di Geno Pampaloni
[da “La Fiera Letteraria”, numero 26, giovedì 29 giugno 1967. Da questo numero inizia la direzione di Manlio Cancogni, che succede a Diego Fabbri]
Il critico militante è accusato, non di rado con qualche ragione, di ecces siva indulgenza; gli riesce quasi sem pre difficile tener ferme le indispen sabili gerarchie di valori nel panora ma letterario contemporaneo; è porta to a sopravvalutare le intenzioni e le aspirazioni degli scrittori in confron to ai risultati artistici; e del resto le estetiche più accreditate e attuali met tono in dubbio l’esistenza stessa o l’at tendibilità oggettiva dei « risultati », ai quali è anteposta l’importanza del la « ricerca » in termini di cultura. Il « gusto », di cui un tempo si faceva gran conto, si è ridotto a una dimen sione (o, come anche si dice, a un « approccio » ) sempre più privata e irrilevante. E, insomma, quanto più doviziosa e in molti casi stimolante è divenuta la parte critica dell’infor mazione, tanto più ardua e disperata si è fatta la funzione critica del l’orientamento, merce sempre meno richiesta, e, dopo tutto, anche un tan tino ridicola da tentare di imporre.
Tra i libri di narrativa (adoperan do qui la parola nella sua accezione più ampia, indifferenziata e ambigua per ricchezza di significati come oggi è necessario: comunicazione creativa espressa in prosa); tra i libri di nar rativa dei nostri contemporanei ce ne sono alcuni che si propongono quale obiettivo primario di essere accetti al grande pubblico, o addirittura (co me si è appreso a un recente conve gno di scrittori) che vengono scritti con il deliberato proposito di parteci pare, possibilmente vincendolo, a un premio letterario; sono in genere i li bri che ci interessano di meno. Altri si indirizzano precipuamente a con fermare la validità di un’estetica o di una « poetica », di un’idea della lette ratura; e tra questi, per irritanti che possano risultare, ce ne sono di degni di molta considerazione e rispetto. Al tri ancora si ingegnano (si « impegna no » ), sorretti da una più o meno ma tura passione ideologica, a mettere a fuoco il significato e il senso del tem po in cui viviamo; e qui devo confes sare che tutta la mia formazione mi porta a una istintiva simpatia nei lo ro riguardi, sorvolando talora sugli ec cessi delle problematiche.
Altri ancora sono ispirati da un no bile sentimento degli universali, dalla necessità, per antica matrice spiritua le, di esprimere l’emozione del loro autore di fronte al mondo e alla vita; e sono quelli che stringono più da vicino, rischiosamente, gli scoscendi menti e i solitari camminamenti che portano alla poesia. E ce ne sono in fine altri, quanto mai rari, che per una sorta di grazia naturale e di mi racolosa solidità interna si fanno rico noscere di colpo e direi quasi oggettualmente toccare quali realtà lettera rie vere e proprie.
Un caso davvero fortunato ci fa co minciare la nostra quindicinale rasse gna libraria con un libro di quest’ultima specie. Il primo, essenziale giu dizio che si può dare de II Doge di Aldo Palazzeschi (ed. Mondadori, pagg. 188, L. 2000) è infatti questo, che si tratta di uno di quei libri che passano direttamente dalle macchine della tipografia alla storia letteraria.
« Nelle prime ore della mattina e dai punti strategici della città, gli al toparlanti annunziarono che alle do dici precise alla Loggia del Palazzo Ducale si sarebbe affacciato il Doge ». Prende inizio così la straordinaria fa randola. Tutta Venezia si riversa nel le calli e nei campielli, converge ver so il Palazzo, in un intrecciarsi e mol tiplicarsi di « voci » assurde, ingenue, contraddittorie, esaltate. Che cosa an nuncerà il Doge, affacciandosi dopo secoli a salutare la folla? Uno spet tacoloso evento di fortuna o un’orren da calamità? Tutti hanno da dire la loro, i candidi, gli entusiasti, i timora ti, i pessimisti; né mancano i soliti bene informati: « da un momento al l’altro », insinua un autorevole turista forte della perfetta conoscenza della lingua italiana, « a quella Loggia si sa rebbe presentato il Papa con la mo glie ».
Ma, scoccati invano i dodici solen ni rintocchi di mezzogiorno dall’orolo gio di Piazza, il Doge non appare. E tuttavia la tensione non si allenta. La delusione, nella gente, è ben presto sostituita dal fiorire delle congetture sulla mancata apparizione. Timore del Doge per la gravità dell’annuncio che avrebbe dovuto dare? Malore? O in disponibilità della Dogaressa, eterea e delicata creatura, uscita malconcia dalle due battaglie coniugali cui il Do ge, uomo di spaventosa virilità, l’ha sottoposta ( « davano per sicuro che il brutale sbatacchiamento, naturalissi mo d’altra parte, fosse pervenuto que sta volta a proporzioni mai raggiunte, micidiali da incutere terrore, in spe cial modo per coloro che amano la temperanza, la tenerezza, i modi deli cati nell’amore »)?
Così, anche il giorno dopo, quando gli altoparlanti, senza far cenno allo scacco della vigilia, rinnovano l’an nuncio dell’apparizione del Doge per le ore dodici, una folla strabocchevo le e ansiosa si accalca sotto la Log gia, blocca il traffico (le valigie dei turisti in arrivo e impediti di transi tare si assiepano sulla riva come una mostruosa muraglia). Ma questa vol ta, dopo che il Doge si è rifiutato di nuovo all’appuntamento, nella folla sbigottita domina un presagio sinistro: si ha certezza che il Doge si ripro mette di annunziare che « da quel mo mento è aperta ufficialmente la rivo luzione ». « Le finestre veneziane so no altrettante bocche che facilmente si aprono per rimanere aperte senza limite di tempo », osserva l’autore in una pagina delle più gaie.
Ognuno si sbarra dietro l’uscio di casa, un silenzio innaturale occupa la città. Il terzo giorno, allo scoccare del le dodici, sotto la Loggia e ovunque c’è il più assoluto deserto. E invece, ecco che, la voce circola subito e trova immediato credito, il Doge si è dav vero affacciato, ridente, con al fianco l’eterea Dogaressa bionda e un’altra donna, una brunona giunonica, una donna-cannone più resistente, con ogni evidenza, alle sue possenti espansioni. Ma allora, ci si chiede, non la rivolu zione egli aveva in animo di annun ciare, ma la bigamia? Il mistero si aggroviglia, ma quando rischia di im miserirsi, si chiarisce risolvendosi in una sconvolgente apoteosi di carità.
Con un immenso boato, ecco scom parire la cattedrale di San Marco. Poi subito tutto torna al suo posto e il prodigio’” » svela: è stato il Doge, nel la sua sovrumana generosità, a guida re i cavalli di bronzo della cattedra le, impazienti e frementi dopo seco li di immobilità, in una sfrenata ga loppata per gli spazi. La folla ora si acquieta in una sconfinata e religiosa ammirazione per il suo Doge inacces sibile e senza nome, eppure così pre sente nei cuori: « Da Paoluccio a Lodovico il nome dei Dogi di Venezia tut ti li comprende, giacché ce ne sono voluti centoventi per poterne avere uno così ».
* * *
Questa fantasia scatenata e tenuta sotto controllo soltanto da una altret tanto irresistibile ironia appartiene, fuor di dubbio, al Palazzeschi miglio re. Ma non è evidentemente nella fa vola, qui riassunta molto alla buona, che il libro trova il suo spazio poeti co, sibbene nel capriccioso dilatarsi e rifrangersi delle fantasie e delle pas sioni di una moltitudine di volta in volta cauta, timorosa, illusa, delirante. Chi volesse trovare qualche parentela a Il Doge dovrebbe cercarla tra le pagine più ariose e libertarie dello scrittore, le più sganciate dalle affezioni del racconto naturalistico che pure dettero, negli anni trenta, i ri sultati più armoniosi e più classici di un suo personale realismo (Le sorelle Materassi, 1934; Le stampe dell’Ottocento, 1932); e rifarsi a Il codice di Perelà (1911), o a certi brani memo rabili e ingiustamente molto meno fa mosi come la scena del processo ne I fratelli Cuccoli (1948). Si tratta, co me ormai appare acquisito, del Palaz zeschi più autentico e originale.
Ma è sorprendente che in questo libro, per l’anagrafe, senile (il Palaz zeschi è nato nel 1885, ottantadue an ni fa), sia obbligatorio registrare al meno due novità, e di non piccolo ri lievo, rispetto a quelle gloriose riusci te. Anche questa volta, come si è vi sto, lo scrittore affronta il tema degli umori di una folla colpita dal produr si di avvenimenti eccezionali. Ma lo fa, contrariamente al suo solito, con l’abolizione completa del dialogo, del la registrazione diretta, che isolava, allora, le battute in una immediata fragranza spettacolare. Qui lo stesso effetto è raggiunto attraverso un im pasto linguistico raffinato, che tradu ce analogicamente l’anarchia delle vo ciferazioni, delle congetture, l’anar chia cioè dei diversi livelli linguistici di una collettività, in una parallela e sapientissima anarchia sintattica. Il periodo palazzeschiano è, qui, più che spericolato, dirotto, squinternato, por ta l’assurdo o l’arbitrio sin nell’inter no delle giunture e coordinazioni lo giche (si veda come esempio limite la pag. 49); e tuttavia riesce, nella maggioranza dei casi, a trascinare i suoi significati con vigorosa freschezza.
Si tratta, come qualcuno ha già sug gerito, di una risposta all’attuale avan guardia? Non è del tutto da esclude re, conoscendo il gusto scanzonato del divertimento e la completa dispo nibilità dello scrittore all’avanguardia. Ma, se così fosse, occorrerebbe osser vare due cose: In primo luogo, a que sta presunta seconda avanguardia del vecchio maestro dei più audaci speri mentalismi, manca il fastidioso preva ricare dell’io intellettuale che inaridi sce le prove anche più intelligenti dei giovani esponenti della neo-avanguar dia. In secondo luogo il virtuosismo apparente del Palazzeschi risponde a una ragione poetica profonda: il suo mondo si regge, da sempre, su una sorta di paratassi metafìsica, giacché la sua gioconda infelicità del vivere e del veder vivere porta sullo stesso piano ogni frammento di realtà, tutta, per lui, ugualmente godibile e motivo di allegria.
Chi, ne Il Doge, fa la parte del narratore è un borghese perbene, ben pensante, un po’ aulico e persino no tarile; ma i materiali linguistici che egli agglomera nel proprio parlare so no di svariatissima estrazione: plebei, gregari, del luogo comune, della reto rica moderata, preziosamente vernaco lari (« cicloni turbini tifoni, rovesci sguazzaroni scatarosci » ), tratti da can zonette alla moda, o anche attinti lim pidamente alla vena ironico-lirica del Palazzeschi poeta, come quando, par lando di Venezia come città ove l’uni co rumore è causato dalla parola, si descrive « quel frastuono orchestrale cooperativo e monotono, anonimo, che non riesce per nostra immensa fortu na a valicare il padiglione dell’orecchio limitandosi a passeggiarvi sull’orlo come i colombi sulla grondaia del tetto ». In sostanza, per dirla in breve, qui lo scrittore dei « buffi » spe rimenta sulla folla, sull’aggregato cit tadino, le risorse della sua inventiva: il vero protagonista de Il Doge (insie me con Venezia) potremmo chiamar lo « il buffo di massa ».
L’altra novità da registrare ci ri porta a quel piccolo capolavoro che è, nel libro che il Palazzeschi pub blicò l’anno scorso (Il buffo integra le, 1966), il racconto intitolato « L’ami co Galletti », nel quale ci viene presentato un tale che, quando si trovava con un amico, era l’incarnazione stes sa dell’ottimismo e della gioia di vi vere, e, quando si trovava con un al tro amico, era tetro, nero e catastro fico come un funerale. Lo stesso mo vimento pendolare, la stessa acroba tica contrapposizione di situazioni al superlativo presiede al ritmo di que ste pagine, con l’effetto, quasi sempre felice, di una tensione alterna e di uno spericolato intrecciarsi di continui « a fondo » con la realtà. Sì che in questo racconto ove di fatto non accade nul la, il colpo di scena è di casa. E nel fragoroso trambusto delle opinioni contrapposte si insinuano melodiosa mente come veri e propri motivi mu sicali certi temi ironici ricorrenti: quello delle valigie (francamente po co riuscito, o per me incomprensibi le), quello di Dante esploratore dei ghiacci del Polo Nord, e quello, deli zioso, dei veneziani che appena sve gli inaugurano la giornata « spupaz zandosi un pochettino con la moglie ». E, soprattutto, domina il tema di Venezia, come luogo incantato della fe sta, dello splendore, della parola in libertà, della ingenua credulità che ri posa sulla profonda ingenuità del l’amore.
Proprio in un simile sentimento che ha per simbolo Venezia, in questo sentimento che assolve in purezza ogni illusione e ogni mito, in questa delicatissima finale giustificazione del l’enfasi come una delle possibili alle gorie della generosità e della felicità, sta, a mio giudizio, la ragione poeti ca del libro.
Se dunque, per ultimo, volessimo chiederci, come taluno ha fatto, se la favola de Il Doge nasconda un’allego ria, sarei tentato di rispondere così: che la fantasia, se amministrata con la cautela che si deve al bene più prezioso, abbraccia tutto come un ca priccioso ma benevolo Iddio, assotti glia il peso della storia, e lievita ovun que, portando nella nostra vita una luce di festa e di leggenda. In un mondo arcigno che teorizza la inco municabilità come condizione dell’uo mo, il poeta inventa una favola ove tutto è sempre e soltanto comunicare.