di Gian Franco Vené
[da “La fiera letteraria”, numero 31, giovedì 3 agosto 1967]

Spoleto, luglio

Ora si dice che Allen Ginsberg sarà candidato alle elezioni americane. Sol ­tanto se lo vorrà, ossia se accetterà il tuffo nella politica ufficiale, Allen Ginsberg, poeta indiscusso, drogato, protestatario e misticheggiante, avrà il suo posto al Senato. Secondo le sta ­tistiche s’è formata in America negli ultimi anni una schiera foltissima di elettori disposti a votare per uno co ­me Ginsberg: gli scontenti dell’una e dell’altra parte, i delusi della politi ­ca di Johnson e delle mondanità dei Kennedy, ma soprattutto i giovani che sino a oggi avversi a ogni forma di partecipazione politica raggiunge ­rebbero l’età del voto in concomitan ­za con la conversione del loro idolo Ginsberg alla politica. Jonas Mekas, che è il leader dei registi rivoluziona ­ri, provocatori, apolitici (e drogati) del New American Cinema ha detto a un giornalista italiano che « il gior ­no in cui Ginsberg si presenterà can ­didato, sarà eletto con una grossa maggioranza a qualsiasi carica egli desideri ».

Sta succedendo dunque qualcosa di sconcertante tra i beats d’America e d’Europa. Dopo anni di anarchismo bianco, di individualismo esasperato nelle solitarie esperienze dell’LSD e di sberleffi alla vita sociale, alcuni gruppi vanno tentando lo sfruttamen ­to delle istituzioni per tanto tempo rifiutate, offese, ignorate. Perché que ­sto?

Oggi Ginsberg, come ieri Carducci: vien voglia di dire. Anche lui, Carduc ­ci, fu il demonio della destra e della sinistra, il bestemmiatore arrabbiato: finché in vecchiaia diventò poeta au ­lico, amico della monarchia. Il para ­gone va oltre la cerchia dei letterati, naturalmente: Andrea Costa e la Kuliscioff, anarchici bakuminiani, finiro ­no deputati al Parlamento. E altri. La questione non è nel cambiar ban ­diera. Se mai, è nell’ammainabandiera. Rispetto alla cronaca politica dei loro tempi né i Carducci né i Costa né le Kuliscioff passarono dalla sinistra alla destra: saltarono semplicemente il fosso che li separava dalle istitu ­zioni sociali, dal Parlamento, dalla opposizione riconosciuta.

Un poeta beat che ama Petrarca

Dunque, i precedenti storici alla conversione di Allen Ginsberg esisto ­no. Ma si sa quanto valgono le ana ­logie in storia. Tanto più che Allen Ginsberg, con le sue smanie mistiche e la sua disperata ricerca di una co ­scienza originaria scalzata da ogni influsso della società attuale, non de ­ve dar molto credito alla storia.

Allen Ginsberg è poeta: e tra i no ­stri poeti, mi diceva lui stesso qual ­che giorno fa, ama Petrarca. Un poe ­ta che ama Petrarca è, secondo i no ­stri schemi, un rivoluzionario discu ­tibile. In effetti Allen Ginsberg sareb ­be prontissimo a discutere, e anzi a respingere, i nostri schemi di «rivo ­luzionario » e no.

L’anno scorso, quando accolse in ca ­sa sua a New York un redattore dell‘Europeo e facendosi intervistare mezzo sbronzo raccontò tutto di sé, rifiutò ogni accostamento con il mo ­vimento beat. « Non ho niente a che fare », disse Ginsberg, « col mondo dei beats. Questo soprattutto perché il cosiddetto mondo dei beats esiste solo nelle menti dei giornalisti di Ma ­dison Avenue. Il mondo dei beats è un’allucinazione dei giornalisti. Il ter ­mine fu inventato da un reporter di San Francisco di nome Cohen qual ­che anno fa. Cohen morì in un inci ­dente aereo due giorni dopo che l’ar ­ticolo con la parola beatnik uscì. Eb ­be il premio che si meritava ».

Pare una boutade, e non la è. Gente come Ginsberg (il poeta Ginsberg è uno solo, ma il terreno sul quale egli vive è assai popolato ed esteso, or ­mai) ha per le definizioni una vera e propria idiosincrasia. Le sfugge con la stessa facilità con la quale noi, gio ­vandoci di dati esteriori, gliele affib ­biamo. Questa corsa e rincorsa den ­tro e fuori degli schemi e delle defi ­nizioni è, in realtà, forse la caratteri ­stica più evidente e stupefacente dei beats d’oggi.

Gioventù in carcere e gioventù in libertà

Così come non esiste un’ideologia beat (soltanto in via accademica e astratta se ne potrebbe discutere) non esistono neppure degli atteggia ­menti beats seriamente prevedibili. Questo per dire che Allen Ginsberg, diventasse senatore USA o addirittu ­ra Presidente o Camerlano o quel che volete, non accetterebbe mai e poi mai l’accusa di aver cambiato idea o filo della sua logica.

Ho incontrato Ginsberg al Festival di Spoleto, giorni fa, e abbiamo par ­lato abbastanza a lungo, davanti a una finestra, con tanta gente monda ­na alle spalle. Gente che un lettore accorto, sé non astuto, non s’aspette ­rebbe mai di vedere attorno a Gin ­sberg. La notizia che questo poeta barbuto, scamiciato, con la borsetta e gli amuleti a tracolla, si sarebbe pre ­sentato alle elezioni degli Stati Uniti non era ancora stata ventilata, alme ­no in Italia. Tuttavia: la presenza di Ginsberg a Spoleto, ripensandoci, è un segno abbastanza vistoso della sua conversione.

Quando gli chiesi cosa fosse mai venuto a fare in un Festival come quello di Spoleto, Allen Ginsberg mi rispose che « in Italia ci sono molti cuori spaccati, ed è stupido perdere l’occasione di penetrarvi ». Disse an ­che molte sciocchezze sull’Italia, Gin ­sberg, quella sera. Si mostrò convin ­to, per esempio, che nel nostro Paese sotto la pressione * sadica » (è una sua parola) delle forze conservatrici schiere consistenti di ragazzi cerchi ­no scampo nella marijuana e nel- l’LSD e di conseguenza gemano in prigione.

Grosso modo, secondo Ginsberg, la principale differenza tra la gioventù italiana e quella americana consiste nell’essere la prima in carcere e la seconda in libertà: l’una e l’altra di ­speratamente tuffate alla ricerca di una nuova coscienza. In base a que ­sta valutazione il poeta Allen Gin ­sberg crede sia giunto il momento di trasferire le ricerche etico-poetiche sinora compiute per conto proprio agli altri. Di trasformare, insomma, la propria esistenza individuale in un esempio da proporre.

« Non vuol dir niente », mi diceva Ginsberg « se i vostri arrabbiati non hanno dato niente, per ora, alla poe ­sia o all’arte in genere. Se è vero, co ­me io credo vero, che anche in Ita ­lia comincia ad emergere una gene ­razione che non trova niente, ma pro ­prio niente, di buono nella società, e se questa generazione si sta accorgen ­do della schizofrenia che mina la so ­cietà stessa e quindi cerca dentro di sé qualcosa di nuovo, di integro, gio ­vandosi della droga, dell’LSD, dei metodi yoga, di qualsiasi cosa induca alla meditazione solitaria, se tutto questo accade, allora esiste una situa ­zione poetica nuova. Anche senza poeti ».

Diceva ancora Ginsberg: « Se così è, tra me e il più sbandato dei capel ­loni, come li chiamate voi, esiste un rapporto assai stretto, una possibilità di comunicare ».

A parte le ipotesi sullo stato delle cose in Italia (e tuttavia è un segno dell’allegria di prospettive politiche con cui Allen Ginsberg si preparereb ­be ad entrare nel senato americano), è chiaro che Ginsberg reputa per ora superato il momento della ricerca so ­litaria, dell’autoeducazione, della me ­ditazione pura, come lui dice, e intravvede una possibilità di comuni ­care attraverso le vie consuete della politica. Ma perché? Che cosa è cam ­biato da dieci anni a questa parte: ossia dagli anni in cui Ginsberg si chiuse in sé stesso a ragionare e pro ­dusse una poesia (valida, dicono) che è tutto meno che comizio, messaggio, predicazione?

E’ cambiato questo. Una qualsiasi indagine d’ordine sociologico stabili ­sce che nei Paesi capitalisticamente più evoluti la forza numerica della gioventù beat ha raggiunto livelli pa ­ri a quelli necessari per un’azione po ­litica considerevole. Oggettivamente. Questa forza numerica sinora s’è astenuta dal voto o ha regalato sem ­plici voti di simpatia. Adesso, incon ­trando sulle liste elettorali un Allen Ginsberg, ossia un esponente di se stessa, la forza numerica dei beat può entrare nell’arengo politico. Vo ­tando per Allen Ginsberg, ogni gio ­vane beat vota per il proprio modo di vivere. Non assegna a Ginsberg una leadership ch’egli non ha e che non si è mai sognato di avere: vota sem ­plicemente per un proprio modello: meglio, per se stessa.

Ciò che sta succedendo nel mondo beat americano (uso, come vedete, la definizione che Allen Ginsberg ripu ­dia, ma lo faccio per comodo) ha pre ­cedenti assai chiari in Europa. Nel momento stesso in cui Allen Gin ­sberg pone su di un medesimo piano la propria individualità poetica e l’atteggiamento sociale di qualsiasi ragazzo beat, accetta il confronto con gruppi che pur non avendo dato da fare alla critica letteraria ne hanno dato ai tutori dell’ordine sociale. Per esempio, i provos olandesi. I provos olandesi hanno compiuto intera la pa ­rabola che oggi Allen Ginsberg va delineando con il proprio comporta ­mento. Anzi: nella parabola sono an ­dati più in là. Si sono autoeliminati dalla scena morale, sociale, politica. E questa autoeliminazione, per para ­dossale che possa sembrare, è l’estre ­mo segno della coerenza loro.

Non esiste la letteratura “provos”

Il movimento provos non ha gene ­rato poeti nel senso consueto del ter ­mine. Ci sono intellettuali ad Amster ­dam che hanno prestato ai provos, tra il ’65 e il ’66, il loro appoggio in ­condizionato: hanno scritto articoli per i loro volantini, si sono persino offerti di offrire questi volantini ai passanti all’angolo delle strade. Tut ­tavia non esiste, secondo i nostri schemi, una letteratura provos, e nep ­pure un abbozzo di essa. Eppure, Gin ­sberg direbbe che la carica animatri ­ce dei provos non è distinguibile dal ­la carica che anima la sua poesia.

Quando giunsero in Italia, assolutamente imprecise, le prime notizie sui provos, tutti noi credemmo che si trattasse di un movimento giova ­nile catalogabile sotto l’insegna logo ­ra del qualunquismo. Punto e basta.

Il loro disprezzo della politica cor ­rente sembrava esserne il sigillo di garanzia. Soltanto la constatazione della crisi ideologica lambente ormai anche il nostro Paese ci indusse a de ­dicare un po’ più d’attenzione a que ­sti ragazzi che invocavano una socie ­tà bianca. Ossia: una società di egua ­li, egualmente capace di voltare le spalle a ogni adescamento che pro ­manasse dalla civiltà dei consumi.

L’assoluta eguaglianza, nella conce ­zione un po’ primitiva dei ragazzi provos, non deriverebbe tanto da una equa distribuzione dei beni, quanto da un comune disprezzo dei beni a vantaggio del patrimonio essenziale della vita dell’individuo: l’intelligen ­za, la salute fisica, la libertà di fanta ­sia. Per la piena emancipazione di ognuno di questi valori i provos pre ­dicavano l’affrancamento assoluto dal ­la società, e in particolare dalla so ­cietà neo-capitalista olandese fondata sul lavoro, sì, ma anche sulla produ ­zione e il consumo più rapido possibi ­le di oggetti di lusso.

Mezzi radicali e innocenti

Raccogliendo e facendo propri i da ­ti più comuni della sociologia e della filosofia contemporanea, l’alienazio ­ne, la non integrità dell’individuo e così via, i provos rivendicavano il proprio diritto alla riscossa, alla pu ­rezza, alla « salute » opponendosi alla società e ai beni. Disprezzavano le automobili e i jukes box, la ricchezza e il potere, la società e la socialità, poiché vedevano in ognuno di questi « mostri » un pericolo per l’individuo: un segno della sua schizofrenia.

L’opposizione dei provos consiste ­va nel rifiuto: nel rifiuto di qualsia ­si valore riconosciuto dalla società, positivo ma anche negativo. Con la stessa forza con la quale combatte ­vano, poniamo, il lavoro sistematico o il risparmio, essi respingevano l’idea del furto. (Non c’è niente di strano se lo scorso anno, per stronca ­re una pacifica manifestazione provos ad Amsterdam, la polizia accettò l’aiu ­to delle squadracce della malavita, inviperite contro il moralismo attivo degli anarchici bianchi).

Con la stessa violenza con la quale schernivano la monarchia, i giovani provos schernivano ogni tipo di dommatismo politico, a cominciare dal co ­muniSmo. I loro mezzi di lotta erano altrettanto ambiziosi, radicali e so ­stanzialmente innocenti, dei princìpi. La negazione assoluta della violenza li portava a colorire le loro continue manifestazioni di piazza di una tinta pagliaccesca tutt’altro che guerriera. Poiché il loro fine non era di per ­suadere gli altri, ma di far riflettere gli altri, usavano il mezzo della pro ­vocazione sistematica ai confini del ­l’irrazionale. I capelli lunghi, la vi ­ta apparentemente estranea ad ogni morale codificata, lo stesso disprezzo per il benessere, costituivano altret ­tante armi provocatorie destinate a far scoppiare la testa del borghese o a indurlo a meditare.

Mi spiegavano i ragazzi provos, lo scorso anno, e in particolare uno dei loro teorici, un docente di filosofia, che uno dei fini principali era sovvertire i termini tradizionali della comunicazione tra individui. Oggi due individui comunicano non grazie ai valori propri del loro essere, ma grazie al valore che a essi ha conferi ­to la società. Abbiamo così comunicazioni gerarchiche stabilite in base a valori esterni e convenzionali (il de ­naro, il potere, eccetera) e comunica ­zioni alla pari condizionate anch’esse dalla funzione che gli interlocutori assolvono nella società. Contro que ­sto tipo di rapporti «falsati » i ragaz ­zi provos opponevano un solo rap ­porto da stabilirsi sulle capacità in ­ventive dell’individuo. In parole po ­verissime: un uomo, secondo i pro ­vos, non vale perché è un ingegne ­re. perché è un ricco, perché è un sol ­dato. perché è riuscito nella vita: va ­ie nella misura in cui sa contrappor ­re agli apparenti valori della realtà pratica una sua realtà fantastica, im ­provvisata. L‘happening, questo ri ­tuale dei provos, era precisamente la concentrazione corale di un simile poco di fantasia.

Nessun uomo è vuoto in se stesso

Era facile rispondere ai provos che certi princìpi facevano entrare l’egua ­glianza dalla porta per cacciarla subi ­to via dalla finestra. Non tutti, è chia ­ro, possiedono eguali doti intellettuali e fantastiche: sicché, abolite le differenze di censo altre se ne sarebbero riproposte. Qui i provos olandesi replicavano con un’idea che Allen Ginsberg più volte ha ripetuto pari pari. Nessun uomo è totalmente vuoto in sé stesso: nella peggiore delle ipo ­tesi è distratto, è diseducato a guar ­darsi dentro.

E’ chiaro che così predicando tra loro stessi, i ragazzi provos non cer ­cavano di far proseliti, tantomeno in ­tendevano diffondere un’ideologia. « Non c’è nessun modo per diventa ­re provo », mi diceva uno di loro poi diventato famoso, Bernhard De Vries, « se non sentirsi provo. Noi non abbiamo niente da insegnare. Tutt’alpiù possiamo indurre gli altri a riflettere in sé stessi ». In altre paro ­le, quello che dice il poeta Allen Ginsberg.

Ma lo scorso anno, fine maggio, i ragazzi provos di Amsterdam decise ­ro di presentarsi alle elezioni ammi ­nistrative con una propria lista. Alle ­stirono una campagna elettorale mi ­serabile: un solo manifestino ciclostilato con una mela bacata come in ­segna. Bernhard de Vries fu invitato a un dibattito televisivo con il sinda ­co della città, e garbatamente lo in ­sultò: « Tra me e lei, il vero provo ­catore è lei: poiché quando noi mani ­festiamo le nostre idee, lei ci manda contro la polizia a cavallo ». Tuttavia Bernhard De Vries fu eletto al consi ­glio comunale.

Gli domandai, qualche giorno dopo, se la vittoria elettorale non era una resa incondizionata alle istituzioni. La stessa domanda che oggi viene vo ­glia di rivolgere al poeta Allen Ginsberg. E la risposta fu identica a quel ­la che potremmo ricevere dai beats americani: « Per niente. Ormai erava ­mo in tanti, e nessuno di noi avrebbe votato per alcuno dei partiti esistenti. Così ci siamo costituiti in partito o quasi. E in sede al consiglio comuna ­le (o al Parlamento, o al Senato) la nostra funzione sarà essenzialmente quella di regolare la vita pubblica in modo da permettere a chi sente come noi le più ampie possibilità di agire ».

«Vi aspettate una conquista del po ­tere? », chiedevo.

« Non sappiamo nemmeno cosa sia il potere », rispondevano.

A un anno dalla prima vittoria elet ­torale, i provos olandesi non esisto ­no più. Sono falliti? Integrati? Che cosa? Bernhard De Vries fa l’attore cinematografico, e questo potrebbe consentire altrettanta ironia della partecipazione ufficiale di Allen Ginsberg al Festival di Spoleto.

In realtà i provos hanno fatto i fu ­nerali a se stessi per aver constatato che la loro azione provocatrice, or ­mai, divertiva anziché provocare. La città, il Paese, s’era abituato a loro. Le loro dimissioni, come gruppo, so ­no un ritorno, ancora, all’individuali ­tà dei singoli. E’ nato in Olanda un nuovo partito, tra il liberale e il socia ­lista, privo di un programma e di una ideologia ma strettamente legato alle contingenze, il D 66 (Democrazia 66), e i provos hanno votato per esso con ­tribuendone al successo elettorale. I provos votano ora per il D 66, ma il D 66 non è i provos. Dei provos uno solo continua a escogitare magici, fan ­tastici giochi ad Amsterdam: è un ex attacchino, artefice della più ingegno ­sa campagna anti-fumo che mai abbia avuto l’Europa, una specie di pugile biondo dagli occhi ceruli, che veste da ciclista fine secolo ed è mago di happening. Si chiama Grotweld: è quasi un poeta.

Una serie di questioni impreviste e sconcertanti

Tutto questo per dire che è almeno temerario togliere dalla cronaca il pretesto che Allen Ginsberg si vuol presentare alle elezioni americane per dedurne conseguenze tradiziona ­li: che Ginsberg si rassegni e venga assorbito dal sistema, o che Ginsberg, compiuta questa esperienza, veda mo ­rire attorno a sé il suo mondo. Nelle prospettive di questa gente, Gin ­sberg, beats o provos, (il valore poe ­tico di Allen Ginsberg qui è escluso) ci possono essere e ci sono senz’altro degli errori macroscopici. Sintomi marginali a loro appaiono talvolta co ­me perentori, e la possibilità di passa ­re dall’indagine interiore alla comuni ­cazione esteriore è forse meno imme ­diata di quello che essi credono. Tut ­tavia è così fluida la logica di questi personaggi, così coscientemente estra ­nei essi sono alle nostre categorie e alle nostre nozioni della storia, che non si può parlare né di pericolo, né di vittoria probabile, né di sconfitta. Per tutto ciò essi hanno un rifugio: se stessi, la ricerca interiore.

Un’eventuale vittoria di Allen Gin ­sberg alle elezioni americane porreb ­be sicuramente i politici dinanzi a una serie di questioni impreviste e sconcertanti. E prima di tutte: abbia ­mo convertito al Senato un asociale, oppure abbiamo dato a un asociale la possibilità legittima di dimostrare la infondatezza delle nostre istituzioni? Perché questo accadrebbe se Gin ­sberg, eletto, rinunciasse dopo un po’ di tempo, come hanno fatto i provos di Amsterdam. Si dimostrerebbe che le istituzioni sono, a un tempo, troppo accessibili e troppo divoratri ­ci. Al punto che uno, avendole acco ­state, può rifiutarle di nuovo in dife ­sa della propria ricerca interiore.

ALLEN GINSBERG è venuto a Spoleto, al Fe ­stival dei Due Mondi, per recitare alcune sue poesie e alcune poesie di Ungaretti in inglese. Uno spettatore del teatro Caio Me ­lisso ha denunciato Allen Ginsberg per osce ­nità. Dopo essere stato interrogato per due ore, Ginsberg è stato rilasciato ed ha rega ­lato al poliziotto che l’aveva fermato un gran mazzo di fiori. « Soltanto attraverso i fiori », ha detto Ginsberg al poliziotto, « posso esprimervi la purezza delle mie intenzioni ».

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