di Alberico Sala
[dal “Corriere della Sera”, domenica 22 marzo 1970]
Dietro la quinta della fac ciata ripulita, il palaz zone ha salvato l’anima (il silenzio, la luce) primono vecentesca. Una gru verde gira, senza stridere, dentro il cielo. La porta dello stu dio è aperta. Achille Funi, camicia a quadretti, cra vatta gialla con uccelli pompeiani, grembiule plum beo, pipetta fra i denti, è seduto in poltrona, come posasse; contempla, invece, una natura morta appena finita, un drappo verde su di un tavolino, due pan nocchie, una conchiglia, un aglio. Dietro la porta, ripo sano due scatoloni di botti glie di dolcetto di Dogliani. La luce rimbalza, nella stanza, da un’alta parete gialla; più in basso, la re te d’un rampicante aspetta che il sole la riempia d’una favolosa pesca di foglie.
Lo studio è colmo di qua dri non finiti, tele bian che, bottiglie, sifoni, cal chi di gesso, un busto, la testa di un cavallo (Fi dia), fiori secchi, canestri con frutta. Negli scaffali, appoggiati alla parete di fondo, dietro il divanetto sul quale le modelle pa zientemente s’irrigidiscono nelle pose semplici che il maestro predilige, spiccano grossi libri d’arte.
Funi spiega che, a casa, ha una biblioteca ricca; la sezione più organica è quel la dei testi di filosofia. Poi la poesia. Funi è un vec chio amico di Montale. Si alza, fruga fra le cartelle, porta alla luce due qua dretti del poeta: una ma rina perla, un’altra violet ta, con quattro cabine al lineate sulla lingua di sab bia. « I colori sono molto eleganti. E poi si possono guardare da ogni parte, gli scogli diventano nuvole, l’acqua si muta in aria, è la poesia. Con Montale ho dipinto, in buona compa gnia, molte volte, al Forte. Avevo ritratto, un’estate, il vecchio De Grada, e Mon tale aggiunse una gabbia con un merlo, dal becco lunghissimo. Il vento del mare, ch’è a due passi, s’è poi mangiato l’affresco ».
Entra nello studio una bella ragazza, bianca e blu, con occhi larghi e ma linconici. Viene dalla mo stra dei divisionisti, pro prio di fronte. Funi ricor da Previati, ch’era di Fer rara come lui (« Son torna to nella mia città qualche volta, a controllare se c’è ancora. I primi affreschi che vidi furono quelli Schifanoia »). « Morì pazzo, po veretto, coltivando stravol te fantasie ».
Con Boccioni, Funi partì, nel maggio del 1915, volon tario per la guerra nel Bat taglione ciclisti. « Era mol to simpatico, scrisse il pri mo articolo sulla mia pit tura. C’etra anche Marinetti, che in salita alzava le gambe, e si faceva spingere “Però, il futurismo, quello sì è stato un’avanguar dia. Oggi c’è una grande confusione. La pittura mo derna non mi piace, anche quella figurativa, perché non è bene impostata. Lo stesso Picasso, che è un grosso artista, cosa vuoi, di fronte a Piero… I miei al lievi, ne ho avuti tanti, da Bergamo, alla Carrara, a Milano, so quello che pos sono fare, conosco i furbi che cambiano sempre, e quelli che lavorano seria mente. Ricordo Morlotti e Peverelli… No, Cassinari era con Carpi ».
Presso la tavolozza, Funi tiene la sua bibbia, un’an tologia di disegni, Miche langelo, Leonardo, Raffael lo. « Se non c’è la forma â— sillaba â— non c’è la vita…
E le esperienze bisogna scontarle, io dipingevo co me i metafisici, prima che si organizzassero in scuo la; il Novecento l’ho inven tato io, con Marussig, un tipo straordinario, che non parlava mai; e si muoveva parcamente, dopo intense meditazioni. Un giorno ero a casa sua, e dalla cucina balza fuori sua moglie, ac cesa come una torcia. Se non correvo io a spegner la, sarebbe bruciata… ».
Funi ha ispirato una mi tologia lussureggiante d’e stri, d’avventure dei sensi. Ad ottant’anni, s’arrampica sugli scaffali (« Il mio ex-bidello, di quando ero di rettore a Brera, viene a pu lire e a mettere un po’ d’or dine, ma poi non si trova più niente »). Il pomerig gio del 26 febbraio scorso, con un balzo, s’è chinato sulla torta con otto tozze candeline, e con un soffio, gagliardo, le ha spente tut te, fra gli applausi. Ogni giorno, arriva allo studio alle nove ed esce alle un dici; torna alle due del po meriggio e, alle cinque meno cinque, s’incammina, per il tè, verso il Biffi Scala.
Funi, sta bene a Milano. Viaggiare non gli è mai piaciuto, anche se è stato in Africa, ai tempi di Bal bo, per affrescare una in tera chiesa. L’ultimo affre sco l’ha lasciato in una chiesa di frati, a Rimini: così, ha sfiorato i seimila metri quadrati, una lunga storia, tutta una vita.
Una volta alla settimana, Funi va al cinema. Gli pia ceva anche cucinare; è sempre un buongustaio. Ama la conversazione con gli amici, ed è ottimista: « Siamo nati per soffrire ». Continua a lavorare sag giamente, ordinatamente. Ma, ogni tanto, insinua do mande che disarmano, di chiarazioni, a soggetto (« A me piacerebbe essere un leone »): i coriandoli dello stupore. Anche la sua pit tura ha scoperto gorghi, brividi, accenni, ora che la vita è così alta.