Le trote latine (sul Satyricon di Fellini)

di Carlo Laurenzi
[dal “Corriere della Sera”, venerdì 21 novembre 1969]

Molti a buon diritto sono persuasi che Fellini abbia for ­nito col Satyricon il suo film migliore (a parte alcuni film giovanili). Ed è innegabile che un antico libro più ram ­mentato che letto si giovi di tanta pubblicità: non si esclu ­de che il vero Petronio trovi adesso, grazie a Federico Fel ­lini, qualche lettore sincero.

Anche questo, o soprattut ­to questo, sarebbe un merito. E’ superfluo aggiungere che il Satyricon di Petronio non somiglia molto al Fellini Satyri ­con. Ma, coscienziosamente, Fellini si è procurato una sor ­ta di cambiale che lo mette al riparo dallo scandalo dei pe ­danti; l’avallo gli è venuto da Luca Canali, « un romano di quarantaquattro anni, alto, sottile, elegante, con macchi ­na sportiva, che poco corri ­sponde all’immagine tradizio ­nale del professore di latino », e invece è davvero professo ­re di latino (insegna all’uni ­versità di Pisa), e ha senten ­ziato: « Sappiamo tutto sui romani, ma come pensavano realmente, come vivevano, eccetera, no. Perciò è legittimo il tentativo di una libera in ­terpretazione fantastica. Sia ­mo nel campo delle ipotesi: può darsi quindi che la più valida sia proprio quella di Fellini. La grande scienza non si fa senza essere anche poe ­ti, come ha detto Einstein ».

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Allora non spariamo sul poeta. Per curiosità, nondime ­no, si potrebbe osservare co ­me sarebbe folta la serie dei bersagli offerti al pedante da ­gli anacronismi e dalle stram ­berie del film. Né dovremmo tener presente solo il film « vi ­sibile » (la sommità dell’ice ­berg) ma anche ciò che il film implica o, dopo esserse ­ne nutrito, elide: la sceneg ­giatura e il « trattamento », pubblicati in settembre am ­bedue.

Qualche perla? Lasciamo andare. Se si segna in blu il passo di quel vecchio precet ­tore « dall’aria austera, un po’ ottusa » il quale, a bordo del ­la nave di Cesare, « sta leggendo un brano di Tacito », l’imbarazzo ci vince: ci sen ­tiamo simili ad astiosi maestrucoli tronfi della consapevolezza che Petronio è un per ­sonaggio delle storie di Ta ­cito, non viceversa; Luca Ca ­nali e Federico Fellini sorri ­dono di noi. Come pure, se ci trasferiamo da quella na ­ve (inesistente in Petronio) alla nave di Lica, e ascoltiamo Lica impartire ad Encolpio una lezione pratica di astronomia, attenti a noi! Lica volge gli occhi uno dei quali è di vetro al cielo stellato, ten ­de il dito, enuncia: « …Betelgeuse. L’Alfa del Centauro… ». Alt. Betelgeuse è un nome de ­rivato dall’astronomia more ­sca, secoli e secoli dopo quel viaggio per mare; quanto al ­le stelle chiamate Alfa â— gli astri maggiori di ogni costel ­lazione â— l’idea di nominar ­le così non data che dal Seicento. E con ciò? Osereste rimproverare Giotto e Tiziano perché i loro personaggi, trat ­ti dal mito o dalle scritture, vestono panni trecenteschi o cinquecenteschi? L’arte ha tut ­ti i diritti: filisteo chi li in ­frange. Senza contare che co ­me afferma Luca Canali la poesia di Federico Fellini, di ­versamente da quella di Giot ­to, può aspirare a virtù di grande scienza. Einstein è d’accordo. Buttiamo via la ma ­tita blu, sgombriamo il campo in punta di piedi.

Una piccola censura, sem ­mai, può essere mossa a Felli ­ni sul terreno che lui stesso ha scelto: quello di « realiz ­zatore » ed esegeta di un cer ­to Satyricon, il suo. In quan ­to esegeta del proprio Satyri ­con, è risaputo che Fellini (prima che il film apparisse) ha concesso decine di intervi ­ste e partecipato a tavole ro ­tonde. Ha chiarito fondamen ­talmente due punti, il primo dei quali indicheremo con bre ­vità come punto delle trote: « Poter descrivere la vita de ­gli antichi romani come la vi ­ta delle trote; ecco l’ideale. La vita delle trote è ben di ­versa dalla nostra, ma nes ­suno pensa che le trote fac ­ciano stravaganze ». Questa intenzione sembra presuppor ­re un certo scientismo, al di qua di una scienza misterio ­samente raggiunta per il tra ­mite della poesia. In tal caso, un antico romano che guar ­dando il cielo mormori « Be ­telgeuse » ed « Alpha Centau ­ri », è purtroppo paragonabi ­le a una trota che commetta una stravaganza.

L’altro punto è meno bi ­zantino. Il regista, nelle sue numerose tavole rotonde, ha premesso che il film sarebbe stato « fantascientifico » e im ­penetrabile al nostro giudizio razionale nella misura in cui il mondo di Petronio è chiuso al messaggio cristiano, men ­tre noi, volenti o nolenti, sia ­mo impregnati di questo mes ­saggio. Della preclusione al messaggio cristiano il film avrebbe dato una totale te ­stimonianza, fino â— ripeteva Fellini â— ad atteggiarsi come un rapporto da un altro pia ­neta: « Ho tentato col Saty ­ricon un’impresa davvero suicida. Ho rifiutato tutto ciò che mi aveva finora consola ­to, cioè il cristianesimo. Ho cercato di rappresentare il mondo romano come una tri ­bù dell’Amazzonia, cioè un mondo sconosciuto, indecifrabile. Ho fatto un salto nel buio, mi sono lasciato alle spalle tutto ciò che era cri ­stiano, ho rischiato in pro ­prio… I critici diranno se so ­no riuscito almeno in questa liberazione. Io credo di sì… All’inizio è stato terribilmen ­te faticoso, ma poi tutto si è messo a funzionare come vo ­levo. Quando uno acchiappa la nuvola, poi è la nuvola che porta. Satyricon, secondo me, è castissimo proprio per il fatto che gli manca una pro ­spettiva cristiana, un giudizio tradizionale sul peccato… ».

Può darsi che Fellini abbia effettivamente acchiappato una nuvola; il suo impegno â— il rapporto da un altro pianeta â— non è stato mantenuto, e chissà che non sia stato un bene sul piano estetico. Acca ­de in realtà che Fellini Satyri ­con sia per l’appunto « impre ­gnato » di cristianesimo, anzi di cattolicesimo: il film ha, per esempio, una dimensione sadiana (prima che sadica), e nessuno negherà che, l’atroce Marchese sia concepibile sol ­tanto in un orbe cattolico, quale « frutto putre » e angelo caduto. Il sadismo come algolagnia o voluttà nel dolore è certo precedente a Sade; è una passione o deviazione perenne, e l’ancella Criside in Petronio biasima le matrone quae flagellorum vestigia osculantur: però Fellini o i con ­siglieri alle spalle di Fellini ricorrono « storicamente » al Marchese, parafrasandone o trascrivendone le parole: « Esseri deboli e incatenati, unicamente destinati ai nostri piaceri, non illudetevi che le libertà che vi concede il mon ­do vi saranno accordate anche su questa nave. Non aspetta ­tevi che umiliazioni; l’obbe ­dienza è la sola virtù di cui vi consiglio di fare uso. Ricordatevi che ci serviremo di voi come vorremo; nessuno speri di ispirarci pietà. La vostra schiavitù sarà rude, penosa rigorosa. Il minimo errore sa ­rà punito con la morte. Esami ­nate la vostra situazione: siete già morti al mondo… ». Que ­sta, che cito dal « trattamen ­to » del film, è l’apostrofe di Lica agli ostaggi, derivata pari pari â— le frasi sono talvolta le stesse anche se il colore sti ­listico risulta un po’ meno vigoroso â— dall’apostrofe di Blangis ai prigionieri nel ca ­stello germanico delle Cento ­venti giornate. Ci si aspetta che Lica, come Blangis, be ­stemmi Dio all’improvviso: ma se c’erano matrone nel mon ­do di Petronio disposte a ba ­ciare i solchi delle ferite, non sì pretenderà che costoro agis ­sero in nome di una Weltan ­schauung blasfema come Lica-Sade. (Verso la fine della fa ­vola, poi, il testamento di Eumolpo, grottesco nel Satyricon, viene preso sul serio nel Fellini Satyricon: gli eredi del poe ­ta mangiano veramente le sue spoglie. La tendenza a un simbolismo cristiano si mani ­festa incresciosa e velleitaria, nel film, e del tutto palese).

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E’ così: fra i meriti del film di Fellini, uno dei più sostan ­ziosi sembra proprio consiste ­re nell’invito non dichiarato di rileggere o di conquistare Pe ­tronio. Non è questa la sede per insistere sulla vitalità, la potenza, la mestizia, la distac ­cata e non caduca moralità di quell’autore latino. Ma è au ­spicabile, di fronte all’infedele e fronzuto almanaccare del technicolor, un’operazione «ri ­duttiva » e raziocinante che abbia per fine l’accostamento corretto al capolavoro.

Qualche segno didascalico può venire fissato, con sempli ­cità. Si cominci col leggere la recentissima, energica tradu ­zione del Satyricon di Piero Chiara, edita da Mondadori: non c’è il testo latino; il te ­stamento di Eumolpo è sop ­presso come « ridondante »; la mano dell’artista è sicura nel tagliare e, con parsimonia, nell’arricchire. Subito dopo, si passi alle due ottime versioni, filologicamente più argomen ­tate, di Vincenzo Ciaffì (Utet) e di Marzullo-Bonaria (Zani ­chelli) , anch’esse tutte moder ­ne. Non si dimentichi infine che le pagine critiche di Auerbach su Petronio, in Mimesis, restano le più affascinanti.

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