pronta a far da freno, indipendenti il più possibile da tutto ciò che non sia la vita passiva dell’intelligenza ».

« Eraclito, Abelardo, Eck ­hart, Gilles de Retz, Rous ­seau, Swift, Sade, Lewis, Arnim, Lautréamont, Engels, Jarry: Io me ne sono fatto un sistema di coordinate a mio uso, sistema che resiste alla mia esperienza persona ­le e che dunque mi sembra includere alcune possibilità del domani ».

« Non vedo nulla, in tutto il compiersi della funzione onirica, che non attinga chia ­ramente, per chi accetti di darsi la pena d’esaminarla, dai soli dati della vita vissu ­ta, nulla che, non potrò mai ribadirlo abbastanza, se si sottraggono quei dati su cui s’esercita poeticamente l’im ­maginazione, possa costituire un “residuo” apprezzabi ­le che poi si tenti di far pas ­sare per irriducibile. Dal pun ­to di vista del meraviglioso poetico: qualcosa, forse; dal punto di vista del meraviglio ­so religioso: assolutamente nulla ».

« Io auspico che il surrea ­lismo passi per non aver ten ­tato nulla di meglio che get ­tare un ”fiIo conduttore” fra i mondi troppo dissociati del ­la veglia e del sonno, della realtà esterna e interna, del ­la ragione e della follia, del ­la calma della conoscenza e dell’ainore, della vita per la vita e della rivoluzione ».

« Sono costretto ad accetta ­re l’idea del lavoro come ne ­cessità materiale. Che gli ob ­blighi sinistri della vita me l’impongano, ebbene sia, che mi si chieda di credervi, di riverire il mio o quello degli altri, giammai… Non serve a nulla essere vivi il tempo in cui si lavora ».

« Al di là della confusione delle lingue e dei costumi, io vedo l’uomo, ciò che di lui rimane per sempre immo ­bile nel centro del turbine. Sottratto alle contingenze di tempo e di luogo, egli appa ­re veramente come il perno di quel medesimo turbine, co ­me il mediatore per eccellen ­za. E come potrei conciliar ­melo se non lo restituissi es ­senzialmente a quella facol ­tà fondamentale che è il dor ­mire, cioè al ritemprarsi, ogni volta che occorre, pro ­prio nel seno di quella notte sovrabbondante niente popola ­ta in cui tutti, esseri e ogget ­ti, sono lui stesso, partecipa ­no obbligatoriamente del suo essere eterno, cadendo con la pietra, volando con l’uccello? Io vedo nel centro della piazza pubblica quel ­l’uomo immobile in cui, lun ­gi dall’annientarsi, si combi ­nano e meravigliosamente si limitano le volontà avverse d’ogni cosa per la sola gloria della vita, di quell’uomo che non è nessuno e che è tutti… E’ dai poeti, nonostante tutto, nella serie dei secoli, che è possibile ricevere e lecito at ­tendersi gl’impulsi suscettibi ­li di riporre l’uomo nel cuore dell’universo, d’astrarlo per un attimo dalla sua dissol ­vente avventura, di ricordar ­gli che egli è per ogni dolore e per ogni gioia esteriori a lui un luogo perfettibile di ri ­soluzione e d’eco ».

«La morale è la grande conciliatrice. Attaccarla si ­gnifica ancora renderle omag ­gio. E’ in essa che io ho sem ­pre trovato i miei principali argomenti d’esaltazione ».

« Quando dunque si darà al ­l’arbitrario il posto che gli spetta nella formazione delle opere o delle idee? ».

« Non c’è bisogno di dire che in nessun momento, dal giorno in cui abbiamo accon ­sentito a prestarci a queste esterienze, noi abbiamo adot ­tato il punto di vista dello spiritismo. Per quanto mi riguarda, io mi rifiuto for ­malmente d’ammettere che esista una comunicazione qualsiasi fra i vivi e i morti ».

« Non sarebbe male se ri ­stabilissimo per lo spirito le leggi del terrore ».

« L’artomatismo psichico non ha mai costituito per il surrealismo un fine in sé. Si trattava di sventare, di sventare per sempre la coa ­lizione delle forze che veglia ­no affinché l’inconscio sia in ­capace di qualsiasi violenta eruzione: una società che si sente minacciata da ogni par ­te come la società borghese, pensa, infatti, a giusto titolo, che una tale eruzione può esserle fatale ».

« Necessità d’esprimere vi ­sivamente la percezione in ­terna… Il solo dominio sfrut ­tabile per l’artista diventava quello della “rappresentazio ­ne mentale pura”, che s’esten ­de al di là di quello della per ­cezione vera… La pittura e la costruzione surrealiste hanno permesso, intorno a elementi soggettivi, l’organizzazione di percezioni a tendenza ogget ­tiva. Queste percezioni, pro ­prio grazie alla loro tendenza a imporsi come oggettive, pre ­sentano un carattere scon ­volgente, rivoluzionario nel senso che esse chiamano im ­periosamente, nella realtà esterna, qualcosa che rispon ­da loro. E’ possibile preve ­dere che, in larga misura, questo qualcosa ”sarà…”. Le creazioni apparentemente più libere dei pittori surrealisti non possono naturalmente ve ­nire alla luce se non median ­te il ritorno da parte loro a dei “resti visivi” provenienti dalla percezione esterna. E’ solo nel lavoro di raggrup ­pamento di questi elementi disorganizzati che s’esprime in una sola volta, ili ciò che essa ha d’individuale e di col ­lettivo, la loro rivendicazio ­ne. Il genio eventuale di que ­sti pittori risiede meno nella novità sempre relativa dei materiali che essi mettono in opera che nell’iniziativa più o meno grande di cui fanno prova quando si tratta di trar partito da questi materiali ».

Freud a Breton (20 dicem ­bre 1932) : « Benché io rice ­va tante testimonianze del ­l’interesse che voi e i vostri amici portate alle mie ricer ­che, personalmente non sono in grado di vedere con chia ­rezza che cosa vuole il sur ­realismo. Forse non sono fat ­to per capirlo, io che sono così lontano dall’arte ».

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